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21.04.10

INDICE PUNTATO

Ya basta!

Si indicono concorsini per il "miglior logo" (partecipate numerosi e avrete la soddisfazione di). Si fanno post, su blog semi-professionali di gente che in televisione alla voce "professione" figura come "blogger", in cui ci si appella a qualche volenteroso grafico "perché mi serve un template carino".
I lettori non sono più semplici lettori, la cosa è riduttiva. E' con la loro collaborazione che si costruirà un prodotto migliore: niente fiori né critiche, ma buoni consigli, please. Volete lavorare con noi? Dimostrate "un buon carattere".
E grazie a tutti anticipatamente. Ma anche no.

14.04.10

INDICE PUNTATO

Sì, mi viene il vomitooo

Mo' c'è 'sta biondazza coi labbroni rimpolpati, tale Roberta Bruzzone, criminologa, che imperversa su tutti i canali a dir la sua su qualsivoglia delitto e una comparsata oggi, una comparsata domani - del resto Francesco Bruno, il divo di Cogne&assassinativari, è ingrassato terribilmente ed è ormai impresentabile - ora s'è piazzata come consulente della difesa di Mastrolindo e Boccadirosa: sono innocenti! spergiura codesta. Ma Boccadirosa non aveva appena addotto quale movente per aver sgozzato un bambino il fatto d'esser stata violentata in passato dal padre del piccolo sventurato, Azouz (che ha commentato poi si schifarsi al solo pensiero, tra l'altro)? Ma che ce frega, ma che ce importa. Qui c'è una schiera di avvocati e di biondone che devono campare, signori, e pur di mettersi in vetrina son disposti a gettar fango anche sul teste oculare, sopravvissuto per miracolo.

13.04.10

INDICE PUNTATO

Abbiate pazienza, i soliti tempi lunghi di Santa Madre Chiesa

Son tempi bui. Le forze del Male demo-pluto-giudaico-massoniche hanno lanciato il ferale attacco contro le forze del Bene demo-pluto-cristiano-massoniche. Ma noi stiamo con Silvio: in Vaticano del resto stanno già studiando per farlo beato entro il 2012 e santo entro il 2020. I fedeli sono milioni, i miracolati e, soprattutto, le miracolate ci sono già, le persecuzioni ingiuste anche, l'immortalità è certificata anche dalla medicina: di quali ulteriori prove avete bisogno, razza di infedeli che non siete altro?

24.02.10

INDICE PUNTATO

Ital-ioti, etimologia

Uomini alfa? Pff. Prese le misure, valgono tutti insieme nulla più d'uno iota sottoscritto.

16.02.10

INDICE PUNTATO

Il cielo lasciatelo ai passeri

Il cacciatore non è un coglione qualsiasi, che cammina per i campi a naso in su, il fucile tracolla e un paio di stivalacci che neanche la giungla. No: "Il cacciatore è uno che fruisce di un bene ambientale"*. Non uno che "spara", chessò, "impallina", "accoppa", no. Il cacciatore è colui, diosanto, che "preleva l'uccello".

* copyright Dorina Bianchi. Quella.

29.12.09

INDICE PUNTATO

Un po' moscia, ma pur sempre una battuta

«Vengo dal mondo cattolico e sono contro le superstizioni», Massimo Liofredi, direttore di Rai Due

15.12.09

INDICE PUNTATO

Tiamotiamo

Son quindici anni che sento evocare questa categoria esistenzial-sentimental-politica dell'odio. Quindici anni. I comunisti odiano. Noi siamo quelli dell'ammooore. Così ce la vendono 'sti cattostronzi con la zia suora e l'aureola sul parrucchino. Poi si beccano la papagna sul muso e allora si levano sanguinanti dal letto di dolore, alzano le braccine al cielo come gesucristi e domandano: picchì, picchì tanto odio? (No, dico: c'è pure il prete che passa all'incasso, tale don Verzè, pronto a giurare che il Crocifisso, qui, non è capace di odio, ma solo di tanto, tantissimo ammooore. Ah beh, se lo dice lui...).

18.09.09

INDICE PUNTATO

Scemi di guerra in missione di pace

Dunque, a metà giugno Berlusconi va a Washington a colloquio con Barack Obama, che tra le altre cose sottolinea il «contributo cruciale» che l'Italia dà alla stabilizzazione (?) dell'Afghanistan. Già alla vigilia della partenza per gli Usa, il premier si era detto pronto a un rafforzamento del nostro contingente: un'ipotesi di maggior impegno pare poi ridottasi all'invio di altri 200 Carabinieri con funzioni di addestratori (ma secondo alcune indiscrezioni gli Usa avevano chiesto altri 700 militari italiani).
A luglio muore il caporalmaggiore Di Lisio, quattordicesima vittima italiana in Afghanistan. Napolitano dichiara: «Il dolore per la morte del parà non metta in discussione la missione». Senonché alla serata di Miss Padania, Bossi dice che basta, è ora di far tornare a casa tutti i soldati. Dà man forte anche Calderoli.
Imbarazzo nella maggioranza: Berlusconi teme l'irritazione degli Usa, sicché Frattini corre a ricucire lo strappo con la diplomazia statunitense mentre due capigruppo leghisti ci mettono la faccia (per quel che vale, tanto) per dire che il Carroccio non si tira indietro e voterà i rifinanziamenti alla missione. Il tutto viene rubricato alla solita voce "cazzate a uso e consumo degli elettori della Lega". Peccato che - come sottolinea la Bonino - in un mondo globalizzato le minchiate sparate da un Bossi qualsiasi finiscano subito su Al Jazeera.
«Non si cambia assolutamente linea per quanto riguarda la missione italiana in Afghanistan - ribadisce Berlusconi -. Capisco che in estate bisogna riempire i giornali, ma questa polemica è aria fritta». Le figure internazionali da cioccolatai si sprecano, ma va tutto bene: siamo italiani, il mondo sa che siamo buffoni di proporzioni cosmiche.
Siamo a settembre: all'indomani dell'attentato talebano che uccide sei nostri parà, La Russa tuona: «Vigliacchi, non ci fermeremo» mentre Bossi sentenzia: «La missione italiana in Afghanistan è esaurita» e aggiunge: «A Natale tutti a casa». Casini gli dà dell'«irresponsabile», Cicchitto dice che no, «un Paese serio tiene ferme le sue scelte anche nel momento del lutto», il capo dello Stato questa volta se ne lava le mani e dice che un eventuale ritiro sarà «discusso in Parlamento», Maroni sostiene che andarsene equivarrebbe a una «resa alla logica del terrorismo», mentre cuor di leone Berlusconi prima parla di missione «essenziale», salvo subito dopo parlare di «exit strategy» concordata e annunciare il ritiro di cinquecento soldati. Anche Frattini ci ha ripensato: «Ora serve una svolta», annuncia.
Tutto questo mentre i familiari delle vittime, ancorché tutti terroni (a proposito: ma quand'è che lo fanno questo esercito padano, che avremmo bisogno di un po' di carne da cannone da sparare in Medioriente?), lungi dallo strepitare come prefiche secondo copione, si dicono «orgogliosi» di aver perso i propri congiunti in servizio per la patria e la libertà. Senza contare che, all'insaputa della stragrande maggioranza degli italioti, sono da tempo cambiate le regole di ingaggio dei nostri soldati sicché la nostra da un pezzo non è più tecnicamente una «missione di pace», il che ha ovviamente vieppiù esposto i nostri militari ad attacchi terroristici. Last but not least, il vate Capezzone non rinuncia a far sentire la sua vocetta da gallina strozzata e invoca, nell'ora estrema, «l'unità della politica». Mo' me lo segno, avrebbe chiosato Troisi.

27.08.09

INDICE PUNTATO

Il pianeta delle scimmie

Il trailer di Videocrazy non verrà trasmesso dalle reti Mediaset perché (ipocriti!) rappresenterebbe un j'accuse alla tv commerciale. Ma nemmeno la Rai lo manderà in onda: secondo la pseudo tv pubblica il film violerebbe la par condicio (!) anche al di là della campagna elettorale.
Ergo, il film potrebbe essere trasmesso qualora fosse seguito o preceduto a stretto giro da una pellicola che sostenga la tesi opposta, ossia che la tv italiana non è a partire dall'era berlusconiana tutta una ballonzolar di cretine siliconate (telegiornaliste comprese), ma un meraviglioso fiorire di genio femminile. Uhm. E' un'idea per un bel film di fantascienza: possibile non ci sia, in mezzo a una tal pletora di connazionali in braghe di tela di fronte al Cavaliere, qualche volenteroso sceneggiatore, qualche regista che, come Feltri, non abbia semplicemente la «stoffa del cortigiano» ma proprio quella del giullare di corte tout court?
In ogni caso il punto è che il Cainano ha dato al popolino quel che il popolino voleva: il sogno mediatico di donnette disponibili che sculettano sorridenti, non fanno paura e ti accarezzano accondiscendenti e affettuose la pelata.
Il guaio è che non esiste rappresentazione fantasmatica che, insistita a tal punto, non si trasformi in realtà. Oggi le carezzevoli scimmiette pronte a coccolare il maschietto sfibrato di turno si sono trasformate nel braccio armato di una virilità da operetta che lascia loro la cura delle retrovie perché deve pur dar qualche segno visibile del proprio privilegio testosteronico. E mentre queste idiote pensano di aver fatto passi avanti non s'avvedono di come ogni professione o ruolo che sia ormai svilito diventi automaticamente il regno delle donne (la scuola, il giornalismo, la medicina, la politica delle servette, eccetera).

13.08.09

INDICE PUNTATO

In questo mondo di ladri

La Regione Lombardia mi avvisa che devo pagare il bollo auto e mi elenca per lettera tutti i posti in cui posso andare a farmi rapinare di questi 129 euro. Decido di pagare via web e inizialmente provo a controllare se il mio conto online mi consente di evitare altri balzelli aggiuntivi: niente da fare, tra le tante regioni che posso selezionare - occhio e croce c'è tutta Italia - manca proprio la Lombardia, che si avvale come unici intermediari di Banca Intesa e della Banca Popolare di Sondrio (amici di? Chissà). Comunque si decida di pagare, direttamente tramite Taxtel o passando attraverso la sezione tributaria del sito della Regione, la commissione è di 2,32 euro, che all'atto del pagamento lievitano a 2,58. Poi un giorno una qualche associazione dei consumatori si darà pena di battagliare contro queste forme di estorsione autorizzata, si troverà un cavillo che ne dimostrerà l'illiceità e magari, a dio piacendo, ce ne libereremo. Tra venti o trent'anni circa, non prima. Nel frattempo, cornuti e mazziati.

INDICE PUNTATO

Il Corriere della Serva

Dopo anni e anni di fedele lettura e acquisto, non compero più il Corriere della Serva. Una sola Fiorenza Sarzanini non può fare primavera, quindi adieu. E tuttavia la mancanza si fa sentire. Ogni volta che mi tocca aprire un melone, busso da mio padre: «Che c'hai...?». Lui già sa, annuisce e mi allunga una copia sgualcita.

INDICE PUNTATO

L'ipocrita

Carlo Sini fa la sviolinata al coraggio di Emanuele Severino in occasione degli 80 anni di quest'ultimo.

12.08.09

INDICE PUNTATO

El pusè catif l'era l'Emilio Formigoni

Prima lezione di dialetto padano: «El pusè catif l'era l'Emilio Formigoni». Traduzione: «Il più cattivo era Emilio Formigoni». L'agghiacciante vicenda esistenziale del padre del più famoso Roberto, casto esponente della casta ciellina nonché governatore dei lumbard, è documentata con dovizia di particolari sul blog di un assessore del Comune di Casatenovo. La storia in sintesi è questa: nel 1944 tale Gaetano Chiarelli, membro della polizia militare fascista - «uno di quelli - testimoniarono i concittadini - che quando venivano a cercare i renitenti alla leva sparava tranquillamente ad altezza d’uomo, anche se c’erano civili attorno» - viene ucciso a Valaperta dal partigiano Nazzaro Vitale.
Un contadino segnala l'omicidio ai carabinieri e le Brigate Nere comandate dal professor Giuseppe Gaidoni e dall’ingegnere Emilio Formigoni cominciano una spietata caccia all'uomo compiendo razzie e violenze, minacciando i contadini della zona, affamandoli e dando fuoco alle loro proprietà perché consegnino i responsabili.
Dopo mesi di rappresaglie, vengono arrestati quattro partigiani: uno di loro, il Vitale appunto, si autodenuncia come esecutore dell'omicidio, ma le Brigate Nere decidono ugualmente per l'esecuzione di tutti e quattro, non prima di averli torturati e seviziati senza pietà per ben tre giorni (il cadavere di Vitale verrà ritrovato senza più denti in bocca). Secondo la testimonianza del medico del paese, del figlio e del Commissario prefettizio (che si dichiara «sgomento» di fronte allo spettacolo di «tanta barbarie»), la fuciliazione dei quattro avviene il 3 gennaio 1945 ed Emilio Formigoni fa parte del plotone di esecuzione.
Dopo questi fatti, Formigoni fugge all'estero, latitante, e in contumacia viene processato nel '47 con dodici capi d'imputazione a suo carico, tra cui «la rappresaglia di ottobre a Valaperta, i rastrellamenti di Barzanò e di Monte San Genesio, le sevizie inferte a Nazzaro Vitale, la razzia di tessuti con tentata estorsione ai danni di Giuseppe Gaverbi a Casatenovo».
Le malefatte di Formigoni, rubricate alla voce «collaborazionismo» (allo scopo di mantenere l'ordine e la disciplina!), vengono amnistiate: Formigoni torna in patria e diventa nientemeno che dirigente dell'Enel. Morirà nel 2000 a 98 anni.
Ora il figlio Roberto, sedicente seguace di Cristo, che abbiamo visto con le giugulari grosse così inveire contro il padre di Eluana Englaro (che diversi cattolici fanatici, lo ricordiamo, hanno definito «assassino» - tant'è che il buon Roberto ha consegnato una benemerenza alle pie suore che hanno assistito Eluana a Lecco per la modica cifra di 3800 euro sborsate ogni mese dall'assassino suddetto), questo sant'uomo strenuo difensore della vita umana, dicevo, ha ovviamente negato ogni addebito circa il passato del padre, definendolo invece un uomo «esemplare».
Ora io ricordo molto bene le polemiche seguite alle interviste rilasciate da Maria Concetta Riina, figlia del capomafia pluriomicida Totò, e dai figli di Bernardo Provenzano: tutti a lamentarsi, i benpensanti, perché dai rampolli dei boss non era arrivata nessuna chiara presa di distanza o abiura rispetto ai padri. E avranno anche tutte le ragioni del mondo, lor signori, ma non mi risulta che questi ragazzi (e stendiamo un velo pietoso sul primogenito di Riina, attualmente in carcere) rivestano ruoli politici di alcun rilievo né che abbiano mai fatto le anime belle ponendosi a capo, da 14 anni a questa parte, di un movimento, quello ciellino, del quale i lombardi senza fette di salame sugli occhi conoscono bene la vasta rete di interessi economici e politici qui denunciati. Perché nessuno chiede a Roberto Formigoni due parole di condanna per le azioni del padre e soprattutto un gesto di pietà postuma, foss'anche uno schifo di targa-ricordo, per quei quattro partigiani barbaramente torturati e uccisi dalle Brigate Nere comandate da paparino?

«L’unica volta in cui questa vecchia orribile storia è arrivata – di striscio – sulle pagine dei grandi giornali è stata nel 1995, quando Umberto Bossi odiava Forza Italia e i fascisti. Si era alla vigilia delle elezioni regionali, e Bossi disse che non si doveva votare per il figlio di un fucilatore di partigiani, pluricondannato (e non era vero). Formigoni figlio disse che le carte erano false, e che suo padre era un fascista come tutti gli altri. E non era vero», Marina Morpurgo, Il sangue dei vincitori.

L'intervento di Roberto Formigoni il 25 aprile di quest'anno in piazza Duomo, a Milano: «Una parola la voglio dedicare a tutti i morti della guerra di liberazione, a tutti i giovani e meno giovani che con il sacrificio hanno portato alla libertà e alla democrazia. Voglio anche dire che anche dall'altra parte ci furono alcuni in buona fede, che fecero una scelta sbagliata convinti di servire la patria. Anche a loro deve andare il rispetto di tutti». Fischiatissimo, Formigoni nega tutto (tanto per cambiare): «Oggi non ho sentito contestazioni». Amplifon, presidente?

06.08.09

INDICE PUNTATO

Categoria allo sbando

E poi dice, questo cosiddetto Premier, che l'informazione è in mano ai comunisti (ma chi, quando?) ed è tutta (in malafede) contro di lui: eppure i direttori prezzolati a suo servizio piazzati in ogni anfratto della tv pubblica e privata, i tg con l'acqua in bocca, le famose e compromettenti fotografie comprate all'estero e soprattutto le intercettazioni hard mai pubblicate, tutto insomma lascia intendere che questo regime fascista non conosca opposizione alcuna.
Ogni tanto si leva una vox clamans in deserto: Repubblica, qualche inchiesta de L'Espresso, una sparata di Sabina Guzzanti, un'altra del padre Paolo, qualche petardo e poi nulla. Non si muove foglia.
La Carfagna minaccia di querelare la Guzzanti ma poi si guarda bene dal farlo, perché ha chiaramente i carboni bagnati. Ora che il padre di Sabina, ex berlusconiano di ferro, torna alla carica, in questo silenzio tombale c'è finalmente una - una sola - direttrice di giornale, Concita De Gregorio, che si fa sentire sul suo blog per dire che quelle intercettazioni, nella Roma che conta, tra politica ed editoria, le hanno lette tutti: «pensandoci col senno di poi - scrive il direttore de l'Unità - avrebbero potuto dare indicazioni certe sulla composizione definitiva del governo. Le protagoniste dei dialoghi siedono tutte in Consiglio dei ministri». Un numero imprecisato di belle signore e signori incravattati, quindi, da mesi e mesi sa che in questo Paese si guadagnano cariche istituzionali facendosi infilzare davanti e dietro da un vecchio bavoso, imbottito di pillolina blu, come pollastre allo spiedo. E nessuno mette fuori la testa per dire almeno un «che vomito!», nessun vuol rischiare di essere tacciato di perbenismo ipocrita da donnette vittime della sindrome di Stoccolma o da ominicchi con un'età mentale da dodicenni brufolosi (il target cui si rivolge Berlusconi, per sua stessa ammissione: l'italiano tipico, disse nel 2004, è uno con una cultura da scuola media).
Siamo tutti troppo avanti, moderni e di larghe vedute in quest'Italietta.
Di più: pare che la Roma godona e cafonal, quella che poi si ritrova nei salotti bene capitolini, si dia di gomito da gran tempo raccontandosi le abitudini di Berlusconi, le carrettate di zoccolette - tutte omaggiate di spilla a farfallina - invitate ogni venerdì, l'andirivieni a Palazzo Grazioli, il Viagra in dose massicce e infine il premio finale alle più disponibili: un seggio parlamentare (nazionale o europeo) e poi, a salire, un ministero. Salta fuori che pure la Littizzetto le ha lette, queste intercettazioni, e ne ha citato un passo in uno spettacolo teatrale, nell'indifferenza generale. Che bello.
Si san fatti quattro ghignate, questi stronzi, alle spalle del popolino deficiente che nulla deve sapere (e a volte neppure vuole, o almeno così asserisce a parole, ipocritamente infervorato di pruriginoso rispetto per la privacy, giacché così ora si chiama il mettere la testa sotto la sabbia mentre il potere ti fotte), perché nessuno ha voglia di rischiare alcunché. E in questo non dire, naturalmente, hanno lasciato che le notizie trapelassero in maniera strisciante, attraverso - lo dice a chiare lettere la De Gregorio - il passaparola e le allusioni. Ma bravi. E' questo lo spettro inquietante della sinistra eversiva agitato come uno spauracchio da Berlusconi? Uh che paura. Fa talmente paura che a tutt'oggi Ghedini si permette di minacciare querele a destra e a manca contro chi osi riprendere questo segreto di Pulcinella.
Non solo: mentre l'editoria tutta dichiara nei fatti bancarotta, mentre fioccano i prepensionamenti, i licenziamenti, i tagli e chiudono le testate, i grandi benemeriti della colonna infame vengono premiati con nuove direzioni pagate a prezzo d'oro (salvo smentite ad hoc), in un vorticoso giro di poltrone che non risparmia nessuna testata di rilievo, né della carta stampata né televisiva.
L'Fnsi chiede ora spiegazioni al governo circa questi ingaggi milionari (si parla per Feltri di 15 milioni di euro più tre milioni di stipendio all'anno), tenuto conto che a Libero è aperta una vertenza sindacale e che Il Giornale ha subito l'anno scorso una pesante ristrutturazione: «cifre surreali - si legge in una nota del sindacato dei giornalisti - nel momento in cui, in Italia, le imprese editoriali stanno aprendo decine di stati di crisi».
Sia Feltri che Belpietro accusano i colleghi di «fantasia malata» e aggiunge, il nuovo direttore de Il Giornale (quello che si è distinto per meriti presso il suo padrone perché ha pubblicato una foto della Lario di trent'anni fa, a seno nudo) che trattasi di una fantasia propria di una «categoria allo sbando di cui la Fnsi è la giusta rappresentanza». I comitati di redazione delle rispettive testate hanno in ogni caso diritto, per contratto, ad esaminare i bilanci aziendale: o questi due verranno foraggiati sottobanco, con qualche maneggio, o la gabola salterà fuori. In ogni caso, l'unica cosa vera che dice Feltri è che si tratta di una categoria allo sbando. I fatti lo dimostrano.
Sarebbero a questo punto legittimati, i lettori e chiunque abbia la cittadinanza di questa repubblichetta delle banane, a porre dieci e più domande ai direttori delle maggiori testate giornalistiche, cominciando con un quesito semplice semplice: come siete venuti in possesso delle intercettazioni e per quale motivo non le avete pubblicate quando eravate in tempo per farlo. A me non interessa la patetica foglia di fico dietro la quale si nasconde, pur rivelando nella sostanza la notizia, la De Gregorio: che i fatti non avessero rilevanza penale è giornalisticamente irrilevante, politicamente falso (altrimenti che si smetta di parlare di etica pubblica e la si faccia finita) e forse anche giuridicamente opinabile.
Infine, sciuretta elegante e discreta non sono con codesta gentaglia: lo voglio sapere, io, cosa fanno nel privato, financo in camera da letto, questi buffoni moralizzatori della vita pubblica, ciarlatani timorati di Dio e della curia, tutti patria, famiglia e meritocratico lavurà. Di ogni loro meritorio lavoretto voglio sapere. Nei dettagli, grazie.

