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22.04.10

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Cristo, m'hai provocato e mo' me te magno!

Antefatto: giugno 2008, FacciadiPalta è in vacanza a Porto Rotondo e sente salirgli dalle piante dei piedi un potente afflato religioso. Ma è amareggiato, perché non può dargli sfogo come si conviene. Quindi si rivolge a tal Monsignor Sanguineti e gli chiede se la Chiesa non tornerà sui suoi passi per quella faccenduola dei divorziati che non possono avvicinarsi all'eucarestia. Il monsignore, uomo di mondo, gli risponde: "Lei che è più potente di me si rivolga a chi sta più in alto di me". Al Papa, in quei giorni in Canada, fischiano le orecchie e ribadisce il divieto: la comunione solo ai puri di cuore. FacciadiPalta, che è pastore di anime prima ancora che di popoli, non pensa solo a se stesso, ma alle sofferenze del suo gregge e quindi, perdio, ghe pensi mi! S'è messo in fila, con il suo bel bronzo impunito, s'è piantato davanti al prete e s'è magnato l'ostia. Cosa fatta capo ha. Capito, Papuccio?

«Quando personalità di questo tipo si mettono in fila per l'eucaristia è difficile per il prete dire di no» sottolineano alla Conferenza episcopale (...). Anche alla Curia ambrosiana ammettono:«Il prete se l'è trovato davanti, era in difficoltà. Avremo modo di spiegare ai fedeli quello che è accaduto» (Galeazzi, La Stampa)

13.04.10

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Mi sento già più sicura

No, bisogna ammetterlo: è una fortuna avere dei ministri come Frattini e La Russa, gente che non guarda in faccia a nessuno e offre la testa dei malviventi di Emergency ai decapitatori afghani. Del resto a me quel Gino Strada lì non m'è mai piaciuto e non m'ha mai convinta: figurati se uno va in certi posti malfamati a fare il medico. Ma dai, raccontala giusta. Che poi, basta con questo terzomondismo de sinistra. Dice il saggio cinese: "Non ti do il pesce, ti insegno a pescare" (aka "Non ti curo la gamba maciullata, ti do il bisturi e ti insegno a tagliartela, checcazzo").

22.02.10

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Sintomi preoccupanti

Canta, balla, scrive canzoni, "la gente mi vuole un gran bene" - dice - e "io parlo all'Italia intera": il principe guitto sulle orme del più grande statista degli ultimi 150 anni. (Gli psichiatri un giorno individueranno la sindrome e si predisporranno le camicie di forza all'uopo. Ma sarà troppo tardi).

06.10.09

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Ippopotami

Gli ippopotami vivono: e non sono molto contenti
a fotografarli mostrano tutti i denti
e dimenano i sederi
oggi molto più di ieri
gli ippopotami ti sorridono volentieri.
Si racconta che un tempo eran pallidi ed impulsivi
ma era il tempo che c'erano i buoni e i cattivi
i più vecchi ogni tanto
rimpiangono la fanghiglia
i più giovani stanno benissimo in famiglia.

Gli ippopotami non hanno pensieri, ma sembrano meditare
e si dicono tutti che ogni ippopotamo è uguale
anche tra loro c'è chi suda
chi scende e chi sale
ma un ippopotamo vero resta normale
ma un ippopotamo serio resta normale.

Ippopotami, pà pà potami
Ippopotami, pà pà potami
d'estate in montagna, d'inverno in riviera
li vedi passare vestiti da sera
Ippopotami, pà pà potami
Ippopotami, pà pà potami
discendono il fiume se c'è la corrente
si stancano poco, pochissimo o niente...

Gli ippopotami ballano quando nessuno li vede
e ogni tanto ballando ballando si pestano un piede
ma si chiedono scusa perché
maleducati non son
e poi quelli che sanno il francese dicon pardon.

Gli ippopotami non fanno niente, basta la presenza
ippopotami non si nasce, si diventa
e se li vedi con gli occhi socchiusi
non è vero che stanno a dormire
fanno finta per non farsi infastidire.