03.08.09

INDICE PUNTATO

Bollywood castrata

Naturalmente dobbiamo sempre distinguerci come i soliti provincialotti supponenti del ciufolo. Rai Uno manda in onda il sabato sera un ciclo di film indiani, ma che fa? Taglia pressoché tutte le scene cantate e ballate. Musical senza musica, in pratica. Non solo. Per la prima pellicola della serie, il doppiaggio è stato affidato a quel genio di Pino Insegno che ha trasformato il protagonista in una macchietta, in una sottospecie di burino de Roma scemo. Si sente puzza di sufficienza culturale, di noiosissime donnette letterate che snobbano la fiction e il cinema popolare, di quaquaraquà che il giorno che ne indovinano una muoiono fulminati.

18.06.09

INDICE PUNTATO

Vecchi bavosi e rimbambiti

Ha voluto, questo governo, mettendoci nientemeno che la faccia della Carfagna, che i clienti delle prostitute fossero puniti. Ma il presunto (ah ah) puttaniere Berlusconi gioca in un'altra squadra, secondo l'avvocato e deputato Ghedini (quell'inetto odioso, maltrattato pure dal fedelissimo Ferrara, che non ha preso abbastanza ceffoni da piccolo): egli è, udite udite, l'utilizzatore finale. «Qualsiasi ricostruzione si possa ipotizzare, ancorché fossero vere le indicazioni di questa ragazza e vere non sono, il premier sarebbe, secondo la ricostruzione, l'utilizzatore finale».

Ma in questa fiera del lubrico ridicolo, il commento migliore viene dal sciur Bossi, il capo dell'ospizio: «Non credo riesca ad andare con tutte le donne che gli attribuiscono: forse se fosse iscritto alla Lega ce l'avrebbe duro ma non glielo dobbiamo dire altrimenti ci chiede la tessera». Eh, sì: dagli amici mi guardi Dio, ché dai nemici...

05.06.09

INDICE PUNTATO

Falso. E razzista

«Non è accettabile - ha detto oggi questa sottospecie di premier - che talvolta in alcune parti di Milano ci sia un numero di presenze non italiane per cui non sembra di essere in una città italiana o europea, ma in una città africana. Questo non lo accettiamo».

A parte il fatto che gli immigrati di origine africana non sono affatto la maggioranza e che ci sono in città moltissimi asiatici e sudamericani (ma lo si attende al varco, 'sto pirla, con una qualche battuta sui "musi gialli"- epiteto del resto usato di recente da Il Giornale -. I sudamericani quelli no, sono cattolici, quindi nessuno li tocca), che vuol dire: non è accettabile, non l'accettiamo? Se pure quest'ennesima sparata viene rimbalzata all'estero e vola oltreoceano, il Nostro - che sta già con le valigie in mano a fare anticamera in attesa di essere ricevuto alla Casa Bianca, mentre la diplomazia statunitense tace e non conferma la visita - avrà sicuramente guadagnato un altro bollino simpatia presso Obama, l'«abbronzato» figlio di un keniota, un africano di quelli che noi «non accettiamo».

02.06.09

INDICE PUNTATO

Servette e caporali di giornata

«Ma è un triste spettacolo, per un giornalista libero, assistere a un tale servilismo verso il potere da parte di altri giornalisti», Michael Bynyon, The Times

30.03.09

INDICE PUNTATO

Fatti una domanda e datti una risposta

Fini che dice: sul testamento biologico avete sbagliato, spero ci ripensiate.
Fini che esorta i giovani siciliani: ribellatevi alla mafia e non fatevi allettare da chi promette lavoro dietro scambio di voti.
Fini che va al Family Day e poi cambia moglie.

Non sarà ora di cambiare anche partito? O eventualmente di ritirarsi a zappare l'orto per amor di coerenza?

05.03.09

INDICE PUNTATO

Cuori di leone

«Riuscite a immaginare Bruce Springsteen, Bob Dylan, Michael Moore, Joan Baez, David Lettermann in campagna elettorale per georgedabliubush? (...) Lo Star System americano ha voluto Obama e ha subito Bush. In Italia le stelle sono nane, fisse, indifferenti a tutto. Stelle nane che stanno a guardare. Il nostro Star Nano System, come la Fiat, è sempre governativo. Lo stuoino Fazio, il bamboccione Jovanotti, il monnezzaro Pino Daniele, il silenzioso Vasco Rossi, il mammaro Baglioni. Gli attendenti Bonolis e Gerry Scotti. L'ex compagno De Gregori, l'ottimista Pieraccioni. L'Aquila di Arcore Iva Zanicchi. Il Benigni in braccio a Mastella per un pugno di euro. (...) Oggi non si dissocia più nessuno, Da chi si dissociano? Dovrebbero dissociarsi da sé stessi. Hanno raggiunto la tranquillità del posto fisso». Beppe Grillo

Del resto gli italiani sono così. Nascono finti pasionari (per mero esercizio di potere e lustro personale tra le masse dei gioppini che se la bevono) e muoiono bagasce da 10 venti euro scarse. E' lì che raggiungono finalmente l'autorealizzazione personale. L'indole fondamentalmente mignottesca è l'unico vero talento che possiedono ed esibiscono.

10.02.09

INDICE PUNTATO

A Balanzone

Semel in anno, non una volta di più, è consentito pavoneggiare nella parata carnascialesca la maschera d'un io preso a prestito. Scaduto il tempo, tocca tornare a misure e panni propri.

20.01.09

INDICE PUNTATO

Cambio armadi?

E si stracciano le vesti per la ruvidezza cafona, sbrigativa, massimalista e riduzionista di Michè, Michè. Animi delicati. Meglio lui dell'ipocrisia prezzolata (eh sì, eh sì) della strabica.

27.11.08

INDICE PUNTATO

Sto già facendo troppa beneficienza

«Il disprezzo va usato con parsimonia, in un mondo così pieno di bisognosi». (Indro Montanelli)

29.10.08

INDICE PUNTATO

I fantuttoni, «fannulloni indaffarati»

Strepitoso Francesco Merlo, ieri su Repubblica:

«Le piaghe del lavoro italiano non sono i "fannulloni", che non esistono come categoria determinante, ma i "fantuttoni" alla Brunetta. Non quelli che "fanno nulla" ma quelli che "fanno tutto" meglio di tutti: economia, scuola, cancelli, tornelli, lucchetti, giustizia... E difatti non è più un caso di agitatissima demagogia, ma di psicopatologia politica l'idea che il lavoro possa essere regolato dal cartellino e dai chiavistelli».

Noto con stupore la deriva lavorativa brunettian-berlusconiana fatta di energumeni tascabili e non (esistono anche in versione pennellona), di Silvietti in scala minore ma non meno dotati di ego ipertrofici, sensibilità irritabili, protagonismi e tendenze dittatoriali, nonché del relativo codazzo rosa di solerti Mariastelle con fiocco e grembiulino, Stefanie piangenti ma obbedienti e di aMare carfagne. «Fannulloni indaffarati».

20.10.08

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Povere ma belle

Ne hanno prese quattro. Mediamente bellocce, benvestite e squattrinate. Dietro le quinte han fatto capire loro, i padri padroni, che di piccioli neanche l'ombra.
La faccia fotogenica avevano? E quella solo dovevano metterci. Una - la più ingenuotta e di primo pelo - ci ha provato, all'inizio, a protestare per i tagli pesantissimi al suo ministero. L'hanno presa tra il chiaro e lo scuro e le hanno fatto capire chi comanda, al governo.
S'è zittita, s'è armata di un paio di forbici da sarta e taglia, taglia teste e stipendi. E loro dietro, a ridere: le avevano promesso carriera, potere e gloria presso i i posteri e l'hanno trasformata in uno zimbello per le piazze.
Quell'altra è pronta a mettersi contro l'Europa per continuare a fare la tirapiedi dell'amico del miglior presidente americano che si sia mai visto. Cavalla di razza, nitrisce come nessuna. E ogni tanto dice una cosina giusta, tanto per confondere le acque. Un po' come Quello, che sui treni in orario e la pensione per tutti ancora ci campa. Pure da morto.

20.08.08

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Favole per acchiappanuvole

Vista e considerata la tripletta nella gara di velocità femminile, visti e considerati gli exploit di Bolt sui 100 e sui 200, vista e considerata la finale dei 400 ostacoli femminili (e non è ancora finita, suppongo), direi che oltre ogni ragionevole dubbio la squadra giamaicana s'è presentata sul tartan coi glutei induriti da un punturone da cavallo. Ma quel che fa più specie sono i peana innalzati dai commentatori, Stefano Tilli in testa, che non perde occasione per stralodare l'incredibile esplosione di potenza di cui sono capaci i piedi (o le scarpette dorate, sfacciatamente esibite davanti alle telecamere) del buon Usain. Il quale - e Tilli da specialista lo sa bene - fino all'anno scorso prendeva la paga ai Campionati del Mondo finendo secondo dietro Gay in 19''91. L'abbiamo visto diverse volte, questo Bolt, e non camminava sulle acque come fa ora: fino a un paio di mesetti fa, la stella delle piste era l'altro giamaicano (e ti pareva) Asafa Powell. Nel corso della sua carriera di velocista dotato di innegabile talento, ma non così al di sopra degli avversari, Bolt s'è migliorato in media di 20 centesimi ogni due anni, dal 2002 a oggi. Nel giro di pochi mesi, invece, smette di correre come il comune, per quanto dotato, mortale che era prima, schizza come un proietto e tutti ne parlano come di un'epifania miracolosa. Ma quel che è peggio, è tutta la mistica del negro - i muscoli, le fibre, il dna e sailcazzocosa - che fa da contorno alle fanfaronate televisive di questi giorni.

02.12.07

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Firma, firma. E poi smentisci

«"Unable to select database". Cerchi su internet "intellettuali contro estradizione di Battisti", clicchi "Pennac, Lévy, Cacucci, Saviano e Battisti" - scrive Giovanni Fasanella su Panorama -. E sul sito dell'intellighenzia di estrema sinistra Carmilla online, là dove fino a qualche giorno fa appariva uno sfavillante elenco di 1.500 nomi tra i più belli della cultura italiana e francese, oggi c’è soltanto una pagina bianca».

Cosa si scriveva del pluricondannato, nonché evaso e poi latitante Battisti (due ergastoli, omicidi, il ferimento di tre persone, un tentato sequestro, rapine e altri reati), ora scrittore di noir? «La sua opera è nel suo insieme una straordinaria e ineguagliata riflessione sugli anni 70 - si leggeva nell'appello -. (...) Trattarlo oggi da criminale è un oltraggio non solo alla verità, ma pure a tutti coloro che (...) hanno affidato alla parola scritta la spiegazione della loro vita e il loro riscatto (...). Noi vorremmo che (...) i cittadini francesi capissero chi rischiano di perdere, per la vigliaccheria dei loro governanti: un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista (...). Non era tradizione della Francia privarsi di uomini così, per farli inghiottire da una prigione. Ci auguriamo che la Francia non sia cambiata tanto da tacere di fronte a un simile delitto. Sì, delitto. Avete letto bene».

«In pochi giorni, sotto l’appello per la sua liberazione, si accalcarono frotte di intellettuali e artisti - continua Fasanella su Panorama -. Dagli scrittori francesi Daniel Pennac e Bernard-Henri Lévy, per citare solo qualche nome, a quelli italiani, Roberto Saviano e Massimo Carlotto, Valerio Evangelisti e Wu Ming, Giuseppe Genna e Pino Cacucci, Nanni Balestrini, Giorgio Agamben e Antonio Moresco. Registi cinematografici come Davide Ferrario e Guido Chiesa. Il disegnatore satirico Vauro e il poeta Lello Voce. E poi, mischiati fra artisti e uomini di cultura, alcuni politici: i parlamentari verdi Paolo Cento e Mauro Bulgarelli, e quelli di Rifondazione comunista Giovanni Russo Spena e Graziella Mascia. "Ogni volta che scorrevo quell’elenco - ricorda Sabbadin (figlio quarantaseienne di Lino, il macellaio veneziano ucciso da un commando dei Pac (Proletari armati per il comunismo), il 16 febbraio 1979, ndr) - venivo assalito da un moto di rabbia. Nessuno, fra tutti quegli intellettuali, aveva mai avuto la sensibilità di spendere anche solo una parola per le vittime del terrorismo e per i loro familiari"».

Sabbadin non se ne capacita e insiste: «Voglio rivolgere dalle pagine di Panorama un pubblico appello a quegli intellettuali. E in modo particolare a Roberto Saviano. Non ho letto il suo libro, Gomorra. Però mi hanno detto che è uno scrittore molto coraggioso, che ha sfidato la camorra, e per questo lo rispetto, lo ammiro. Posso rivolgergli una domanda? Davvero ha firmato quella roba lì? E se lo ha fatto, mi può spiegare perché? E soprattutto, oggi che è diventato, giustamente, un punto di riferimento per tanti giovani, può spendere una parola anche contro il terrorismo? Se lo ritiene opportuno».

«Girato l’appello a Saviano - conclude Fasanella su Panorama -, lo scrittore ha fatto sapere, attraverso il suo ufficio stampa, che non firmò quell’appello. Si attendono altre smentite. Anche se con 3 anni di ritardo».

15.11.07

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E quell'infame sorrise

Per vie traverse, mi arriva un'email che lancia un qualche grido d'allarme su una qualche deriva. Eh, la deriva. Del triangolo nero, poi. Lì per lì ho pensato al monte di Venere, giuro. E stavo cestinando insieme con il penis enlargement, che già mi cresce tutto. Poi leggo meglio. E più leggo più mi trasformo nel mio alter ego preferito, Franti, mito intramontabile.

Il succo - geniale - dell'Appello di (cotanti) intellettuali sulla deriva fascista e violenta dell'Italia è che ne muoiono più tra le mure domestiche, ammazzate dal marito/convivente/compagno, che in mezzo alla strada. E che quindi, dati alla mano, l'emergenza immigrazione-criminalità è una bufala. Pulizia etnica travestita. Fascismo bello e buono, insomma. Anzi, no: «Microfascismo». Quello che «è dentro di noi e che ci fa desiderare il potere e amare i potenti» (eh?).

La deriva, bel problema. Lo so ben io, quando torno a casa e l'Amministratore, buttato a terra in modo molto teatrale, grida «Aiuto, sono ferito». Sta andando alla deriva. Anche lui. Lo salvo dagli squali - «Mi mordono il sedere», dice - lo acchiappo e lo trascino al sicuro, sul divano. «Adesso mi devi operare - dice -. L'anestesia, l'anestesia». E con un occhio mezzo aperto dirige l'intervento a pancia aperta. Due secondi dopo, appena suturato, è già lì che si butta di nuovo in pasto ai «pescioloni» e va di nuovo alla deriva. Figlio mio, te le vai a cercare proprio tutte, però.

E io, sempre più Franti. Menomale che ci sono gli intellettuali a far fronte comune contro il nostro/mio qualunquismo. Tutti uniti e militanti. «Nessuno che dica, come Carmelo Bene, che essendo un genio non era socialmente impegnato: "Cosa cazzo ce ne frega a noi del Ruanda". Nessuno che dica, come Valéry interpellato sull'Affaire Dreyfus: "Lo fucilassero pure"» (Massimiliano Parente, oggi su Libero: e grazie di esistere).

Poi magari, in un'altra vita, con altri avatar, si potrà parlare della differenza fondamentale - in termini sociali - tra l'essere ammazzate per caso da uno che non ha materialmente niente da perdere e l'essere ammazzate per casa, tra la cucina e il salotto, da uno che non ha affettivamente niente da perdere. E magari due chiacchiere anche sulla memoria storica tirata in ballo a capocchia (e gli ebrei, i rom, gli armeni, i serbi, i croati, i bosniaci) per portare a casa la vacca stracca di un ragionamento che fa acqua da tutte le parti.

«Succede che sui Rumeni si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto - si legge nel succitato appello -, come con Ebrei e Rom sotto il nazi-fascismo, come con gli Armeni in Turchia nel 1915, come con Serbi, Croati e Bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti».

Una solfa che pare tanto quella dell'«Eh, ma noi abbiamo avuto la Storia, abbiamo subito l'Olocausto» a ogni casa «sospetta» che salta in aria a Gaza e dintorni. Ché poi Franti comincia a fare brutti pensieri, sulla Storia. E non è proprio il caso.

Update, visto ora:
«Loredana Lipperini (giornalista di Repubblica) sta raccogliendo firme per un “manifesto di scrittori e artisti contro la violenza su rom, rumeni e donne”. Oltre al pessimo Scurati lo ha firmato anche l’ottimo Brizzi e altri amici con i quali ho condiviso in passato (spero anche in futuro) chiacchere e vino. Quindi ci andrò piano. Nel manifesto si legge: “Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia”. Innanzitutto rivolgo ai firmatari la preghiera di guardare alle proprie travi piuttosto che alle altrui pagliuzze: siete stati voi, i linguisticamente ipocriti come voi, a imporre l’ambiguo termine “rom” (io gli zingari continuo a chiamarli zingari, nessuna confusione possibile coi rumeni). E poi domando: per quale ragione i delinquenti stranieri non si dovrebbero espellere dall’Italia? Spiegatemelo, se ci riuscite, altrimenti dovrò esprimere il seguente auspicio: tutti i ladri e gli assassini a casa della Lipperini». (Camillo Langone, Il Foglio)

18.10.07

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Alla canna del gas

Ma quanto, quanto è insopportabile questa poetastra barbogia dell'Alda Merini e tutti i di lei sostenitori, vecchioni zuppi e con le orecchie piombate di cerume? Ad agosto si lagna ché i vicini hanno osato andarsene in ferie con miliomila d'altri cristiani e lei no, è rimasta a casa: intervistina sul Corriere per dire che è sola, non la ascolta nessuno (!) e l'edicola ha chiuso.
Pochi giorni dopo, tampina un conoscente al telefono: m'ammazzo, non m'ammazzo, mi faccio esplodere, no, mi faccio il the. L'amico le dà incredibilmente credito (il contrappasso!) e lancia l'allarme: la decrepita si fa saltare in aria, occhio. Arrivano le truppe cammellate del Comune, le tolgono il gas e lei: cretini, stavo scherzando.
A settembre, altra geremiade: Milano qui, Milano là, è uno schifo, non posso più farmi il the. A ottobre, ripiglia tono: Messina le ha conferito la laurea (si vede che glien'avanzava una, ai compaesaneddi) e lei, contenta forse? Giammai: «non ho visto nemmeno un euro», commenta signorilmente. E poi: «tutti gli asini sono addottorati». E comunque «Milano è un'ingrata». Perché? Niente laurea e niente gas.
E' che in realtà bisognerebbe prevenire, prima di curare. Quando la cassa è ancora di là da venire e si metton lì, in posa come lische di pesce con la veletta, e sollevano appena le gengive sui denti marci, con tutti i nervi scoperti a vista e ti guardano come a dire lo vedi come mi pulsa in vena l'arte?
L'allacciamento, sì, credo proprio bisognerebbe ridarglielo.

24.08.07

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La Messa è davvero finita

È la mia settimana santa: passo da un prete all'altro. Il primo mi racconta che ha lasciato il saio nell'armadio: «mi sono messo sulla strada - dice - sto cercando Dio». L'altro invece non molla: in paese si è scoperto che ha una donna e un figlio di pochi mesi. I parrocchiani, bontà loro, se ne fregano, ma il vescovo cammina sui carboni ardenti: gli ha ordinato di dare le dimissioni e lui niente, «Mi devono cacciare», dice.
Al telefono il don parla con tono sicuro, da oratore consumato, e gioca pure con la suspance: «Non dico niente fino a martedì», mi dice. «Ma che fa - gli chiedo - una conferenza stampa? Guardi che io non potrò essere presente, posso richiamarla?». «Ah, ma non si aspetti che io mi metta a ripeterle tutto quel che dirò». Per carità, penso, non si disturbi.
Telefono in Curia, a Padova, per chiedere cosa succede in città, tra un Savonarola deciso a riformare la Chiesa (e il dannato celibato) tenendosi stretto tutto - la tonaca, la donna e il figlio - e un altro prete, nei dintorni, che ancora finge di scandalizzarsi (ma chi ci crede?) per i figli di secondo letto, sicché si rifiuta di battezzarli se non "di nascosto", a Chiesa vuota e Messa finita.
«Ah, ma lei non deve mica credere a tutto quello che scrivono sui giornali», mi dice l'addetta all'ufficio stampa (sic!) della diocesi.
«Figuriamoci, signora - le dico -, proprio per questo vi cerco: per sentire la vostra versione della faccenda».
«Va bene, mi dia il suo numero di telefono, la farò ricontattare», risponde. Dopo qualche ora mi richiama, le chiedo se ha trovato qualcuno in Curia con cui farmi parlare, mi dice che no e comunque nega che il prete in questione abbia negato il battesimo al bambino.
«Lo so, il suddetto si limita ad amministrare il sacramento solo dopo la Messa, quando tutti se ne sono andati».
«Per favore, non mi ripeta tutto quello che hanno scritto oggi: li leggo anch'io i giornali!», replica indispettita.
Sostiene (questa, che ha tutta l'aria, anche a distanza, dell'acida perpetua) che il battesimo è indipendente dalla Messa e la scelta di come amministrarlo è a discrezione del sacerdote.
Discutiamo un po', l'irritazione di entrambe sale, lei mi invita a controllare le fonti, io le rispondo piccata che il parroco in questione è in vacanza e che mi ero appunto rivolta alla Curia per lo scrupolo di verificare con loro i margini di questa discrezionalità, dato che poi sappiamo tutte e due che basta, in questi casi, fare dieci chilometri per trovare un prete più accomodante.
Alle strette, la signora va a cercare qualche altro numero di telefono da passarmi: «Lei dovrebbe parlare allora con un sacramentista o con un liturgista, mi dice». Già. E perché non con un esorcista, già che ci siamo?

07.08.06

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Jukebox

Simpatici, tutti quei Cocorito ai quali parte l'embolo del «Signora mia» ogni volta che a costo zero vogliono portarsi a casa la loro sportina di ragioni. Da spellarcisi le nocche, contro siffatti parrocchetti.
Non ti piace la carta straccia rilegata, con le mutande dell'autrice in allegato et Lines idea sottile ripiegato con ali in omaggio?
In men che non si dica vien dato l'allarme: l'ambulanza sgomma a un centimento dal tuo naso, quattro barellieri ti immobilizzano, l'infermierina del Drive in ti punta il siringone al braccio facendoti il verso - «Signora mia, signora mia!» -, mentre il medico ti ipnotizza ondeggiando sul mignolo un paio di slip e ammaestrandoti sulle ultime novità della metafisica da spiaggia (non essere patetico, non fare il bambino, la verità non esiste, blablabla).
Nel giro di un'ora, tutto è sistemato. Aggiornato il rapporto sull'operazione Laudator temporis acti, il catturato viene internato per direttissima in una clinica riabilitativa, dove sarà costretto a fare l'editing delle opinioni di Dooyoo. Per il prossimo bestseller. («Signora mia, signora mia!»).

13.04.06

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The godfather

Dunque, come funziona? 'U parrino ha chiare preferenze politiche e le comunica sui pizzini.
I bravi picciotti ricevono, annuiscono e alzano la lupara: anch'io, anch'io voterò così.
Cittadino esemplare, il buon mafioso. Non mantiene segreto il suo voto perché è "un brav'uomo", come giustamente dichiara, uno sincero, che non ha niente da nascondere, a parte qualche insignificante scheletro nell'armadio.
E' il primo a entrare in cabina elettorale e a mettere la sua brava crocetta. Senza indugio e incertezza alcuna.
Prossimo (?) step: i pizzini pubblicati online. Su un blog.

Per la serie: come lo sfoggio e il pubblico elogio di pseudo virtù assolute sia una lama a doppio taglio.

04.04.06

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Io non parlo con voi

Chiamo la nota giornalista de sinistra. Mi qualifico.
Mi scambia per una in forza al Nemico e sentenzia: "Io non parlo con voi".
Voi chi?, mi chiedo. Colgo al volo l'equivoco e le faccio notare il qui pro quo, con l'aggravante che è la seconda volta che mi rimbalza, sempre per lo stesso motivo: la prima, aveva cancellato un appuntamento con un preavviso di qualche ora, adducendo scuse improbabili.
"Oh, scusi", dice.
A questo siamo arrivati. Alle idiosincrasie a fior di pelle, ai tiri di cerbottana dalle finestre, al parlare solo con i vicini d'ombrellone del bagno Piero, di provata fede politica, ai reportage delle guerre di cortile, con microfono in mano e pashmina al collo, alla paura, la paura, la paura.
E questa è la gente che pretende di raccontarci come e perché, nel mondo, la gente si scanna. Ma parlaci di te, bella signora.

31.03.06

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Welcome to the new world order

Giorni fa, convalescente, sento la grande fustigatrice del tibbù-trash evocare, seria seria e tutta compresa nel ruolo, "la gente a casa".
Ce l'ha con me, mi son chiesta, o siamo di fronte a un'inedita categoria ontologica, che rubrica chiunque si sintonizzi con lo sparaminchiate satellitare?
E quand'è, mi son domandata, che risulto di diritto arruolata nel branco degli appantofolati col cervello brasato? Quando apro la porta, appena mi sveglio, sempre - anche quando dormo -, oppure solo quando accendo la scatola?
E se io sono quella che sta "a casa", in quale punto dell'universo semantico devo collocare codeste testoline catodiche, frequentatrici di salotti televisivi, stalle, confessionali e velieri all inclusive con l'alibi del documentario?
Forse sul limitare di un orizzonte pubblico che mi scalza, scaraventandomi in uno spazietto privato di sessanta metri quadri calpestabili?
Ah no, giusto: nella mappatura del nuovo ordine mondiale - il Privato (= casa), il Quasipubblico (= blog) e il Pubblico (tv e giornali) - potrò sempre dire che arranco a metà strada.

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"Pronto, sono Tizia, in cosa posso esserle utile?"

Google immagini.
Keyword, "call center".
Risultato: bella gente, volti sorridenti, felici, schiene dritte, aria quasi manageriale e una piccola, graziosa appendice cerebrale che contorna la guancia.
Un microcosmo leibniziano, il migliore dei mondi possibili, insomma.
E poi pontifichiamo sulla censura delle immagini del Dalai Lama nel Google con gli occhi a mandorla?

21.01.06

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Giovane, riccioluto, di culto e bravo guaglione

"Dave Eggers è, soprattutto nella costa occidentale degli Stati Uniti, un autore di culto. Giovane, riccioluto, creatore di una rivista letteraria che viene definita la più bella d'America, nonché fondatore di un centro educativo, è anche l'autore di un romanzo, non ancora tradotto in Italia, dal titolo "per nulla pretenzioso", che è il seguente: L'opera struggente di un formidabile genio. In questo romanzo, Eggers ha inventiva e brio narrativo. Soprattutto è capace di applicare questi suoi talenti alla vita di ogni giorno. (...) Non so se Dave Eggers diventerà "di culto" anche in Italia, ma i suoi racconti sono ben fatti e divertenti". (Giorgio Montefoschi, Io Donna)

Tagliata male, Montefoschi?

12.01.06

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Inviati di guerra

Il fatto è che ci si dovrebbe organizzare meglio, nelle redazioni. Corsetta intorno al cortile, alzabandiera mattutino, saluto militare, fanfara, inno ed eventuale picchetto d'onore al cospetto della sagoma - anche cartonata - di mr. President, Ciccio Forever.
E a moschettoni lucidati, in mimetica, sistemarsi in assetto da battaglia. Perché son tempi duri, in cui non bisogna cedere al sonno e star di vedetta, in garitta, severi sui turni di piantonamento e boia chi molla.
Strisciando sui gomiti e sulle rotule, con due dita di pece sotto gli occhi e l'elmetto in testa, si sorveglino i confini e si lanci l'offensiva contro sgallettate, coloni abusivi, infedeli ed extracomunitari.
Perché sia chiaro: il mondo verissimo del gossip, di scosciate, pornostar, corna e slinguate è Cosa Nostra e vade retro, non tesserati. 'Cause we are the journalists, we are the champions.

03.01.06

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E sulle nostre palle

Popolo di ignavi. Di oche ingozzate del proprio stesso foie gras.
Nessuno che ricordi i bombardati. Gli sciroccati. I decollati.
Nessuno che pianga i morti dal ridere. Né quelli colpiti da fuego amigo.
Nessuno che scriva intingendo la penna nello strutto cellulitico delle proprie cosce.
Non uno che si sprechi a immortalare con la Canon ultimo modello la quieta disperazione del Sony Ericsson orfanizzato sulla scrivania o che metta a fuoco il nulla metafisico rivelato dal fondo di caffè della tazzulella Illy.
Non uno che dica, cristosanto, la Verità: che la Pinuccia se la fa col Vescovo mentre il Sindaco guarda dal buco della serratura.
E che è lurido un complotto: il Vaticano sa, perdio, sa tutto, ma tace, curia venduta che tutta vi meritate, baciapiledimmerda!
Popolo bue, ricorda, perché è l'ultima volta che te lo grido in faccia tutta imbrattata di mestruo politico: la guerra dei balconi pesa sulla tua coscienza.

09.10.05

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Penitenziagite

Ma tu guarda la sorte. Rutelli, Prodi, Fassino, Turco, Bertinotti e compagnia cantante: hanno fiutato l'aria, 'sti squaletti dal rostro limato e sbiancato, diligenti nell'appuntarsi sul taccuino, alle sfilate haute couture, le ultime novità della stagione.
Mica scemi. Tornati a casa, si son buttati a rovistare cassetti, armadi e vecchi bauli. E ora stanno lì, in bella vista sul letto, file di calzettoni e maglioni coi rombi, twin set in agora, stivali antipioggia di gomma colorata, pantaloni a sigaretta, giacche anni '70, gonne a ventaglio, zie suore, genitori devoti, trascorsi oratoriani e afflati spiritual-religiosi.
Di fronte allo specchio, si esibisce in un disinvolto cambio d'abito il mangiapreti d'un tempo, ora in blazer blu sedicente cattolico, ora in giacca di velluto a coste larghe modello credente tout court, ora invece in dolcevita a collo alto stile meditante-dubbioso-in via di conversione.
Minoranze indignate? Ma no. I Fantastici 5 presiedono, plaudenti e gracchianti, al restyling, e spediscono a risuolare dal calzolaio tacchi consunti di ateismo d'antan, che facevano fico una vita fa, portati con l'eskimo, ma ora fan solo patetico coglione.
Giù, nel bidone giallo della Caritas, finisce l'ultimo paio di Clarks, per la gioia ladruncola della zingara povera di spirito, che ha imparato ad accucciarsi nel coperchio, mentre il compare, da fuori, dà una spinta alla leva e la catapulta dentro.
L'atterraggio è morbido, sul mucchio di stracci in fondo al bidone, e il bottino ricco: a prezzo di una vita miserabile, giocata ai dadi tra roulotte, sterpaglie e tir che sfrecciano lungo la statale, correndo il rischio di decapitare una zucca vuota, i due poveracci vincono un guardaroba di seconda mano e vestono intellettual-ribelle.
Trent'anni dopo, mentre stendono la mano agli automobilisti fermi al semaforo, rabbrividendo nel freddo del mattino.

31.08.05

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Trattienimi, Allah

Ma questa benedetta Afef, dico.
Questa donna stimata da Giovanna Melandri, "capace e coraggiosa" secondo Katia Bellillo, "intelligente e di grande spessore, che ha sempre dimostrato, anche sulla guerra e in politica internazionale, di avere un'ottima capacità analitica", nell'opinione di Maura Cossutta.
Codesta temeraria "io non ho paura di niente e di nessuno", che tuttavia non osa sfidare il veto alla politica attiva del di lei consorte, perché le preme "la pace in famiglia e la convivenza civile", (ma adesso non cominciate coi soliti luoghi comuni sull'araba sottomessa).
Questa superlady che presenta in un'intervista nientemeno che l'autocandidatura a "consigliera del primo ministro o del ministro degli Esteri per le questioni che riguardano il mondo arabo".
'Sta sedicente "mediatrice culturale", che ritiene di poter "aiutare l'Occidente a capire l'Islam, e viceversa".
Questa modestona che si tira indietro di fronte a un futuro in politica per ritagliarsi "un ruolo puramente tecnico".
Questa gran penna affilata di Vanity Fair.
Questa, dico. E i politicazzi nonché imbrattacarte sodali e colleghi suoi, lustrascarpe di fine estate in pieno mercato pre-elettorale. Questi, perdio.

16.06.05

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Brutte notizie

Dal Corsera di ieri: "La scoperta potrebbe aprire la strada a nuove terapie nella lotta a malattie degenerative, come il Parkinson".
Cellule staminali cerebrali adulte.
Facciamo così: mio cugino tetraplegico aspetta speranzoso i risultati di questa ricerca e le sue possibili applicazioni terapeutiche.
Vostro cugino tetraplegico, invece, aspetterà altrettanto speranzoso che qualcuno trovi il modo di utilizzare le embrionali senza fargli venire quattordici cancri tutti insieme. Va bene?

14.06.05

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Predicare bene, razzolare male

La Ventura non c'era, viaggetto già programmato negli States, pare.
La Ferilli ciondolava tra la barca e Fiano Romano. E' stanca, si sta riposando, fa sapere il Corriere.
Per Afef, domenica di sciallo a Piazza San Marco. Un caffè 15 euro, tanto paga Tronchetto.
La Bellucci è all'estero e in suo onore hanno chiuso lo spazio aereo di Fiumicino, per impedirle di tornare a votare.
Attendo smentite indignate, sul giornale di domani. Intanto, vi dico: il nemico è tra voi. Si siede al bar nel tavolo vicino.
E' il vostro collega tanto simpatico, che saluta sempre. E' il blogger che viene all'aperitivo con voi, quello più insospettabile, che scrive post e commenti in ogni dove per stornare i sospetti.
E' quella santa donna di mamma, quel buonuomo di papà, quella brava ragazza di vostra sorella.
E' la portinaia, la collaboratrice domestica, l'inquilino del piano di sotto. Il nemico è ovunque, sta in silenzio, teme il vostro sguardo indagatore, la conversazione inquisitoria.
Ha paura che lo facciate, che gli chiediate a bruciapelo se ha votato. Da piccolo, il vostro nemico diventava sempre rosso quando diceva una bugia e ora teme di essere scoperto.
Non ne può più, si sente come quando temeva l'interrogazione. La tensione è arrivata al parossismo e non vede l'ora che tutto questo finisca, che l'angoscia di deludervi, di affrontare il vostro giudizio e di essere messo all'indice finisca archiviata in soffitta.
Fino alle prossime politiche.

09.05.05

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Facce da schiaffi

Simpatica questa Rodotà. Non so se l'avete mai vista in Tv. Io me la son vista comparire sullo schermo qualche settimana fa a Ottoemmezzo.
Grugno malmostoso e banalità sciorinate con grande sussiego: ma bene, mi son detta, casomai la Sotis passasse a miglior vita (andasse in pensione, intendo), abbiamo le scorte per i prossimi vent'anni.
E infatti. L'arguta Maria Laura firma oggi un corsivo, sul Corriere, in cui commenta l'ormai arcinoto complimento del Cavaliere ("e poi è anche molto bello") all'indirizzo di Blair.
Fin qui, normale amministrazione. Un articolo che galleggia a pelo d'acqua, accennando appena al rapporto tra politica e strategie mediatiche.
Fin qui, di nuovo, normale amministrazione, compresa l'incoerenza di girare a vuoto attorno all'idea che il Berlusca incarni un ideale di bellezza tutto italiota dopo aver snocciolato, a mo' di esempio, i nomi di Bush, di Rasmussen e del già citato Blair accanto a quelli del sindaco di Firenze Dominici e del solito Rutelli.
"Il suo personale concetto di bellezza è da italiano aspirazionale, vitale, desideroso di apparire ricco (non gli ci vuole molto) e distinto; e si inserisce in un filone estetico che parte dal Carlo Dapporto delle riviste musicali e arriva al Flavio Briatore delle vacanze in Costa Smeralda. Sfiora il Franco Fabrizi dei Vitelloni di Fellini, approda negli anni ai personaggi dei fratelli Vanzina(...)".
Uh, quanta carne al fuoco. Ma ecco il salto carpiato: "In quanto, a pensarci, la passione estetica di Silvio B. è molto italiana, ma rientra in un genere di intrattenimento politico ormai globale".
Ma sì, dai, non sottilizziamo. E' un articoletto di costume riempipagina, niente di che. Senonché il veleno, quello vero, mica se lo ciuccia il Berlusca. Mica Bush o Blair. Eh no.
Chiediamoci, su, chiediamoci perché il Cavaliere punta tanto sul rostro sbiancato, sulla pelle tirata e sulla recente piantumazione della pelata. Perché, perché? "Perché è uomo di spettacolo; perché da sempre punta sul consenso femminile poco documentato e poco mediato, insomma di quelle che dicono "però è un bell'uomo" e votano sull'onda (...)".
Toh. E io che ho sempre pensato che l'estetica berlusconiana fosse una cosa reale, un problema serio, un grimaldello potente che è riuscito a far leva nelle zucche vuote.
Io che l'ho vista realizzata nell'impero editoriale che s'è poco a poco costruito, io che la vedo come una lunga storia che ci porta dalle ragazze del Drive in ai calendari.
Io che ho sempre sentito gli uomini blaterare tanti bei discorsi di sinistra, ma le gnocche di regime, non gliele toccare, secondo la ben nota formula del panem et circenses.
Io che le donne - quelle che non hanno bisogno di fare le stronze con le altre per sembrare più intelligenti - le donne vere, dicevo, le tengo su un palmo di mano. Altro che "consenso femminile poco documentato e poco mediato". Mai conosciute io di sgallettate che cinguettano "però, bell'uomo".

22.04.05

INDICE PUNTATO

Panzer Kardinal all'esame di logica

Io sono una che se la beve un po'. Se mi dicono che un settantottenne coi capelli bianchi si fa il culo quadro da una vita su testi di filosofia e di teologia, tendo a dar per buona la fama che s'è fatto di uomo colto e intelligente.
Poi lo sento parlare, leggo qualcosina di suo pugno e mi dico che sì, i tomi non devono solo preso polvere sui suoi scaffali.
Ma nella vita non si sa mai. Spesso è tutta propaganda e menomale che qualcuno pronto a disilluderci lo si trova sempre.
Ed è così che, di fronte all'ormai celebre lamento di Ratzinger sulla "dittatura del relativismo", m'imbatto in un epitaffio senza appelli: è una stupidaggine.
Oh, addirittura. Non è un po' troppo così, senza minimamente articolare l'argomento? Si pensa davvero che Panzer (ormai ex) Kardinal non abbia presente l'intima contraddizione in termini dell'espressione?
Evidentemente no. (Tra parentesi: questa cosa non finirà mai di stupirmi. Oggi tocca al bavarese, altre volte, l'ho già detto, a Severino, che si prende dello scemo un giorno sì e uno no. Mah).
Menomale che qualcuno, oltre al motore e alle ruote, ha montati i freni: "tutto è relativo" (laddove per "relativo" s'intenda l'impossibilità che vi sia alcuna verità assoluta) è una proposizione contraddittoria, dice Adinolfi, richiamando Aristotele.
La contraddizione è perciò tutta interna al relativismo, che a rigore non può porre fermamente se stesso. Sicché l'enunciato "nessuna verità si può imporre sulle altre" è come un tavolo a tre gambe, un congegno dotato di dispositivo autodistruttivo, un nulla di fatto.
E' un po' come dire che tutto è una pratica e che anche i soggetti sono al più "soggetti alla pratica": tutte proposizioni che devono, per così dire, mettersi di sbieco. Una posizione di uno scomodo pazzesco, un po' come dondolare su tacchi altissimi. Del resto, essere alla moda ha il suo prezzo.
Parla di dittatura, Ratzinger, per un motivo banalissimo e sotto gli occhi di tutti: oggi, se ti appelli alla verità e sei fuori dal sacro orticello della scienza, ti tirano le pietre.
Gratta gratta, sotto la vernice modernista e relativista ti trovi il solito intollerante con la verità in tasca. Esagero? E' che dovrei leggere meno blog, ecco cos'è.
Ora l'analisi del discorso papale, pubblicata su Il Riformista, rimbalza l'accusa di fondamentalismo sulla pretesa cattolica di imporre la fede.
Intanto, contesto assolutamente che sia espressa, nel magistero cattolico, tale intenzione. Lo fosse, essa rappresenterebbe un assurdo logico e dottrinale (una fede imposta non è una fede), un atteggiamento contrario allo spirito cristiano quale è tramandato dalle Scritture e una cosa di fatto impossibile.
Penso che Adinolfi avesse in mente, nel muovere quest'accusa, la contrarietà cattolica a tante leggi (sull'aborto e sul divorzio ieri, sulla fecondazione assistita oggi o sulle adozioni alle coppie gay cui Zapatero ha appena dato il via libera).
Ma qui di nuovo dissento, perché bisogna essere coerenti, signori, e concedere che anche i cattolici (o i musulmani o gli ebrei, quale che sia la loro posizione in merito) votino secondo coscienza e, sempre secondo coscienza, esercitino, laddove credono, il diritto all'obiezione.
Dico, lo si è concesso a quelli che non volevano prestare servizio militare, non lo si vuole ammettere ora, di fronte a questioni ben più impegnative che non dodici mesi più di noia che di naia?
Ma ecco appunto la malafede dei relativisti (l'ho detto, che basta una grattatina e viene fuori): il cattolico è un fondamentalista, vuole imporsi. (Ma che fesserie andate dicendo, che le chiese son semivuote e tutte le loro battaglie sono perse in partenza? Al più sarete proprio voi, con la vostra protervia travestita di liberalismo democratico, a far tornare la gente in chiesa, vedrete. Siete riusciti a far vincere questa destra scassatissima, vi riusciranno altri miracoli, altro che Wojtyla).
Poiché credo che un dialogo proficuo si fondi sulla disponibilità di ciascuno ad addentrarsi il più possibile nella noosfera in cui si muove il proprio interlocutore, ritengo non si possa trascurare, nel dialogo-scontro col cattolicesimo, la centralità, per la dottrina della Chiesa, dei temi della perdizione e della salvezza. Dell'inferno e del paradiso. E' su questi scalini che avviene un salto esperienziale dalla dimensione strettamente logica a quella di fede. Se non si tiene conto di questo e si appiattisce tutto il discorso su menate sillogistiche con le quali si spera di poter mettere alla berlina la tanto celebrata cultura di Ratzinger (ma fatemi ridere, va), non si va da nessuna parte. La questione non riguarda solo il rapporto tra i laici non credenti e i cattolici, ma anche quello con i musulmani, che hanno al loro interno più preoccupanti problemi di interpretazione del dettato coranico, con risvolti politico-sociali incandescenti per tutti. (E non hanno nemmeno un papa, maledizione!)
Quelle suddette sono questioni radicali che bastano da sole, se inquadrate con l'attenzione che meritano, a far comprendere quale sia il dilemma di un cattolico che nella propria vita pubblica, politica e sociale è chiamato a mettere in gioco la "propria" verità come fosse una qualsiasi tra le altre (e così non è per lui) e ad acconsentire ad atti che rappresentano peccati gravi nell'ordine divino delle cose che le Scritture gli rappresentano e in cui lui ripone la propria fede.
Certo, poi io mi ritrovo a chiedermi, al pari di parecchi altri, come sia esistenzialmente sostenibile la fede in Cristo, soprattutto quando sento gente che dice: ho sentito la chiamata, ho avuto la vocazione, l'ho incontrato. E' un tipo di esperienza per me inimmaginabile. Tuttavia cerco di entrare nei panni di chi, con tutto il fervore di cui è capace, fa queste affermazioni in un tempo in cui - diciamocela tutta - parlare in questi termini significa esporsi al ridicolo.
Trovo davvero sorprendente che ci sia ancora così tanta gente che vive in una dimensione anacronistica e indicibile, mentre tutto corre in direzione contraria.
Constato semplicemente che avvicinarsi al "ridicolo" anche solo per raccontarne le ragioni significa esserne in qualche modo contagiati. Ecco perché molti pensano che giovi di più, alla propria allure intellettuale, il trattare di questi argomenti con le pinze, piuttosto che prenderli con le nude mani, e con ciò produrre critiche che parlano a se stesse, con sottile ma sterile compiacimento.

11.04.05

INDICE PUNTATO

Cattolico!

Irritazione. Profonda irritazione.
Letti in giro i commenti degli Intelligenti a corollario di queste esequie papali, m'è preso un gran prurito alle mani.
E anche alla punta dei piedi, a essere onesta.
Pare insomma che anche le lacrime facciano differenza se provengono dalla tasca destra (fascista, catto-clericale, ottusa, stupidamente emotiva, ignorante, influenzata dai media e tipica del popolo bue) o dalla tasca sinistra (santa - questa sì - per acclamazione popolare, progressista, illuminata, colta, razionale e via, virtù cantando).
In folla a piangere per Berlinguer va bene, in coda a piazza San Pietro per il feretro del papa polacco, no buono.
Caragnare de visu, in corteo, su carta e online per Occhioni Sgrenati, quasi-martire dell'informazione, è cosa nobile, nobilissima. Commuoversi per Wojtyla è roba da deficienti.
Si potrebbe continuare ad libitum, ma il concetto è chiaro.
Cattolico è il nuovo insulto post-moderno, è l'adesivo che gli idioti ti appiccicano sulla schiena se tenti un discorso che non sappia di cicca rimasticata.
Irritazione. Profonda irritazione.

Update: ringrazio chi mi ha segnalato questo post di Mozzi. Linko e sottoscrivo le domande lì espresse.

24.03.05

INDICE PUNTATO

Botte da (urbi et) orbi

Il cardinale Ratzinger (il futuro pontefice?) scrive i testi della via Crucis e non risparmia le bastonate per i confratelli: "Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui. (...) Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano".

Il testo completo nel blog di Sandro Magister

07.03.05

INDICE PUNTATO

Adiós, compañeros

Cent'anni fa, nella scomoda ostilità di uno scompartimento ferroviario, rannicchiavo la morte nel cuore dentro le ali spiegate de Il Manifesto. Come appoggiare una pezza fredda sulla fronte febbricitante. Ah, che lenimento, quale frescura.
Mentre l'acqua saliva, arrivava alla gola e le gambe si dibattevano, la corrente mi portò un salvagente al quale mi aggrappai. C'erano senso, appartenenza, verità a chiare lettere, menzogne svergognate e un mondo interpretato, lì dentro. Nero su bianco. Non v'era che da leggere e assentire: sì, sì, sì.
Ora non ricordo più l'ora né il giorno, il come e il perché dell'ultima copia. Decisi, credo, quando il magma si cristallizzò e sentii la disperazione farsi adulta e insofferente di appigli e palliativi.
Pagai l'ultimo pedaggio al casello d'uscita da quell'autostrada a quattro corsie, abbassai il volume dell'autoradio e feci ciao con la manina agli amici in diretta da radio-maria-popolare.
Distinti saluti al loro sempiterno vittimismo, alle loro fedi gemelle, ai riti sciamanici, alle ostie benedette, ai loro chi non è con me è contro di me, a trincee, battaglie, nemici, invasamenti dionisiaci e apparizioni soprannaturali.
E profondi ossequi ai visionari delle centomila pallottole a salve, deviate da mani materne, abbracci sinceri ai depositari di sconvolgenti verità, secretate e sigillate in ceralacca perché i tempi non son maturi.
Buffetti alle guance dei poveri Brancaleone che ringhiano goffe smentite, consapevoli che la miglior difesa è l'attacco, e calde carezze a questi scribacchini da Vivibaghdad, in caftano e pashmina, bambini che fanno oh in giro per mercatini e moschee, con un po' di spik inglish in tasca, il sorriso sprovveduto di chi si sente dalla parte giusta, una macchinetta digitale, qualche foto malfatta e tanto, tanto amore.
Mille baci a tutti questi inutili dilettanti pieni di ardimento e convinzione, che del mondo arabo nulla sapevano, nulla sanno e nulla spiegano.
E convinti battimani ai tanti dervisci della parola, roteanti come trottole in girotondi inconcludenti, che per un po' ho pure pensato però, bravi, prima di vedere che la fumata era sempre nera.
Saluti carissimi ai valorosi reduci dell'Hotel Palestine, che appena scesi a Ciampino corrono direttamente al Quirinale a ritirare qualche premio giornalistico, mentre l'Africa langue in un fiume di sangue, ma lì non ci sono gli yankees e quindi si fottano tutti, che abbiam da fare la morale agli idioti.
Ciao ciao anche ai convertiti dell'ultim'ora, col ciglio umido per l'amico Nicola, bravuomo e soprattutto utile, sebben che fosse di vil razza dannata.
E già che ci siamo, buon otto marzo alle ritanne risvegliate che alla loro veneranda età scoprono maschilisti e squadristi tra gli amici migliori (ah, quante incredibili verità si palesano quando si viene punzecchiati!) e a quelle che si commuovono per lo schiavetto che al supermercato riempie il sacchetto e porta loro la spesa a casa, perché questa sì che è vita, signore, questo è il gusto, perbacco, dell'esser donne.
Adiós, compañeros, adiós, voi che svarionate proclami lassù sul pero. Attenti a calarvi con cautela, ché il rischio c'è: vi si strappano le braghe e si sbucciano le terga. In campagna elettorale già iniziata, non sta mica bene.

16.02.05

INDICE PUNTATO

Un contributo alla confusione generale

Volevo scrivere di libri, di atteggiamenti pseudo-elitari, di molle pigrizia e metafisiche ad hoc, che tengo come reliquie nell'armadio, insieme con l'antitarme.
Di estetiche viola, anche, ed etiche in tinta, stessa taglia, comprate all'Oviesse per sentirmi n'anticchia pop, che poi piaccio di più e me la tiro di meno. Ma mi tiravano loro, 'ste stronze, sui fianchi. Eccesso di dannate backstreets, I suppose.

Ti piace così, sono più sciolta, più spendibile? Se vuoi, mi metto a masticare la cicca e abbino calzettoni colorati + anfibi + mini, come ho visto fare alla figlia della Mina, una volta dal giappo. Anzi no, aspetta, adesso elimino i punti le virgole le maiuscole e ancheglispazi. Libertà anticonformismo rottura delle regole degli schemi. Di sticazzi, perdio!

E lungamente raccontarmi, volevo, poi dall'alto sorvolarmi, irrimediabilmente fuori moda e spettinata come sono, per capire com'ècos'ècomecristopuò un timpano piombato sentire dappertutto suoni sordi e questa ottusità chiamarla critica letteraria.

Eh, come dici? Non ti arriva nulla al corazon, non ti ecciti, non ti emozioni, non fila e non fonde? Hai ragione: questa colla ha troppi gradi di separazione dalla melassa e il birignao non è di marca. Sei brava, hai fiuto, non lo rifilano a te un Louis Vitton tarocco, accattato per venti euro alla stazione, con ombrello tascabile in omaggio. Ché poi, maledizione!, nemmeno piove.

Avrei voluto scrivere di libri, di editori, di blogger ubriachi, ma poi qualcuno ha detto meglio di me. Ubi maior.

29.01.05

INDICE PUNTATO

C'est plus facile

In piedi! Il gotha maschile dei blog si è pronunciato.
Leggendo le riflessioni (le riflessioni?) Pardon, contemplando le flessioni qui, qui, qui e qui, ho formulato i seguenti pensierini in ordine sparso.
C'era una volta il ginnasio. Vale a dire, epiche mazzolate, morti e feriti. Iscritti in quarta 30, sopravvissuti (incerottati da esami di riparazione compresi) 20. In quinta: iscritti venti, superstiti 15. Cattivoni. Mondo crudele. Fascisti.
C'era una volta Giovanni Gentile, appunto. Ora c'è donna Letizia Brichetto in Moratti. Eh, le cose cambiano.
C'erano una volta le sezioni del Pci. I ragazzi ci andavano a studiare Marx e Gramsci. Oggi un partito di taglialegna e boscaioli avanza compatto dal Mediterraneo all'Atlantico. Camicia a quadrettoni, maniche rivoltate, scarponcini cingolati, presa forte e decisa, si marcia verso il sol dell'avvenire. E' l'Italia dei valori e il God Bless America. Ma è anche Zapatero, Chavez, Tony e il Mortadella. E' il revival di Sette spose per sette fratelli, insomma, di una virilità muscolare di spiccio buon senso. Anabolizzata e cardiopatica, d'accordo, ma che intanto il Capitale ce l'ha in saccoccia o nel pacco. Tastandoselo, ha capito che la sinistra è in crisi per colpa di un branco di cacadubbi dediti alle solite masturbazioni mentali. Che dite, voi laggù in fondo? Che somiglia un po' troppo alla destra e la gente non vede più la differenza? Troppo Marx in passato, troppo poco oggi, chiedete? Ma per favore, non rompete... com'è che si dice? Ah, sì: non rompete il croccante. il mondo è semplice, facile da capire, facile da governare. E ricordate: studiate l'inglese e il mondo anglosassone, che le cose cambiano.
C'erano una volta Giulio, Giaime, Leone, Cesare ed Elio. C'era una volta l'Einaudi e le riunioni del mercoledì. Oggi c'è Loredana - sottobraccio un libro pieno di refusi (ma si può, dico, si può?) - che accompagna i ragazzi al saggio di danza di fine anno, fra tutù, cipria e quaranta di piedi infilati nelle scarpette da ballo. In posa per la foto ricordo, un pissi pissi corre tra le fila: te lo immagini come rosicano gli altri?
Ah già, dimenticavo: le cose cambiano, amici. Eccome se cambiano.

20.01.05

INDICE PUNTATO

In definitiva, una farsa

Si consideri il paradosso: sul tavolo delle "trattative", c'è il riconoscimento del valore d'uso degli embrioni per due ordini di finalità: curative tout court da un lato e curative della sterilità, quindi in seconda battuta "generative", dall'altro.
Il paradosso sta in questo, a mio avviso: l'attribuzione all'embrione d'un valore d'uso è premessa indispensabile perché, qualora l'accrocchio fecondativo riesca, l'embrione si trasformi in qualcosa/qualcuno che ha in se stesso la propria finalità e che smette d'avere valore d'uso pena il decadere dell'acquisita sua dignità umana.
Quando e come avvenga questa trasmutazione di senso, a prima vista legata semplicemente al successo d'una tecnica, non è dato sapere. L'embrione non è persona, si dice, ma quando avviene il passaggio dal non esserlo all'esserlo non mi è chiaro. Ve lo ricordate, no?, il paradosso di Achille e della tartaruga? Ecco. Siamo in panne in egual modo.
Mi chiedo anche cosa significhi "persona". Immagino, nelle possibili risposte, un elenco di attributi riconosciuti anche dai codici (l'inviolabilità di principio, per esempio), ma mi sfugge l'atto o la circostanza fondativa dell'esser persona (il concepimento, la nascita, la formazione del dna, cosa?). Insomma, mi sono distratta io, si tratta di ignoranza o forse non è ancora stato elaborato un discorso serio su queste che sono ormai espressioni correnti, tanto diffuse quanto concettualmente nebulose?
Ora mi si può dire: queste son quisquilie accademiche, qui c'è gente che muore di gravi malattie, si può avere il cuore di stare a soffermarsi su questioni teoretiche?
Tra l'altro, leggo proprio ora, da un'intervista a Luca Coscioni sul Corsera Magazine: "Non credo a nessuno di loro. Non posso credere che considerino l'embrione davvero una persona, che possa soffrire per l'embrione: nessuno potrebbe farlo, perché la sofferenza, la compassione per gli altri sono legate a sentimenti, idee, emozioni che si incrociano nel mondo delle persone e non in cellule osservate al microscopio".
Vorrei che si riflettesse su questo, intanto: l'umoralità che taluni lamentano pesare su queste disamine, il sentimento vibrante, la compassione, il Talitha, cumi che si vorrebbe pronunciato, se non da un dio che si dice morto, quantomeno dal dio moderno della tecnica, ebbene tutto questo pathos è nettamente sbilanciato a favore di chi è qui tra noi, visibile e tangibile col carico delle sue sofferenze. Quel che accade nell'infinitesimale non ci scuote altrettanto. Così come le guerre non testimoniate ci toccano di meno, così come tutto era diverso prima che qualcuno dimostrasse la sofferenza del feto abortito, così come tutto ciò che è lontano dagli occhi, è lontano dal cuore.
Ma non è su questo piano che voglio scendere. La gara a chi si commuove di più e per cosa non mi interessa. A me interessa l'Essere. Il mio, il vostro, quello degli embrioni. L'Essere con la e maiuscola. E su questo tema ho già fatto in passato le mie riflessioni.
Poiché considero assurdo - d'accordo con Severino - il concetto di "essere in potenza" (perché implica l'idea di nihil absolutum e quindi di un divenire che è continuamente nientificazione di ciò che è stato e creazione ex nihilo di ciò che è e che sarà), e poiché convengo nel ritenere il divenire il manifestarsi degli eterni nel cerchio (eterno) dell'apparire, ne consegue che tale (cioè eterno) è anche l'embrione, nell'ambito di questa visione, e necessario il legame che unisce il suo manifestarsi in quanto primo agglomerato di cellule al manifestarsi dell'individuo adulto ch'esso è destinato a diventare.
Data questa premessa, va da sé che se la soppressione dell'individuo adulto è da considerarsi omicidio e se l'eventuale finalizzazione della sua esistenza al servizio di qualsiasi scopo è da intendersi come un insopportabile asservimento, tali principi morali sono da estendersi anche all'embrione.
(Ricordo che questa tesi è considerata fuori dalla Chiesa e che si tratta - non ci sarebbe bisogno di ribadirlo, trattandosi di filosofia, quindi di un sapere interessato alla ricerca della verità e non alla fede - di una posizione assolutamente laica).
La legge sulla fecondazione assistita cerca di salvare capre e cavoli operando un compromesso tra le possibilità messe a disposizione delle coppie sterili dalla tecnica e l'imperativo morale di garantire a ogni "essere in potenza" il suo svilupparsi in "essere in atto".
L'accrocchio non riesce granché e s'arrampica su limitazioni (l'impianto di non più di tre embrioni per volta, che rappresentano il limite massimo di feti che in generale una gravidanza riesce a sopportare senza sicuro rischio di morte per qualcuno dei feti) che di fatto - lamentano i critici della legge - rendono inefficaci le tecniche di fecondazione assistita. (Anche qui però i pareri dei medici sono discordi).
La fragilità del compromesso dipende in parte dalle premesse teoretiche (Severino ha mostrato perché a suo dire la difesa cattolica dell'embrione abbia i piedi d'argilla), in parte dallo scarso senso, quando non dall'impossibilità, di limitare l'efficacia della tecnica. La tecnica non è, infatti, se non è lasciata libera d'agire al massimo della sua potenza.
Ora io ho qui espresso una tesi filosofica indigeribile ai più. E mica pretendo di convincere nessuno. Dico questo, anche a quelli cui questo approccio non importa un fico secco: definito genericamente l'embrione un "non ancora" o anche solo nient'altro che "materia organica", quale peso si intende conferire alla decisione di deviare il corso degli eventi che porterebbero lo stesso alla maturità di feto?
Insomma, accade o non accade qualcosa di importante in questa decisione, che non merita d'esser liquidata con pressappochismo, trascuratezza ed eccessiva disinvoltura? Per indole, io che non gradisco sconti di nessun genere, amerei che si dicesse: sì, in quest'atto si decide un destino e si compie un sacrificio sull'altare di maggior bisogni e sofferenze.
Si può arrivare a dire "io uccido", come dicevo in un post di qualche tempo fa, o anche soltanto - ma almeno! - "io interrompo un processo inevitabile che porterebbe a una vita umana". L'indifferenza no, non l'accetto. La sbrigatività e la noncuranza nemmeno.
E mi piacerebbe anche che non si sbertucciassero le opinioni di chi considera l'embrione un individuo (in potenza o in atto), perché il dilemma morale che si pone non è da poco: essere cittadini di uno Stato democratico, che cerca di garantire a tutti eguali dignità, diritti e doveri, significa rimanere inerti e permettere ciò che si considera un omicidio? Siamo sicuri che la posizione, mettiamo, di un cattolico debba esser tacciata di illiberalità?
Io per esempio, che ho detto come inquadro la questione, mi pongo questo problema: liberalizzerei tutto proprio perché sono convinta della giustezza di ciò che ho sopra esposto e perché, nella convinzione sperimentata giorno per giorno che la volontà di potenza vuole l'impossibile e non ottiene mai ciò che realmente vuole, se non nella propria illusione, lascerei andare questo fiume in piena dove vuole andare, cioè verso il paradiso della tecnica - e il massimo dell'angoscia - che l'attende.
Dall'altro lato, so che così facendo mi renderei complice di questa violenza e firmerei la resa contro ciò che più mi ripugna, cioè la consapevolezza che il limite di ciò che si può fare venga spostato ogni volta sempre più in là e che la tecnica crea altrettanti bisogni indotti e dolori e angosce di quanti prometta con la sua faccia d'angelo di risolverne, sicché nulla, ma proprio nulla viene ormai accettato come parte del proprio destino, ma tutti si è spossessati della propria storia.
Tutti pronti per amara ironia a tradurre l'antico conosci te stesso in un moderno "guardati dentro perché quel che t'accade te lo scegli". Finché però non si profili all'orizzonte la Soluzione. La pilloletta, l'operazione, la cellula magica, la provetta. Allora basta, non capiamo più niente.
Completamente accecati, corriamo come forsennati dietro l'ultimo ritrovato miracoloso e tutto ciò che è d'ostacolo dev'essere travolto. Figuriamoci poi se si tratta di qualche insignificante cellula che non ride, non piange e non ti guarda negli occhi.
Ed è impressionante il martellamento mediatico. La ricerca, la ricerca, la ricerca, vogliono bloccare la ricerca! Come se la Grande Cura fosse lì, dietro l'angolo. Invece sono anni e anni e anni che si favoleggia di queste staminali embrionali. C'è gente, tanta gente, che ride di Gesù Cristo in croce, gente che non crede a niente, ma guai quando parla il luminare, guai quando parla lo scienziato.
Il filosofo no, una bella pernacchia. Il dutùr in camice bianco è invece il Vangelo. Ma un po' di misura, un po' di sano scetticismo, no? Gente, io spero che abbiate ragione voi. Io spero che non salti fuori un giorno uno che ci venga a dire, com'è successo per le questioni climatiche e ambientali: basta allarmismi, l'elenco delle balle è questo.
Per finire, l'altro dilemma che turba chi pensa agli embrioni come vite umane in divenire è che sottozero ci sono 30mila embrioni sovrannumerari. Che farne? Buttarli via o usarli per fare del bene (detto col tono un po' enfatico)? Questo fatto a mio parere chiude la bocca a me, a quelli che, per tutt'altre ragioni, sono del mio stesso avviso, ed è la prova provata che la legge è splendidamente inutile, perché tutto quel che cerca, nello spirito, di impedire è già accaduto.
C'è una legge sull'aborto, intanto, che ha già stabilito cosa una società civile pensa degli embrioni e financo dei feti. E ci sono 50mila aborti l'anno solo in Italia, dicono le statistiche (mi pare pazzesco, ma così ho letto sul Corsera). I radicali dicono che sono diminuti del 44% quelli clandestini, ma intanto né l'aborto, né gli anticoncezionali, né le associazioni di aiuto alle madri impediscono l'accadere continuo degli infanticidi. Il che dovrebbe far riflettere un po' certi positivisti e progressisti, che pensano di bonificare in quattr'e quattr'otto il lato oscuro della vita.
Dunque, la legge è inutile, dicevo. Tutto questo lungo discorrere, anche. Perché la tecnica non aspetta, non considera obiezioni morali e/o filosofiche di nessun genere, non tollera alcuna limitazione e soprattutto produce coscienze tecniche.
Ecco perché, in definitiva, irrido alla cosiddetta "scelta di coscienza", ne sostengo l'impossibilità - a meno di fingere di vivere in un mondo altro, fuori dalla Storia e dal nostro tempo - e sempre più mi domando il perché di tutta questa farsa.

18.01.05

INDICE PUNTATO

In ricordo di S.

La prima volta ne sentii parlare quindici anni fa, al telefono.
"Sai, speriamo nelle staminali".
"Le staminali?".
"Sono cellule... stanno portando avanti delle ricerche. Così ci ha detto il professore, almeno".
"Speriamo".
La ricordo vent'anni fa al liceo, curva nel banco a fianco al mio, la bocca semiaperta sull'intrico contorto dei denti, gli occhi sfuggenti, i capelli un cespuglio spinoso.
Nell'insieme, una vita con la sufficienza in pagella e il fiato corto di chi corre a recuperar palloni e sa che gli applausi e gli inviti, mai e poi mai.
Eletta a raccogliere le sue rare e pudiche confidenze, io sola la conoscevo com'era, caustica e tagliente quant'altre mai, dimessa all'apparenza ma brillante tra le mura protette dell'amicizia.
Dopo qualche suo commento sibilato a mezza bocca, mi si sentiva ridere all'improvviso dal fondo dell'aula. "Che cos'hai, ti diverti?", mi chiedeva il prof. interrotto. Sì, mi divertivo parecchio e anche imparavo.
Più puntigliosa e precisa di me, si costruiva a prezzo di nottate in bianco una cultura rocciosa, puntellata da una memoria di ferro che mi impressionava.
Sua madre alle tre di notte la trovava ancora alzata, china sui libri, ed erano rimbrotti continui. "Dille qualcosa almeno tu", mi chiedeva.
In qualche modo uscimmo dall'incubo liceale e ognuna andò per la sua strada, lei con l'occhio al microscopio, io con Platone sottobraccio. Mi pareva contenta, a dire il vero, e stranamente a suo agio coi compagni di università.
Poi un giorno sua madre, al telefono: "Non sta bene, sai. Tutte le cose che studia, quelle che vede in laboratorio, la impressionano. Lascia perdere le ho detto". Io non capivo, mi pareva tanto strano. Dico, si può mica rimanere turbati dalla foto di una cellula?
Un anno dopo, "Ho cambiato facoltà", mi disse, "ho scelto Lettere".
"Ma sei sicura, è una scelta ponderata? Pensavo ti piacesse tanto quello che facevi". Niente, ormai aveva deciso. Contenta lei, pensavo.
Un giorno alla stazione, in attesa del treno per Milano, la vidi arrivare. Guardai due volte, incredula.
Disarticolata dalle manovre di un burattinaio ubriaco, incedeva a passi incerti col piede piegato a uncino, cercando a tentoni un appoggio sicuro. E così seppi.
"Non è sclerosi, guarda. Non riescono a fare una diagnosi", mi disse, raccontandomi del suo peregrinare per gli istituti di mezza Europa specializzati in malattie degenerative del sistema nervoso.
I suoi spesero parecchio per tentare tutte le cure possibili, ma dopo un anno fu costretta ad abbandonare definitivamente l'università, ormai derubata della propria indipendenza.
E vennero le telefonate difficili, con la voce rotta e affannosa, ché la malattia influiva anche su quello.
"Come stai?".
"Al solito".
"Uhm".
"Ma speriamo nelle cellule staminali".
Sono passati quindici anni e tre comete.

In Tv, ieri sera, ho sentito due scienziati esprimere, a proposito di queste ricerche, due opinioni opposte. Uno dei due sosteneva che assolutamente la cura di parecchie gravi malattie dipende esclusivamente dagli studi sulle cellule staminali embrionali. L'altra diceva invece che quanto ai risultati di ricerca non ci sono statistiche significativamente sbilanciate a favore della ricerca sugli embrioni rispetto a quella sulle cellule staminali adulte. Ora, ammesso e non concesso che la disamina di questo punto sia decisiva nell'orientare il comportamento elettorale in sede referendaria, io mi chiedo come si possa essere così superficiali da definire questa una scelta di coscienza. Pare a me questo sempre più un mondo di capezzoni di minchia.

14.01.05

INDICE PUNTATO

Mi serve un prestito

Scusasse, vossia, dov'è che devo mettere le crocette al referendum?
Ché se me lo dice prima cosa devo fare per far bella figura, risparmio la fatica di indovinarmelo da sola.
No, perché io la coscienza me la sono anche cercata, ma non l'ho proprio trovata.
Perciò sia buono, mi presti la sua. E non tema: gliela restituisco come nuova.

13.12.04

INDICE PUNTATO

Tu dimmi quando, quando

C'è chi dice dopo un soffio.
Chi dopo 24 ore.
Dopo tot settimane, dice la legge.
No, quando nasce!, dicono altri.
E perché non quando ride per la prima volta, allora?, interviene irriverente qualcuno. Del resto l'hai mai vista, tu, una scimmia ridere? Quindi potrebbe essere in quel preciso momento che la crisalide fetale si trasforma in persona, piccolo Zarathustra oltre l'umano troppo umano.
E chi lo dice?, chiede lo scettico.
La scienza!, afferma convinto il politico di sinistra. No, Dio!, replica il cattolico.
Che dite, l'etica!, tuona una voce da centro-destra.
L'uomo è piacere e dolore, dice il sensista, è un fascio di nervi che soffre e sorride alla vita.
Nossignore, è coscienza e capacità di autodeterminarsi, ribadisce il funzionalista.
Posizioni riduzionistiche!, conclude in sintesi il cattolico, che vede realizzarsi un disegno divino nella teleologia immanente che evolve necessariamente lo stato embrionale fino alla compiutezza dell'individuo.
Che ognuno faccia come vuole, pensa il liberale.
Con l'aiuto dello Stato, però!, ribatte il radicale, nella Babele sempre più confusa delle idee malferme, dei dubbi, delle decisioni prese e delle leggi discusse.
Sullo sfondo la Tecnica, ultima dea, sorride sardonica.

Tu dimmi quando, quando
non guardarmi adesso amore
sono stanco
perché penso al futuro.
Tu dimmi quando, quando
siamo angeli
che cercano un sorriso
non nascondere il tuo viso
perché ho sete, ho sete ancora.

01.12.04

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Una generazione di critici

Più che del saper scrivere in maniera eccellente, la maggior parte della gente è convinta di saper leggere e interpretare.
E ovviamente non c'è virtù più rara di quella più sfacciatamente millantata.

04.08.04

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Un tant al tocc

Sabato entro in libreria e da un ripiano mi attira un libricino con la copertina rossa, Se non è vietato, è obbligatorio. L'autore è Dave Eggers e la storia è quella della spietata competizione elettorale tra Stuart Craspedacusta e Murray Olongapo.
Lo prendo, penso. Vado alla cassa e mi sento dire: "Non può acquistare questo libro da solo: guardi bene l'offerta".
Torno indietro e scopro che in effetti il volume è disponibile solo come copia omaggio abbinata all'acquisto di altri due titoli minimum fax.
Rifletto due secondi: allora, questi geni markettoni di minimum fax hanno studiato il modo di prendere all'amo quel pisquano del lettore ingolosendolo col pescetto gustoso, che però, guarda caso, non può acquistare.
Trattasi di merce non mercificabile, come la canotta pincopallo o la borsaccia in plastica che ti regalano, chessò, con l'ultimo numero di Donna moderna.
O, perché no, come il libro xy che ti vendono all'edicola con il Corsera.
Sarebbe assurdo dire all'edicolante: scusi, vorrei solo il rossettodellapupainomaggio, del giornale non me ne può fregare di meno.
Insomma, mica siamo di primo pelo. Operazioni così ne fanno a iosa tutto l'anno. Eppure mi incazzo. Di brutto. Io volevo comprare quel libro e solo quello.
E mentre un rossetto, una canotta o anche il libro venduto nella formula "panino" insieme con il quotidiano posso comprarli singolarmente ovunque, di questo volume di Eggers è ahimé minimum fax, che io sappia, a detenere i diritti in esclusiva, per cui mi girano le eliche non poco d'essere così platealmente ricattata.
Non solo. Sul sito della casa editrice scopro che, volendo, se prenoto online "per soli trenta euro" (sic) i preziosissimi libri della collana Mini, ogni tre mesi mi arriva a casa un volume dei suddetti, ma SUBITO (in maiuscolo sul sito) mi arriva la chicca di Eggers.
Cioè, io pago 30 euro immediatamente, loro intascano, quel che ho acquistato mi arriva col contagocce, però, siori e siore, il libercolo del bel Dave plana uora uora nella mia cassetta della posta.
Figata, come si dice a Milano. Stronzi, dico io. E prezzolato anche il giornalista di La repubblica che così commenta la porcata: "Chi conosce Eggers si adatterà, chi non lo conosce è ora che ci provi".
No, ciccio, non funziona così. Io non mi adatto proprio per niente. I libri si scelgono come i partner. Per colpo di fulmine, per dispetto, per attrazione o repulsione, perché non avevamo niente da fare, per passione, per allegria o per non morire. Ma non un tant al tocc. Non per ricatto.

30.07.04

INDICE PUNTATO

Delitto e castigo

Leggo sul morituro Quattroeunquarto che "Oggi la stragrande maggioranza delle persone sta in carcere con altre ragioni, o scuse. La ragione del desiderio punitivo e vendicativo delle persone".
E' un'affermazione vera, non è vera, è condivisibile, non lo è? Impossibile rispondere: c'è la gente di mezzo. Cioè tutti e nessuno al tempo stesso.
La gente è un fantasmatico, ma non per questo meno reale, oggetto del pensiero. L'oggetto del mio pensiero. Il mio uomo massa, insomma, quello che la mia sensibilità mi rappresenta nel corso dell'incessante confronto tra l'io (con la sua inavvertita molteplicità) e il mondo, dove l'uno e l'altro termine di questa polarità sono in un rapporto di continuo commercio e quindi solo astrattamente individuabile - per lo più a beneficio dell'andamento dialettico del pensiero - come lo stanziarsi di poli distinti e autosufficienti.
Ora il mio uomo massa, la mia gente è antica più di quanto non sappia di essere.
E' arcaica, greca, cristiana, pagana, moderna e contemporanea al tempo stesso. La mia gente non è semplice. Non è forcaiola tout court. Piuttosto, non ha appigli etico-culturali sufficientemente saldi, al momento, per riuscire a metter pace tra tutte le sue anime. Soprattutto di fronte al sangue.
Che una di queste anime sia appartenuta - e appartenga per retaggio culturale - a un dio geloso e vendicativo è certo.
Che quel dio abbia generato da sé il superamento della propria stessa weltanschauung, sublimata in una divinità più tollerante e pronta al perdono, è altrettanto certo.
Che dio sia morto il giorno stesso in cui ha abbandonato la propria arcaicità per scendere a compromessi col pensiero tecnico e tentare la via della modernità, e che infine questo processo di necrosi sia senza ritorno è un'ovvietà filosofica - e quindi elitaria - della quale nemmeno l'ateismo modaiolo ha compreso la portata. E tuttavia è una realtà anche questa.
Quindi siamo qui: noi e il sangue, le mani tra i capelli, confusi, nessun dio cui appellarci, nessuna comunità alla quale stringerci, nessun codice cui fare riferimento.
Il sangue va lavato: lo sappiamo per istinto primigenio. Ma non sappiamo come, quando e perché. Il crimine va espiato: anche questo sappiamo per istinto di conservazione di quel che resta del nostro vivere associato. Ma anche qui non sappiamo più come, quando e perché.
Ora, che si denunci la condizione disumana in cui versano le tante carceri fatiscenti di questo Paese è cosa dovuta.
Ma bisogna anche capire che il carcere in quanto tale è uno degli ultimi baluardi di una cultura che, prossima al crollo, si aggrappa alla fede nell'inoltrepassabilità di un limite etico nonostante la Tecnica sia lì a dimostrarle, ogni giorno, che la volontà di potenza ha successo e che tutti i limiti sono oltrepassabili.
Non solo. Bisognerebbe cogliere anche l'incolmabile abisso che c'è tra la più disgraziata delle vite dietro le sbarre e il sangue versato, altrimenti si finisce per fare un discorso che alimenta colpevolmente la conservazione dello status quo senza dare altro contributo alla cosiddetta crescita della coscienza civile se non quello di dire a questa stessa coscienza: vergognati di te stessa.
Ora la questione carcere sì - carcere no non può essere trattata in termini massimalisti. Né in termini blandamente moralistici, sia in un senso che nell'altro.
Nemmeno il Codice di per sé solo - anche laddove stabilisce i termini di legge nei quali è lecito applicare le misure di custodia cautelare - basta a illuminare l'agire fuori da ogni ragionevole dubbio.
Prova ne è il recente ritorno alla ribalta di un celeberrimo fatto di cronaca, attraverso il quale è risultata evidente l'opinabilità delle considerazioni sulla base delle quali si stabilisce la reale pericolosità sociale di un indagato, di un imputato o di un reo.
S'è visto che le reazioni alla temporanea conclusione di questo caso giudiziario hanno da più parti stuzzicato argomentazioni di ordine sociologico nonché osservazioni in merito al sistema giudiziario in generale, al Codice penale e alla sua applicazione.
Intanto, ammesso e non concesso che la "gente" si scandalizzi del fatto che una condannata a 30 anni di reclusione per un reato gravissimo, seppure in primo grado di giudizio, rimanga a piede libero, ciò avviene, a mio parere, non per gusto forcaiolo o istinto di vendetta. Né la Procura che non ne ordina l'arresto agisce in tal senso per motivi umanitari, per incoerenza o perché la condanna non è ancora definitiva. Nossignore.
Lo fa, io ritengo, per un motivo ben peggiore dal punto di vista dell'interessata (se solo la signora arrivasse a comprendere la mostruosità della cosa).
Lo fa perché ritiene - evidentemente sulla base delle perizie psichiatriche - che l'assassina fosse capace di intendere e di volere al momento del delitto, nonché animata da un preciso movente che su quel bambino e solo su quello doveva scatenarsi nella furia omicida. Questo a prescindere dalla probabile rimozione psicologica del fatto commesso.
In sostanza, la Procura deputata alle indagini s'è fatta un'idea dell'assassina (o presunta tale, fino a prova contraria) ben più atroce di quella che si sarebbe fatta l'opinione pubblica, peraltro comprensibilmente disorientata, che la ritiene - sulla base dei fatti a sua conoscenza - semplicemente una squilibrata.
In conclusione, certo pressappochismo alla Alberoni, con il quale si liquidano troppo superficialmente problematiche che attengono alle radici di tutta una cultura, e l'immaturità dei tempi, che impedisce a visioni altre di attecchire nella coscienza collettiva, congiurano a sufficienza per inficiare le già fragili basi teoretiche di una revisione complessiva del rapporto tra delitto e castigo.
Ma non c'è dubbio che il colpo di grazia alle stesse arrivi dal ricorso a esempi che ritengo sbagliati e fuori luogo. Franzoni e Battisti su tutti, giusto per non fare nomi.

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La legge è uguale anche per tutti

Oggi finalmente sapremo perché la magistratura ha finora dispensato l'avvocato Taormina dall'obbligo di denunciare tempestivamente il presunto colpevole di un crimine gravissimo.
Il fatto costituisce reato per ciascun semplice cittadino: vorrei capire sulla base di quale motivazione si è ritenuto che l'attività investigativa svolta dal collegio difensivo della Franzoni potesse continuare indisturbata per oltre due anni, mentre un pericoloso killer se ne stava tranquillamente a piede libero, pedinato da qualche obeso tomponzi.

23.07.04

INDICE PUNTATO

Ti distingui dal luogo comune

Farlo gratis con tutti. Ah, che bello. Parli a vanvera con tutto il mondo (ma che c'avrai mai da dire a tutti? E stattene un po' zitto, sparisci, scompari almeno d'estate, va) e ti viene restituito un bonus fino a 300 euro. Sono le meraviglie della Super Summer Card di Vodafone. E puoi rinnovarla per un altro mese: cosa vuoi di più?
Uhmmm. Pre ci sia un problemino, caro amico logorroico.
Ora lo so, tu sei furbo e questo è il paese dei balocchi. Perciò ti sei fatto i tuoi calcoli: ora attivi la SSC e per un mese intorti un po' di belle pupe "gratis". Poi, finita la pacchia estiva, hai il tuo bel bonus di telefonate da spendere in un anno con la fidanzata ufficiale.
Sicché ci prendi gusto e fai l'errore fatale: rinnovi la SSC per un altro mese.
Bravo fesso. Perché la cangurona australiana mica te l'ha spiegato bene, ma sai, chi s'è preso l'incomodo di chiamare il 190 per avere ragguagli ha scoperto che, se ci caschi e rinnovi la carta, finisce che perdi il bonus accumulato prima e ricominci da zero.
Ora, io spero che l'impiegato del call center, chi l'ha chiamato o entrambi avessero bevuto un po' o fossero storditi dal caldo, perché non voglio credere che davvero Vodafone si metta a lucrare sui soldi delle telefonate che uno fa in un mese di ubriacatura estiva - e che altrimenti non avrebbe fatto.
L'utonto è stato invitato dall'omino del 190 a dare un'occhiata al punto 6 delle Note che in corsivo minuscolo sono apposte all'offerta: "Nel caso in cui il rinnovo avvenga prima dell'esaurimento del bonus, il residuo non contribuisce al traffico utile all'accumulo del bonus successivo". Boh.

Come stai
ti distingui dal luogo comune
ti piace vivere come sei
e rispondere solo a te

22.07.04

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Risiko Champions League

State zitti, andate a lavorare, intimano certe facce da kiulo senza kiulo.
Zitti e mosca - insistono codeste scimmie - e avete rotto le palle voi che non v'inchinate di fronte alle nostre sudate carte igieniche, imbrattate di spiritidiozie a buon mercato, e che rosicate senza sosta, invidiosi del nostro successo.
Cristobenedetto, qualcuno faccia qualcosa, per pietà. Possibile che nessuno abbia un Nobel per la illetteratura che gli avanza?

19.07.04

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Finché c'è la salute

Qui, nella ridente Cittaslow - sapete, quelle città che si distinguono per "qualità del tessuto urbano, accoglienza, arte del ricevere, cura e rispetto dell'ambiente, politica delle infrastrutture, gusto per la buona tavola" - da anni l'orologio del campanile segna solo il tempo di morire, mai quello di nascere.
E' così da quando il reparto Ostetricia e Ginecologia del locale Ospedale ha chiuso i battenti.
Perché sia successo, non so. Fatto sta che una cittadina di più di trentamila abitanti ha fatto del pendolarismo perpetuo la sua principale virtù, fin dal primo vagito.
Si nasce altrove, si studia altrove e si lavora altrove: tutto chiuso per ferie a tempo indeterminato, per ottusità mentale o per fallimento.
Del resto, già è tanto che abbiano messo in piedi un liceo scientifico. Classico, linguistico o sa il cavolo cosa, neanche a parlarne.
Comunque, dei tempi in cui si decise che le signore partorienti dovessero fare armi e bagagli, ricordo solo qualche articoletto sul giornale locale in cui ci si rammaricava di non poter più veder scritto, sulla carta d'identità, "nato a ***". Capirai il lustro.
In realtà, le marsupiali interessate non erano poi tanto dispiaciute. Si raccontavano cose turche di quel reparto e in ogni caso era ormai prassi consolidata, tra quelle mura, schedulare parti pilotati, con dolorose contrazioni indotte.
Va bene che la medicina è un po' soggetta a mode e convinzioni da stregoni, per cui c'è stato il periodo in cui non c'era dentista che non facesse estrarre i denti del giudizio appena spuntavano né chirurgo che non facesse piazza pulita delle tonsille al primo mal di gola od ortopedico che non martirizzasse inutilmente i piedi dei bambini dentro insoffribili scarpe correttive.
Figuriamoci, c'erano addirittura quelli che facevano dormire piccoli martiri in età scolare con le gambe imbrigliate dentro tutori di metallo solo perchè avevano le ginocchia un po' storte, prima di scoprire l'acqua calda, cioè che con la crescita quasi tutto si sistema da sé.
Va bene tutto, vanno bene i progressi della scienza e tutte le idiozie annesse e connesse, ma qui evidentemente si esagerava. Un po' di buon senso, perdio!
Non per nulla, le sorti dell'Ospedale cittadino sono andate in caduta libera, da allora, se è vero che ormai si è arrivati a organizzare una raccolta di firme per scongiurarne la definitiva chiusura.
Mentre è in corso di costruzione un nuovo padiglione, infatti, pare che l'intera struttura stia marcendo sia materialmente che professionalmente. I posti letto diminuiscono, i pazienti disertano, il personale medico e paramedico viene trasferito e non più sostituito.
Ristrutturare i reparti esistenti? Soluzione troppo ovvia. Meglio stanziare 15 milioni di euro per costruire un Ospedale nuovo e, successivamente, abbattere il reperto archeologico, testimonianza dei tempi che furono. Vedremo.
Intanto, stamattina alle sei la signora B* attendeva davanti alla portineria.
"Come mai già in piedi a quest'ora, signora?".
"Aspetto che mi accompagnino al San Raffaele per un ciclo di cure. Sa, sono malata".
"Mi spiace... Auguri e non si abbatta. Almeno lei".

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Lavorare stanca

Giorni fa termino di leggere un libricino-cocktail che zompetta leggero intorno alle vicende di un trio di amiche lanciate alla conquista della Grande Mela e mi ritrovo a osservare che anche negli uffici americani torme di impiegati annoiati e nullafacenti sono assediati da stagisti animati da insopportabile buona volontà e desiderio di mettersi in buona luce.
E che insomma anche lì si cazzeggia tirando sera o al limite ci si frulla i neuroni in quelle tipiche e inutili occupazioni impiegatizie nelle quali s'accumula la forza d'inerzia che motiva l'inspiegabile sopravvivenza del dinosauro aziendale.
La regola aurea è: massimo sforzo, minimo risultato. Ma se pensi che tirare a campare sia il vizio originario del terziario, ti sbagli di grosso. Ormai, cosa ci sia o debba esserci dentro la parola lavoro è un mistero.
Te ne accorgi dando un'occhiata ai lenti e siddiati colpi di cazzuola dei muratori che lavorano due palazzine più in là, in vistoso ritardo con la consegna degli appartamenti - prevista per il maggio scorso - e apparentemente immobili, come tante Penelopi che di giorno tessono e di notte disfano.
E' buffo. Tutto questo Paese è un cantiere all'aperto e nessuno sa più tirar su un muro diritto. Mi dice infatti un giovane geometra che trovare un'impresa edile decente è come cercare un ago in un pagliaio e che all'ottanta-novanta per cento lavorano coi piedi facendo più danni che altre cose.
Demerito di generazioni di italiani rammolliti dal benessere? Non solo. Le imprese ormai impiegano diversi extracomunitari che sono, sì, sottopagati, ma che - mi par quasi di vedere la faccia inorridita di qualche terzomondista di professione - non sanno né vogliono fare un beneamato. Provare per credere.
E i famosi bergamaschi, i re dell'edilizia, forti di una nomea che li vuole i migliori sul mercato e quindi in diritto di chiedere cifre esorbitanti? Quelli te li raccomando.
Mi hanno appena raccontato di una signora milanese che - dovendo posare quattrocento metri quadri di parquet - s'è rivolta a una ditta specializzata di Bergamo, la migliore (e la più cara) sulla piazza.
Velocissimi, nel giro di un solo giorno hanno completato il lavoro, senonché la suddetta signora, al rientro nell'appartamento, si è accorta che ciascuna listarella di legno era macchiata di umidità.
Immediatamente, telefona all'impresa e chiede la sostituzione del materiale. "Problemi di stoccaggio", le rispondono, "domani veniamo e sistemiamo tutto".
L'indomani mattina, una telefonata di buon'ora annuncia il contrordine compagni: "Ci abbiamo ripensato, signora. Il parquet rimane quello che abbiamo posato e, se lei vuole, ci faccia pure causa".
Basita, la signora decide di procedere per vie legali e, oltre al proprio avvocato, le tocca nominarne un altro di Bergamo, perché quello è il foro competente.
Il giorno dell'udienza si trova di fronte un giudice che asserisce di conoscere bene l'impresa chiamata in giudizio e di ritenere che lavori sempre ad opera d'arte, per cui dispone che la committente si accontenti di aver pagato i due terzi del dovuto e così sia.
Naturalmente, su dieci che galleggiano allegramente su questo malcostume, ce n'è uno onesto e bravo. La classica rondine, insomma, che...

25.06.04

INDICE PUNTATO

Storie di ordinaria inciviltà

Attenzione: post ad alto contenuto di incazzosità e turpiloquio. Astenersi beneducati

Ieri sera, viale Papiniano, Milano. Arrivo, parcheggio e, conscia delle mie attuali ed evidenti difficoltà di deambulazione, aspetto sul marciapiede, invece di tentare la solita gimcana tra auto e auto, che il flusso delle macchine si arresti prima di raggiungere il lato opposto allo spartitraffico.
C'è solo una macchina ferma a lato della strada, coi lampeggianti accesi: nel complesso, via libera, perciò attraverso.
Sono ormai in mezzo al viale quando il guidatore della macchina parcheggiata mette improvvisamente in moto e accelera a tutta velocità nella mia direzione.
Mi volto sorpresa. Ho appena il tempo di affrettare il passo, per quanto mi è possibile, e di mettermi in salvo sul marciapiede.
Non riesco a credere che l'abbia fatto davvero. Furibonda, vedo che il criminale si ferma al semaforo rosso, lo raggiungo, busso al finestrino e gli dico senza tanti complimenti: "Sei una gran testa di cazzo".
Per tutta risposta, costui, indignato per l'offesa ricevuta, sale con le ruote sul marciapiede e mi grida: "Ehi, tu, cos'è che vuoi?". Torno indietro: "Sei una testa di cazzo, te lo ripeto. Mi hai vista, hai visto anche che fatico a camminare e hai accelerato nella mia direzione".
"Sì, ti ho vista e ho accelerato", mi risponde tronfio. Spalanco gli occhi di fronte a tanta improntitudine. Mi vedessi allo specchio in questo momento, vedrei sicuramente quella vena sulla fronte che mi si gonfia quando sono fuori di me. "Ah, complimenti", gli dico, "faccia da culo che non sei altro".
"Testa di cazzo sarai tu", replica. "Pezzo di merda", faccio in tempo a dirgli, prima che il semaforo diventi verde e lui, sgommando, riprenda la conversazione al cellulare con la troietta sua pari, che sta sicuramente raggiungendo in un locale alla moda dei Navigli.
Scossa e sull'orlo di una mezza crisi di pianto, rimango lì a chiedermi perché. Perché, perché, vorrei tanto saperlo. Racconto al mio amico A* l'accaduto e lui bofonchia: "È il caldo". Il caldo? Ma se ci son ventisei gradi scarsi? Ad agosto che facciamo, ci divertiamo a cecchinare i passanti? Pedone, cento punti. Pedone donna, cinquecento. Anziano, mille.
No, giuro, vorrei aprire il cranio di quelli che fanno i gradassi approfittando del fatto che una sia sola per strada, fregandosene del pericolo cui la espongono.
Vorrei anche tornare indietro e sgambettare i due che una settimana fa, a Punta Raisi, hanno scavalcato la coda e mi sono passati davanti mentre ero in attesa, sotto la pioggia scrosciante, di salire sulla scaletta dell'aereo, facendosi pure spazio armati del loro bagaglio a mano.
E vorrei rovesciare il carrello di quelli che, al supermercato, vanno a pagare alla cassa con precedenza senza esser disposti a cedere il passo a quanti ne hanno davvero diritto.
"Signora", mi chiede la cassiera, "lei potrebbe non fare la fila, lo sa?". "Sì, lo so, ma piuttosto che vedere certi grugni scocciati, rinuncio a un mio diritto" e non sto nemmeno a raccontarle dei colleghi che non vedono nessuna ragione perché vi siano casse con precedenza o del capo che commenta con un sarcastico "voglia di lavorare saltami addosso" la mia richiesta di ferie.
"Lei sbaglia", insiste la cassiera. Sicuramente sbaglio. Difetto di lucidità in questo periodo e da un lato non ho troppa voglia di offrirmi come cavia per l'istruzione alla civile convivenza del cafone medio, dall'altro ingaggio a mio rischio e pericolo scambi verbali al fulmicotone col primo pazzo che incontro.
"Fa caldo", dice A*. A me non pare, ma conviene forse che vada a comprarmi un ventilatore, almeno, prima che io cominci a somigliare troppo a 'ste scimmie metropolitane.

24.06.04

INDICE PUNTATO

Crisi di mezza età

Ma che succede a Sting? Continua a straparlare di sesso e droga come nemmeno Vasco Rossi ai tempi che furono. Urge una museruola.

01.06.04

INDICE PUNTATO

Non ci sono più i ladri di una volta

"Ma ti rendi conto che scimunito?" - mi dice D*.
"No, dico, rubare una macchina alle sei del pomeriggio e infilarsi nel traffico del Giambellino è da idioti!".
Rido, mentre mi racconta la scena da film. Non contento e preso dall'isteria della fuga - anche se nessuno lo inseguiva -, l'astuto ladruncolo arriva allo stop, tampona a più riprese la moglie di D* nel tentativo di uscire dall'ingorgo, poi desiste, abbandona la macchina in mezzo al traffico e se la dà a gambe, mentre la moglie di D* e suo fratello richiamano invano l'attenzione dei vigili, seccati assai perché interrotti durante il loro giro di pattuglia.
Son settimane che D* si diletta tra ospedali, assicurazioni e avvocati. "Hai capito?" - mi dice - "Se non hai torto, i cocci sono tuoi".

10.05.04

INDICE PUNTATO

I cultori della provocazione

Primo: mi piacciono quelli che vanno in fondo e non si nascondono dietro un dito. Uno che impicca tre bambini-fantocci e poi dice no, guardate, io li ho solo appesi, uno così e tutti quelli che ripetono con lui 'sta fesseria sono per quanto mi riguarda dei vigliacchi disonesti. Vuoi fare l'artista iperrealista? Fallo fino alle estreme conseguenze, difendi la tua opera d'arte e non sminuirne la portata provocatoria. Altrimenti vali zero. Un realistico zero.
Secondo: non capisco com'è che ci siano ancora persone pronte a gridare al genio per una provocazione da due soldi. A monte, non capisco chi ama le provocazioni e considera se stesso un sonnambulo da spintonare per tornare allo stato di veglia. Sarà orgoglio, questo mio, ma è per me motivo di offesa l'esser messa nel mazzo di un pubblico che si considera degno d'esser preso a sberle. Beati quelli che se ne compiacciono: di certo, non fa per me.
Terzo: mi disturba il conformismo di chi laurea artista chichessia sulla base del curriculum. Ah, è un grande questo, si dice, non per nulla ha pubblicato e/o esposto qui e anche là. E allora? E allora, allora? Delle decisioni di certi galleristi o editori con la faccia e l'aspetto da bovari mi ci sciacquo. Quanto ai critici d'arte, tra uno Sgarbi e un Daverio non ho dubbi a quale dei due prestare ascolto.
Quarto: menzionare l'orrore che ci circonda per giustificare simili boutade è un falso argomento. Quasi più ipocrita della pretesa differenza tra l'impiccare e l'appendere per il collo.

07.05.04

INDICE PUNTATO

Merda d'artista, artista di...

Beata ignoranza. Non sapevo nemmeno chi fosse questo Cattelan. Ora di costui vedo due cose: una foto che ritrae tre fantocci-bambini impiccati a un albero - anzi, no: appesi, come precisa l'autore dell'opera (sarà, io li vedo penzolare da un cappio) - e una sua intervista rilasciata al Corsera, perfetta per irritarmi.
"L'arte ha il compito di suscitare discussioni" è una frase che solo un sedicente artista può pronunciare. A parte l'idea miserrima del compito, che fa tanto scuola elementare, è la finalità del discutere che immalinconisce ed è l'intento psicopedagogico di massa che deprime.
Ogni tanto vien fuori un Savonarola animato dal sacro fuoco del risveglio delle coscienze (altrui, s'intende) e si atteggia a genio incompreso. Poi si lamenta: in giro c'è di peggio, dice. E si mette in gara con la cronaca nera. Spiacente. Solo il fare privo di intenzione ha riuscita e l'arte disertata dal daimon non è altro che attonito dondolare dal ramo di un albero.

INDICE PUNTATO

Te la do io l'interattività

La sublime Anna Masera ha aperto un blog di una noia mortale e perciò candidato al successo. Per tenere il punto rispetto a quanto scritto in passato, la suddetta tiene a informarci che il suo non sarà un diario intimistico, di quelli tipici di noi perenni adolescenti che raccontiamo i fatti nostri, peraltro di nessun rilievo pubblico. "Lo scopo del blog" - spiega la Masera - "per me non è un diario personale da rendere pubblico, ma 1) un luogo che io possa accedere da dovunque in qualsiasi momento, una specie di grande archivio del mio lavoro a La Stampa sempre a disposizione; 2) un luogo di interazione diretta e immediata con voi, il pubblico interattivo, sempre pronto a criticarmi, migliorarmi, incoraggiarmi, darmi consigli, segnalazioni e contributi".
Eccomi qui, in uno dei miei rari sprazzi di interattività, pronta ad accontentare la grande giornalista. Dunque, cominciamo dall'anacoluto. "Lo scopo" - soggetto della frase - rimane appeso malinconicamente al pennone: vogliamo fare qualcosa, tirarlo giù, dargli una voce, che magari scende da solo? "Lo scopo non è un diario, ma un luogo". Mi si rizzano i caini. "Un luogo che io possa accedere da dovunque". Uh, altro che The passion. La lenta agonia della sintassi crocifissa. "I contributi vostri, spero arrivino senza linciaggi", conclude alzando bandiera bianca. E sia. Nessuno tocchi la Masera.

06.05.04

INDICE PUNTATO

Il buono e il cattivo

Apprendo dal Corsera di oggi che nel manuale della Cia del perfetto torturatore (!) si illustra, tra le tante tecniche di interrogatorio, quella definita come Spinoza and Mortimer Snerd.
Il prigioniero viene in sostanza sottoposto, con crescente angoscia, a una raffica di domande delle quali non conosce le risposte, fino a che un secondo poliziotto entra in scena e lo interroga su qualcosa che sicuramente il prigioniero conosce. Chi ha subito interrogatori di questo genere riferisce di aver provato un tale senso di sollievo da aver dimenticato immediatamente la consegna al segreto militare.
È una novità? No. Gli esperti delle risorse umane lo sanno bene, perché anche tra loro circolano manualetti che istruiscono gli addetti ai lavori sulle tecniche euristiche con le quali condurre un colloquio di lavoro. Molto usato, il modello del buono e del cattivo. Insomma, a me è capitato.
Comincia il cattivo, ovviamente, che, sprezzante, si rivolge al candidato con tono di sufficienza, sottolineando ogni risposta con alzate di sopracciglio e commenti umilianti. La cosa va avanti per un bel pezzo, fino a che entra nella stanza il buono, il quale ti stringe subito la mano calorosamente e ti accoglie con un gran sorriso.
Il primo si defila, accampando la scusa di qualche impegno di lavoro, mentre il secondo si accomoda e strizza l'occhio al malcapitato, dandogli ad intendere che può rilassarsi, che il suo collega è una serpe e lui lo sa benissimo.
Dove vuole arrivare? Vorrebbe che il candidato si sfogasse parlando male del primo selezionatore, tanto per tastarne il polso. È un tipo che semina zizzania, uno di quelli che nei corridoi cuce il cappotto al capo, uno che cerca alleanze, uno che ha bisogno di sentirsi amato? Questo è - secondo loro - il modo giusto per saperlo. Io non so chi sia peggio tra i torturatori al fronte e gli scemi di guerra in tempo di pace.

05.05.04

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Io uccido

"Appartiene al genere maschile l'istinto alla violenza, mentre è proprio delle donne il potere di dare la vita".
Lo affermò Dacia Maraini anni fa, quando venne invitata al paesello per l'ennesima presentazione di "Bagheria".
Alzai subito la mano: "Scusi, non le sembra che il potere di dare la vita sia un concetto pericolosamente contiguo con il suo opposto, il potere di dare la morte?" e feci notare alla Maraini che la volontà di potenza alla quale lei accennava senza avvedersene inficiava alquanto il ritrattino agiografico che lei stava facendo del genere femminile.
Insomma, l'idea che gli uomini rendessero più brutto il mondo, cattivi e guerrafondai come sono, mentre schiere di innocenti angeli del focolare fossero intente a tessere la tela era pura illusione. Non per nulla la mitologia greca mostra d'essere più consapevole di certa retorica femminista di quanto l'uccidere sia parente stretto del mettere al mondo. Naturalmente, là dove si intendano entrambi i gesti come nichilisticamente potenti ed efficaci.
Ne ottenni una risposta confusa, che in parte ritrattava - "lei ha ragione, mi sono espressa male" - e in parte girava su se stessa in modo inconcludente.
Vabbeh, io ero giovane e stronza (non che adesso...), la Maraini un'intellettuale fin troppo facile da impallinare. Tuttavia su quella frase rifletto da parecchio, soprattutto in questo periodo, in cui mi pare profondamente ingiusto, ancorché folle, che la tecnica faccia precipitare sulle donne, volenti o nolenti, il peso di decisioni che violentano il mistero del nascere e del morire.
Succede ogni giorno, costantemente, che una donna debba decidere se affrontare esami diagnostici che mettano a repentaglio la vita di un nascituro, magari inutilmente e col solo conforto di oscillanti statistiche sulla cui attendibilità sarebbe prudente avere qualche dubbio, dato il costo non indifferente di questi esami, cui ormai si ricorre in preda al panico e ben oltre i limiti imposti dalle prescrizioni mediche.
E comunque, se le cose vanno male, te ne fai tanto di entrare nella casistica dell'un per cento. Se le cose vanno male, ti peserà per sempre l'aver esposto un individuo sano al rischio concreto di morire per sondare se fosse portatore di malformazioni. In caso di diagnosi positiva, sei chiamata a prendere decisioni che non avresti mai voluto prendere.
Decisioni che io considero per me stessa semplicemente insostenibili. Tant'è che guardo con un misto di invidia e di orrore alla disinvoltura altrui che suggerisce, per esempio, a una Chiara Valentini di denunciare su L'Espresso l'assurdità di considerare "quel piccolo ammasso di cellule che è il concepito come un titolare di diritti autonomi". Ammasso di cellule. Ehi, pupa, dov'eri col cuore e con la mente quando hai scritto 'sta roba oscenamente moderna, scientista e ottusa?
Vorrei sapere cosa mi significa un'espressione di questo genere. Significa - immagino - che quel mucchietto di roba lo prendo, lo siringo o lo butto per i miei usi e consumi e, come un moderno alchimista, ne faccio l'amoruccio della vita mia, se l'incantesimo mi riesce.
Ora io so che dovrei fingere di inghiottire senza disgusto questa mappazza progressista e pietire, nonché accusare di dispotismo, quelli che dicono di no, rei di oltranzismo cattolico. Figuriamoci. I cattolici non sono nemmeno abbastanza religiosi per me.
No, scusate, non ce la faccio. E non è che il mondo non mi sembri peggiore perché succedono queste cose e perché - mentre succedono - mi devo pure sorbire i rigurgiti d'odio gratuiti dei falsi pacifisti che questi bicchieroni di fiele li mandano giù come niente.
È che mi fa proprio schifo. È che se devo sopprimere una vita, per qualunque ragione io lo faccia, voglio dirlo a chiare lettere quel che sto facendo: io uccido. Niente ammassi di cellule, embrioni, nullità in atto e persone in potenza. Sconti non ne voglio, filosofessi.

03.05.04

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Profumi e balocchi

Osserva rapita i pupazzetti rosa, gialli e verdi che hanno astutamente piazzato vicino alle casse, getta uno sguardo a sua madre che scuote la testa, si sporge dal carrello, dove l'hanno messa a sedere, prova ad afferrarne uno, ci strofina su il musetto, si rivolge di nuovo alla madre, coriacea e non seducibile, aggrotta le sopracciglia, diventa rossa in viso e parte con la sirena a tutto volume.
Ogni volta la tragedia di un copione che si ripete uguale a se stesso in tutti i supermercati. Nella fila a fianco, un'altra bimba la spunta e riesce a far passare sul nastro un paio di quei fermagli colorati che le hanno messo sotto al naso proprio perché - al momento di uscire, col portafoglio in mano - riuscisse a commuovere il parentado.
Presi all'amo, strumentalizzati nella loro fragilità emotiva per arrivare al quattrino dei genitori, spesso tristi e piagnucolosi, i bimbi che incontro mi fanno una gran tristezza.
E poi penso a noi, pseudo adulti, e mi chiedo se siamo tanto diversi, se abbiamo in tasca una ragione vera per dire di no, noi che non siamo meno vittime di desideri indotti, assurdi e senza fondamento. Paghiamo di tasca nostra, senza chiedere niente a nessuno: questa l'unica differenza.

27.04.04

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Né acrobata né mangiatore di fuoco

Il fascino è cosa sottile e credo abbia poco a che vedere con caratteristiche superomistiche.
Ha a che fare, piuttosto, con il saper gravitare sul proprio baricentro, con la misura, i chiaroscuri, il camminar sul filo e l'assoluta refrattarietà allo striptease dei sentimenti o del godimento estetico.
L'uomo affascinante non sbraca, specie quando fa un complimento. Quando parla di cozze allude ai mitili e le bocce le considera un gioco d'altri tempi.
Conosce le leggi del branco ma se ne tiene in disparte e non si impegna in agonismi verbali per dimostrare a se stesso o ad altri d'essere maschio: è sicuro di sé e questo gli basta.
Il vero uomo non dà di gomito agli altri come un cagnolino in calore, non tratta le donne con le quali ha a che fare quotidianamente come camerati di caserma, non ne umilia l'intelligenza - nemmeno complimentandosene come fosse un miracolo della natura - , né lascia ad intendere che con quel culo e quelle tette non si sarebbe detto.
L'uomo scaltro non mette in piazza le virtù di una donna che gli interessi veramente, perché non è così cretino o crudele da esporla allo sguardo o, peggio, ai veleni e all'invidia altrui.
L'uomo onesto non parla di una per dare a intendere a un'altra e l'uomo avveduto non pensa di farla franca né sottovaluta nemmeno per un attimo l'acume femminile.
L'uomo che sa stare al mondo ha l'occhio lungo e vigile, non scopre in ritardo quel che vale la pena, guarda dritto davanti a sé e sogna davanti al mare.

L'uomo che cammina sui i pezzi di vetro,
dicono ha due anime e un sesso,
di ramo duro il cuore.
E una luna e dei fuochi alle spalle,
mentre balla e balla,
sotto l'angolo retto di una stella.
Niente a che vedere col circo,
né acrobata né mangiatore di fuoco,
piuttosto un santo a piedi nudi,
quando vedi che non si taglia, già lo sai
ti potresti innamorare di lui,
forse sei già innamorata di lui
.

Pezzi di vetro, Francesco De Gregori

21.04.04

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I maschi

"Certo che se sono tutti come voi, posso anche spararmi".
La stagista rompe il silenzio e li mitraglia impietosa, a pranzo.
Li spia da qualche mese, ascolta le loro battute, i commenti sulle colleghe, ne osserva i gesti da adolescenti e scuote la testa.
"Il guaio è che siete lo specchio di questa generazione". Rimangono secchi. Fingono di prenderla sul ridere, ma ci rimangono male.
Comincia una discussione che chiudo dandole ragione e aggiungendo: "Mi spiace, ma la verità è che manca spessore, non c'è un'ombra di virilità e infatti è rarissimo, oggi, trovare un uomo affascinante".
Non è che piaccia a noi donne arrivare a queste conclusioni. Né si tratta della solita trita riedizione della guerra tra i sessi. È sconforto allo stato puro. È la consapevolezza che uno su mille si salva e per quell'uno la vita non è semplice, fuori dal branco.
È che non c'è immaginazione abbastanza ardita da poter vestire di sogni queste vite a caso, orfane di destino.

20.04.04

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Gli intelligenti

Dagli il la e loro non sbagliano l'accordo. Gli intelligenti son quelli che imparano subito la parola d'ordine. Per esempio, "mercenario". Mercenari, sporchi guerrafondai, fascisti, assassini! Sanno cosa dicono? No. Sanno di chi parlano? No. Hanno sentito dire. E vai col coretto. Chi non canta è...

16.04.04

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Risposta a un commento

Messaggi di cordoglio, funerali, occasioni buone per piangere, partecipazione sentita: nulla è più lontano da me. Tuttavia onoro il modo in cui quest'uomo è morto e dico che è riuscito a cambiare di segno all'intera situazione. A me non frega nulla di che mestiere s'è scelto o non scelto uno, cosa che invece è cara a certo cretinismo di sinistra.
Mi importa quel che un uomo dà a vedere di sé e se vedo bellezza e grandezza, lo dico. Naturalmente, non scelgo io quale condizione umana osservare più da vicino e quale più da distante. Come tutti, sono un dasein, sono gettata in una situazione particolare, mi è dato un punto di vista sul mondo e a partire da quello costruisco me stessa.
È assolutamente naturale che ciò che capita a un connazionale abbia un rilievo impari rispetto a quel che accade a un iracheno che cade sotto le bombe o nel corso di una sparatoria. Soprattutto in una circostanza drammatica come questa.
Lamentarsi di questo e tirare in ballo tutti i morti che non vediamo, questa sì che è retorica della peggior specie. Un italiano non è uno qualsiasi, per me. E' uno che parla la mia stessa lingua, è vissuto nello stesso Paese, ha attraversato le stesse vicende storiche, a scuola gli hanno fatto leggere Dante e Leopardi, come a me, è nato magari in posti che conosco e dei quali ho respirato a fondo l'aria.
Se è vero che nihil humanum a me esse alienum, figuriamoci quanto può essere vero quando questo humanum è a me vicino, nonostante la banale estraneità del non conoscersi personalmente.
Constato tuttavia che molti riescono a vedere un abisso invalicabile tra sé e l'altro - di volta in volta il militare di turno, il sospetto di destrismo fascista e quant'altro - nonostante questa evidente appartenenza a un terreno comune. Vedo in questo furore sgangherato, che fa scrivere e parlare costoro al di fuori di ogni controllo stilistico, gli effetti esiziali dei dannatissimi anni Settanta. Mi pare di sentire una manica di sessantenni inveleniti, non sai se per i sopraggiunti problemi alla prostata o per il cimitero che s'avvicina.
Ma non vorrei andar fuori tema: la scrittura e la parola sono il nodo della questione. Nella foga di esprimersi, molti dimenticano un fatto fondamentale: non hanno mai imparato a farlo. Brutto a dirsi, ma tristemente evidente. Vomitare parole è altro dal comunicare, altro dallo scrivere.
Ora, sembrerebbe un diritto inalienabile dir quello che si pensa. Ma quel che si pensa è un corto circuito con quel che si sa dire, sicché non c'è pensiero senza arte dell'espressione e non è vero, è una gigantesca balla che l'opinione di uno valga l'opinione di un altro. È mestiere, gente.
E non è colpa vostra il non saperlo fare, questo mestiere, e il finir per dire cose abnormi in modo abominevole. È colpa vostra il non limitarvi a fare quel che sapete fare. Punto e basta.
Ora, magari sarà un mestiere da poveracci, il buttafuori. Ma bisogna saperlo fare, anche questo. Fabrizio Quattrocchi lo sapeva fare? Aveva il fisico adatto? La fermezza, i nervi saldi? Gli auguro di sì, non so. So solo com'è morto: a testa alta, per quel che ha potuto. Quindi, tanto di cappello.
Per me c'è differenza tra uno che si fa ammazzare così e uno che - come dice Neri - se la fa sotto. Il primo lo ammiro, perché io non avrei saputo farlo, il secondo lo compatisco, come compatirei me stessa nell'analoga situazione.
Così come c'è differenza tra una cosa ben scritta e una mal scritta, tra un sequestrato e un boia incappucciato, tra un mondo complicato e contraddittorio e un universo della cui ricchezza si favoleggia a sproposito, tra una cultura che ha detto a se stessa che gli dèi sono morti e gente che guai a toccargli il Profeta.
Io non posso prendere sul serio gente che impugna la scrittura come una pistola senza sapere neppure dove sta il caricatore. Non posso prendere sul serio chi dà per scontato il mondo cui appartiene e non s'avvede più di quanti secoli di storia, fatiche, pensieri e conflitti ne costituiscono le fondamenta. Non posso.

13.04.04

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Bravi ragazzi

Giocano tutti insieme a passaparola, si mettono il naso rosso a Carnevale e i denti di Dracula nella notte delle streghe, rimbalzano a tempo sul chi non salta è, organizzano simpatiche iniziative, si fanno vedere, si divertono - giurano loro - anche se non ridono mai (ma forse è colpa del dentista, che non ha fatto un buon lavoro), mano nella mano sussurrano parole d'amore e d'amicizia e sono così carini, ma così carini che mi vien voglia di sparar loro alla nuca.

09.04.04

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Aria viziata

E' come entrare al Circulìn, in un giorno feriale. L'aria è ferma e cianotica, le voci arrochite, il volume al massimo. Sui tavoli, i giocatori gettano con rabbia le carte, mentre un po' di cenere tremolante cade dalle labbra serrate e tra le volute di fumo rimbalzano le grida.

Arabofobo! Filopalestinese! Fallaci! Bush! Gnocca! Genio! Filosofo! Scrittore! Umorista!

Mi guardo intorno, incrocio gli occhi spenti della ragazza al banco e mi colpisce l'aria di abbandono degli insaccati ancora avvolti nel cellophane, dietro il vetro, tra pochi panini avvizziti e bibite impolverate. Meglio andare, meglio uscire a respirare.

06.04.04

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Grandi scrittori per piccoli lettori

Ieri sera mi si è affacciata l'apparizione catodica del detestabile rostro e della vocetta querula di quel miserabile usurpatore di nomi illustri, tal Cesare Battisti. Un infame quant'altri mai.
E ho sentito i discorsi scarrucolati di Paolo Cento, più che verde paonazzo, nello sforzo di innestare in fretta la marcia indietro di fronte alle enormità che l'Imbecille andava dicendo da Parigi camminando in fretta, come un ladro, con la giornalista che gli correva dietro col fiatone e un sorrisetto di circostanza, tallonata da una qualche intellettuale francese al seguito, che parlava ad alta voce, perché chissenefrega se questa è un'intervista e vaffanculo la televisione italiana.
Eh beh, certo, bisogna drizzare le orecchie per ascoltare la viva voce di cotanto mirabile genio, autore di libercoli noir che mandano in solluchero quel genere di lettori ed editori che gridano al genio trecento volte al giorno. Dunque, è questa la larva d'uomo di cui tanto si parla.
Questo il pezzo d'escremento per cui fior di pensatori tutto fumo e niente arrosto sprecano alte parole, inerpicandosi su, come caprette affamate, verso la cima di grandi concioni sulla Storia con la esse maiuscola, la pacificazione bla bla e questa vigliaccheria del lasciamoli in pace, questi poveretti, che va tanto di moda ed è pure fine.
Che milordi, gente, quante cose ho da imparare da questi signori. Ci vuole dello studio a laurearsi imbecilli per tutte le stagioni, ieri rivoluzionari di 'sta cippa e oggi santoni con le stimmate. Ci vuole talento. Comunque sì, viviamo e lasciamo vivere, noi che una vita ce l'abbiamo ancora.
I morti pensino a se stessi e i parenti stiano zitti, ché tanto ci sarà sempre un cretino pronto a issarsi sul loro silenzio e a protestare perché neanche una parola di perdono, sprecano, orcozzio, neanche un po' di pietà per i compagni che sbagliano.

29.03.04

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Mi ingrandisco e ti licenzio

In principio era il padre e il padre aveva mani abili, idee ingegnose, lungimiranza e frigoriferi indistruttibili da costruire in un laboratorio piccolo così. Poi venne il socio, qualche soldo in tasca da investire, un lavoro in banca da dimenticare e tanta voglia di ricominciare. Nacque così la prima fabbrichetta, pochi operai e gli anni Sessanta tutti da divorare di progetti e sogni ambiziosi. E vennero anche le figlie dagli occhi spenti, l'eleganza da parvenu e la mente svagata, persa altrove, venne la morte del padre, il debutto dei due generi e ormai centinaia di dipendenti ostaggi dell'angusto provincialismo e della precoce stanchezza senile di chi vuol buttare la spugna prima ancora di salire sul ring. Venduti al miglior offerente: non poteva che finire così. E ora cosa medita la nuova proprietà se non di sradicare l'azienda e trapiantarla a centocinquanta chilometri più in là, per propri calcoli e mire espansionistiche? Licenziati da un'azienda in ottima salute: l'ultima beffa di questa Italietta sgangherata.

24.03.04

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Italiani brava gente

E poi vengono a parlare di Tanzi. Per carità, giustissimo. Ma andiamo a guardarla un po' più da vicino questa classe di manager, soci e teste d'uovo che stanno facendo colare a picco l'imprenditoria italiana più in fretta del Titanic.
Mica tanto diversi dal Calisto, eh. In questo bel Paese ormai è naturale non pagare l'affitto degli stabili in cui risiedono le società e aspettare lo sfratto per venire a patti con l'affittuario e versare la metà della quota dovuta.
È normale lasciare a secco i fornitori, far arrivare gli stipendi sempre in ritardo, vendere merce avariata ai clienti o infognarli con contratti fasulli che questi ultimi non si sono mai sognati di firmare, prosciugare gli investitori mettendosi in tasca l'80% dei finanziamenti per regalarsi la SLK e appaltare a società terze strapagate attività sottratte ai dipendenti, che intervengono in un secondo tempo per rifare da zero e in tutta fretta i lavori malfatti dagli amici degli amici del capoccia di turno.
E questi sono solo i peccati veniali. Figuriamoci gli altri.

23.03.04

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Maledetta primavera

Sicuramente mi son distratta. Colpa della stagione, suppongo. Ma ci metto la mano sul fuoco: 'sta vergogna l'hanno già denunciata. Qualcuno s'è alzato in piedi, lo so, ha tuonato contro questa schifosa speculazione sulla disoccupazione, ha detto a chiare lettere che ormai fa comodo a troppi parcheggiare i laureati per anni, illuderli e depredare le risorse economiche delle loro famiglie con corsi, master vari e stage inconcludenti, per poi inchiodarli con contrattini calcinculofratelli. Sono anche certa che le signore pari opportunità, invece di cianciare sulle quote rosa, hanno denunciato questa deriva sociale dei figli fatti a quarant'anni, se va bene, con l'assistenza dell'ostetrica da una parte e dello staff del consultorio comunale antidepressione dall'altra. Sì, tutto ciò è successo. Maledetta primavera, non ci sto con la testa.

INDICE PUNTATO

Scaricabarile

L'assenza di responsabilità comporta per molti l'esercizio d'una sorta di diritto alla svagatezza, nonché l'esibizione d'una certa qual noncuranza che, petulante, infila mille volte al giorno il gettone nel jukebox, per far ripartire fino alla noia la canzonetta "questo si fa così e questo cosà". Poiché la responsabilità di alcuni crea di riflesso l'irresposabilità di altri, se ne deduce che nella gestione del potere si è tutti - a ciascun livello - dei poveri dilettanti. O furbi italioti, che trasformano il potere in facoltà di delega, giù giù fino al disgraziato livello della piramide in cui il gioco dello scaricabarile si ferma, con gran sollievo di tutti.

19.03.04

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Femmine in via d'estinzione

Tutto esiste per un motivo. O almeno così credo. Ecco, ho dei dubbi sulla cistifellea, sulle zanzare e sulla Grande Cretina, ma è tutta ignoranza mia. Che poi la Grande Cretina lo so perché sta al mondo con questi capelli da strega, gli occhi strabico-bistrati, la bocca storta e la voce stridula. E perché mi telefona sbraitando.
È per farmi entrare nel Regno dei cieli. Non che io ci tenga. Ci tiene lei, sia chiaro, anche se - dovrebbe saperlo - con me non funziona: ormai sono sufficientemente rassegnata, quanto alla mia elevazione morale. Smoccolo e basta. Certo che la guardo e la trovo terribilmente fuori moda.
Non si usa più azzuffarsi come galline - incompetente! pescivendola! - per il gusto di qualche ominicchio che si gode la scena, è decisamente out scegliersi una donna come rivale e procedere al massacro sistematico, è patetico pensare di realizzarsi esistenzialmente in un ufficio, sgomitando e sparlando di questa e quella per guadagnarsi la benevolenza di un castigatore calvo da due soldi ed è paranoico mettersi in testa di poter lavorare bene solo con colleghi maschi rigorosamente lustrascarpe.
Ecco, ogni volta che incontro 'sta donnetta o la sento fare al telefono una delle sue scene madri, mi chiedo dove viva. E quando sparirà dalla faccia della Terra. Lei e le sue simili.

12.03.04

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Vent'anni dopo

È da giorni che vorrei scriverne. Da giorni che mi trattengo. Non per autocensura o altro. Per distanza, piuttosto. Enorme, incommensurabile e peccaminosa distanza rispetto a qualsiasi rispettabile opinione. La mia non lo è, lo dico subito. Non è rispettabile e non è nemmeno un'opinione.
Per quanto mi sforzi di capire le ragioni degli altri, non riesco poi a formulare un pensiero chiaro, obiettivo e comunicabile su Cesare Battisti. La mia reazione è molto ignorante, molto epidermica, molto forcaiola. È qualcosa che mi fa assomigliare più alla cliente sboccata di una salumeria che a una persona almeno un pochino, un pochino solo dico, sgrezzata e di qualche svogliata lettura.
Resta il fatto che, magari vergognandoci un po', io e la sciura che ha appena comprato due etti di mortadella e ha commentato col salumaio quel che ha sentito dire al telegiornale, io e lei insomma continuiamo ad avere l'orticaria.
Tra noi due, una sola differenza: io ho un blog e lei non sa nemmeno cosa sia, 'sto affare. Perciò ora mi son decisa a usare anch'io la mia arma. Chissà mai che siano questi i prodromi per una brillante carriera intellettuale all'ombra della Tour Eiffel (ignobile battuta qualunquista, lo so).

Ecco, mi guardo intorno, leggo i quotidiani, ascolto la Tv e mi pare che mai come ora noi si viva in una società aspramente divisa in due: da un lato, quelli dotati di autorevole uso della parola, sempre più inclini a pensare all'istituto carcerario come qualcosa di irragionevole, inutilmente punitivo e disumano, dall'altro lato i "parenti delle vittime", ormai vera e propria categoria sociale, che avanzano sempre più disperate richieste di giustizia e che hanno imparato a dire - da bravi cristiani - che loro non odiano nessuno, che non nutrono sentimenti vendicativi: semplicemente vogliono giustizia.
E che vuol dire poi 'sta cosa, in soldoni? Che vogliono il carcere per chi ha fatto loro del male. Punto a capo.
Vai a spiegare a questi che hannno raccolto i morti per strada che sono passati vent'anni - "ah, sì?", potrebbero risponderti, "per noi non sono passati nemmeno venti giorni" -, vaglielo a dire che la giustizia deve essere imparziale, che non si può mica mettere in croce uno perché ci sta sui coglioni, perché fa lo scrittore noir o perché vive stimato e riverito in Francia. Vai a spiegargli che il povero assassino è vittima di uno schifoso complotto dell'Italietta di destra, che ne ha ammazzati solo tre, mica quattro, perché non ha certo il dono dell'ubiquità, il meschineddu.
No, dico, a me sta benissimo. Il carcere no, che è una barbarie. E allora cosa? Un bacio in fronte è troppo, ammettiamolo. Che facciamo, di fronte a un reato accertato? Rieduchiamo il reo, lo condanniamo al volontariato (però coi tossicodipendenti, mica con gli anziani negli ospizi, che fa un po' schifo ed è peggio del carcere), chiamiamo lo psicologo, il prete, gli teniamo la mano? Non so, ditemi voi, perché a me 'ste cose fanno ridere e mi sembrano tipiche di una visione alquanto miope della natura umana e dei suoi abissi. Soprattutto una cosa non capisco: che considerazioni sono quelle di chi dice che il Battisti del caso è un'altra persona, ormai, e si è fatto una famiglia, se non considerazioni di natura umanitaria e quindi, nella sostanza, non meno parziali di quelle di chi vuole che gli assassini, come si dice, "paghino il loro debito con la giustizia"? Mi pare non sia questa la via d'uscita a un uso personale della giustizia.
Altrimenti, diciamola tutta: i reati politici sono un conto, la delinquenza comune, tutt'altro. Io davvero vorrei si spiegasse in modo chiaro e lucido dove deve andare o anche solo dove sta andando questa società, su quale etica si deve fondare e quale genere di storia stiamo scrivendo, perché umano e disumano sono concetti che cambiano con la latitudine e io (e tanti altri) cominciamo a non capire più su quale parallelo viviamo.

04.03.04

INDICE PUNTATO

Dalla community alla comunità

Nota a margine di una lunga email: la solidarietà è un bene spendibile all'interno di una comunità e godibile dai suoi membri fintanto che se ne rispettino le regole - scritte e non scritte - di reciproco rispetto. Fatti salvi i suddetti principi cardine, la comunità deve essere flessibile e prevedere margini di miglioramento delle regole stesse. Al di fuori di questi ambiti, se la comunità rinuncia alla punizione dell'abuso, uccide il diritto. Non resta quindi, ai fuoriusciti che non si riconoscono più in una comunità, che fondarne una nuova con altre regole. Né più né meno che quello che fecero i primi cristiani, mi pare.

29.02.04

INDICE PUNTATO

Democrazia

Va di moda l'equilibrismo terzista. Piace insomma la passeggiata a dieci metri da terra, sul filo teso di un equivoco di fondo: che il dare un colpo al cerchio e uno alla botte sia segno di equanimità, equidistanza e, appunto, di equilibrio. Fa molto intellettuale liberale e illuminista, suppongo, e fa anche molto maître à penser parigino.
Non diceva forse Voltaire: "Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo"? Non è forse garantita dalla costituzione la libertà d'espressione e di parola?
Dunque, più realisti del re, rammarichiamoci sempre e comunque ogniqualvolta qualcuno venga raggiunto dalle conseguenze delle sue azioni. Perché sia chiaro: perdono e impunità per tutti, ché qui non si nega niente a nessuno.
Deo gratias, anche nel nostro piccolo abbiamo modo di cimentarci con la nostra bella battaglia per la libertà d'espressione, combattuta in difesa di uno come noi, un essere umano, perdio, anzi uno - diciamola tutta - migliore di noi, che ha durato fatica per mesi al solo scopo di scalzarci a fin di bene dal nostro ridicolo piedistallo e le cui rieducative pernacchie erano volte a ricordarci quanto fosse vuoto il nostro parlare e privo di un senso, nella sua vana pomposità.
Che razza di mondo, non mi capacito proprio.
Succede che uno non possa nemmeno prendersi la libertà di sfottere chi si merita d'essere motteggiato ed ecco che salta fuori qualche squilibrato - vero, inventato? Chissà, ma fa lo stesso: è il principio che conta - a promettere pan per focaccia. Che modi, gente. Quale imperdonabile mancanza di spirito.
Ma cosa vuoi che sia un insulto dietro l'altro, dico io. Forse che uno non può godersi questa bella sceneggiata creata ad hoc, mossa da intenti del tutto diversi da quelli dichiarati, per vedere quanti pisquani sono pronti a correre in difesa, quanti si fregano le mani per i dileggi che toccano ad altri, quanti buoni samaritani sono ora disoccupati, quanti si sono divertiti e già si sentono orfani?
Che diamine, nessun distinguo mascheri la nostra ipocrisia. Ammettiamolo: siamo tutti uguali, tutti un po' miserabili, tutti un po' vermi, tutti un po' deficienti, tutti rozzi e imbecilli.
E' una prova di democrazia, questa, altro che. Una prova riuscita, che fa onore a quanti si sono spesi in parole. Il paradiso vi attende, o uomini buoni. E ricordate: non mangiate del frutto di quell'albero.

22.02.04

INDICE PUNTATO

Il mestiere di bloggare

Leggo solo ora resoconti e considerazioni sulla scampagnata napoletana. Non ho capito quasi nulla di cosa sia successo, a parte il fatto che c'era in giro qualche microfono, una o più telecamere, la luna, il mare e la pizza in forno.
Per questioni di tempo, stanchezza, noia e pensieri che vagano altrove, non riesco a interessarmi più di tanto a certe circumnavigazioni intorno al quid del blog che pure - in questo concordo con Mantellini - non sono affatto irrilevanti e oziose. Non lo sono eppure lo diventano, anche grazie a convegni o tavole rotonde (non ho capito la differenza, scusate) come queste, che - date le loro premesse - hanno la riuscita che si meritano.
Dopo un anno di discussioni in merito alla questione, Napoli offriva l'occasione per tentare di scattare un'istantanea - per quel che può valere - di un contesto in velocissima evoluzione. Era il momento buono per dire onestamente che ci stiamo rompendo un po' tutti i quaglioni, che certi manichini non rappresentano nessuno e che forse si sono stufati di leggerli anche i parenti, era il luogo e il momento adatto per provare a capire cosa succede in città e perché accade quel che accade. Ad averne voglia, s'intende. O interlocutori pronti a prendere la palla al rimbalzo. Invece prevale l'attitudine a buttare acqua sul fuoco. Ogni tanto salta fuori qualche indemoniato che in malo modo si scaglia contro quelle che vede come consortorie ed ecco che puntualmente avanza l'esorcista con l'aspersorio in mano.
C'è chi scrive che i blog lo stanno annoiando e irritando e gli si dice: rinfrescati i link. Come a dire: fatti uno shampoo. E via di questo passo. Cari signori, questi sono tappi di sughero infilati là dove non batte il sole, non sono premesse per una conversazione, tantomeno per una pubblica discussione su questi temi.
E se uno pensa che le meta-blog teorie non hanno ragion d'essere, che la materia è troppo vasta per essere indagata e schematizzata in alcun modo, bene: se ne stia a casa o accavalli le gambe ai convegni come fanno tutti gli altri, dalla seconda fila in poi, invece di andare a boccheggiare davanti a un microfono.

Nota a margine: la visione tecnicistica del blog è un buco nell'acqua perché lo strumento (ha ragione Carlo: sta diventando alquanto oblungo) - inteso come un complesso di tecniche, dalla piattaforma che consente la pubblicazione alla scrittura in senso lato - esprime una forza soverchiante rispetto alla capacità di controllo del soggetto. Per cui non ha senso - oltre a essere irrilevante - dire che il blog è "semplicemente" uno strumento per pubblicare in rete contenuti di qualsivoglia natura.
Non si pone alcun soggetto potente e autonomo nei confronti della scrittura, della rete o di qualunque tecnica. E' questo il problema. La scrittura ci possiede, la rete ci agguanta, lo sguardo dell'altro ci viola e tutto ciò trasforma il nostro modo d'essere. Ulteriore complicazione: non si sale da soli su questo palcoscenico, ma è tutta la compagnia teatrale a essere coinvolta.
Per questo non liquiderei tanto facilmente chi lamenta il suono falso e sordo dell'insieme: non si sale sul palcoscenico impunemente, convinti che il mostrarci pusillanimi ci faccia automaticamente scudo dal lancio di pomodori. Il che non vuol dire offrire l'altra guancia ammantati di pelosa e falsa carità cristiana, cosa che trovo irritante in massimo grado. Ciascuno trovi la sua misura. La mia è questa: non nego ai miei detrattori la piena legittimità a dir quello che pensano di qualunque cosa io scriva. Pretendo solo che siano almeno all'altezza delle mie banalità, altrimenti fanculizzo per direttissima e non gli allungo nemmeno il bavaglino per ripulirsi della bavetta.
Una preghiera avrei: basta con le sfilate in passerella, col falò delle vanità, gli inqualificabili snobismi e il vuoto pneumatico in testa. Altrimenti abbiate almeno il coraggio di dare un taglio a queste tavole rotonde senza cavalieri. Perché se si continua di questo passo, verrà meno a tutti - più di quanto sia già avvenuto - la voglia di parlarsi e di confrontarsi.

18.02.04

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Scoop!

Pensavate fossi una cogliona qualsiasi, eh? E invece no. Voglio farvi una rivelazione che vi farà ricredere sul mio conto: mi chiamo Lorenza Fellini. Una cogliona col pedigree, insomma. E adesso andate e istruite le genti sulla mia genialità. Il padre mio che è nei cieli penserà alla ricompensa.

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Vi mettiamo in buone mani

Ieri guardavo, per puro sadomasochismo, Bisturi. Beh, non so quanti se ne siano accorti, ma la cosiddetta lookmaker, ossia quella pazza scatenata che trasforma connotati dimessi ma reali in ridicoli arzigogoli fashion da web designer d'avanguardia, beh, costei è un transessuale. Ecco, la prova scientifica non posso esibirla, ma il mascellone squadrato, il timbro della voce e il ciondolio fintamente femminile della chioma parlano per lei. Per lui. Per esso, non so. Innegabile vocazione al restauro distruttivo.

10.02.04

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Non lo fo per piacer mio

"Cosa ne pensa della chirurgia estetica?".
"Perché no?", risponde lei, moderna, liberale e progressista.
"È mai ricorsa al bisturi?".
"Non ancora", spergiura la tapina, con la bocca tumefatta, le guance cuscinate e il superseno attonito.
"Lo farà?".
"Mai dire mai", recita a memoria la scolaretta, come le ha insegnato l'agente.

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Una vita da mediano

Non è poi così male una vita da mediano. Puoi sempre sentirti in credito, per esempio, e recriminare all day long. Puoi sgattaiolare, declinare responsabilità, camminare rasente ai muri e pensare che se non fosse per te, non gliel'avessi passata tu la palla goal, non fossi sempre tu quello fa il lavoro sfangante a centrocampo e non fossero sempre loro gli inetti che non mettono in rete, il mondo sarebbe migliore. Se solo ti dessero una possibilità. Ma per fortuna non te la danno. E domani è un altro giorno. Buono per fare la vittima.

12.02.03

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Commemorazioni

In un mondo ideale, Costanzo commemora Gaber facendo cantare a Jannacci La strana famiglia:

Vi ho presentato la mia famiglia
non si trucca non si imbroglia
è la più disgraziata d'Italia.
Il bel paese sorridente
dove si specula allegramente
sulle disgrazie della gente.

Come ti chiami, da dove chiami,
stiam diventando tutti scemi,
pronto, pronto, pronto stiam diventando tutti coglioni,
pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la RAI.

16.01.03

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Giro, giro tondo

La pagina è incompleta, si vede. Da giorni medito: cosa linko, cosa trascuro? Idea della prim'ora: adotto un criterio meritocratico, quello della buona scrittura. Inapplicabile, non foss'altro per il numero dei blog. Seconda opzione: cito i guru del blog, che girano in tondo, come fa la sinistra per bene, rincorrendosi di link in link, e mi levo il pensiero. Modesto contributo, il mio, alla lievitazione dell'obeso gaberiano, che si ovalizza ingurgitando opinioni, parole e rivoluzioni. Modesto e tuttavia significativo, nel suo retrogusto di resa all'inevitabile. Anche qui, nell'allucinatoria galassia del net-villaggio, non vi sono altro che costrizioni. Ma io ce l'ho qui sulla punta della lingua quel che non posso dire del pennellone sedicente giornalista che è stato in Tv stasera. Mi brucia anche non poter raccontare certe cosette di quell'altro, il gnu-mandante. E il figlio-fidanzato-amico? Scrive bene, non nego. Ma con disappunto. Perché è così, quando la fama viene a cercarti perché gli piace frequentare il salotto di papino, basta che tu non zoppichi perché la folla dica ammirata: che camminata elegante!

Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

shangrila-blog@tiscali.it