Gli ippopotami una volta litigavano con le jene
ma anche quelle per loro oramai sono bestie per bene
e poi questa è una libera scelta
e va rispettata
perché l'acqua che hanno bevuto è acqua passata
tutta l'acqua che hanno bevuto è acqua passat
a.

Ippopotami, pà pà potami
Ippopotami, pà pà potami
galleggiano lenti, rotondi e contenti
la faccia però è solo quella coi denti

Ippopotami, pà pà potami
Ippopotami, pà pà potami
annusano il vento di terre lontane
si accoppiano stanchi contando le lune...

Gli ippopotami li puoi dividere in padri, madri e figli
però in fondo non ce n'è uno che si assomigli
quando mangiano è l'ora più bella
mangiano di tutto
solo un altro ippopotamo può dire a un ippopotamo: "Sei brutto".

E alla fine si riuniscono tutti a guardare le stelle
perché uno gli ha detto una volta:"Noi veniamo da quelle".
Ma siccome non hanno le mani
per farsi una scala
tornan tutti nell'acqua aspettando la prossima sera
tornan tutti nell'acqua aspettando la prossima sera.

Ippopotami, pà pà potami
Ippopotami, pà pà potami
il primo dell'anno van tutti in crociera
e cantando in coro "bel tempo di spera".
Ippopotami, pà pà potami
Ippopotami, pà pà potami
e sognano dietro gli occhiali da sole
domani si cambia, domani si vola.
Ippopotami, pà pà potami
Ippopotami, pà pà potami
dichiarano seri alla televisione
che i giovani vogliono un mondo migliore
Ippopotami, pà Pà potami
Ippopotami, pà Pà potami
distesi nel sole sbadigliano piano
e sembrano fermi, ma vanno lontano...

15.09.09

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Senza la prostata, piuttosto

Devo dire a quel bagariota di mio padre di smetterla di sostenere che quella lombarda è una «mafia senza coglioni».

06.08.09

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Quasi mi commuovo

Uno dice: «Ma guarda 'ste zoccole che arrivano a mettere i piedi in testa agli altri strusciandosi addosso al capetto sminchionato di turno». E invece, povere. Basta scostare un po' i paraventi per scoprire avvilenti retroscena, che quasi muovono alla compassionevole solidarietà. «Rapporti anali non graditi - svela Paolo Guzzanti a proposito delle famose intercettazioni napoletane che vedrebbero protagoniste "altissime cariche istituzionali", cioè almeno due ministre dell'attuale governo -, ore e ore di tormenti in attesa di una erezione che non fa capolino, discussioni sul prossimo set, consigli fra donne su come abbreviare i tormenti di una permanenza orizzontale pagata come pedaggio». Giuro, mi si accappona la pelle. Più che altro perché, immaginata facilmente l'identità di una delle due, mi rimane il dubbio su chi sia l'altra (al punto che per non spingere l'horror troppo in là, mi auguro si tratti dell'ultima che ha ricevuto il bon bon ministeriale). Ma se fosse una di quelle madonnine infilzate? Del resto, non le ho già messe a fuoco da vicino le pasionarie vandeane, sempre col dito puntato, pronte alla revolucion e poi già con le mutande calate? Sempre più schifo.

29.07.09

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Cultura locale: se l'è?

Come previsto, questi imbecilli demagoghi e reazionari di leghisti (razza di cinghiali che in questi tempi bui hanno dalla loro insospettabili menti di tutto rispetto) hanno fatto marcia indietro sul dialetto. Niente esame di cadrega per i futuri professori lombardi.
Ma il test di cultura regionale, quello sì, nel loro diabolico progetto è previsto. Aria fritta. Lo si chiedesse loro, lo si domandasse a quella figa di legno della Gelmini - che ora "apre" alla proposta (e per forza, altrimenti le tolgono la suddetta cadrega da sotto il deretano) - in cosa diavolo consista questa benedetta cultura locale li si vedrebbe boccheggiare come tante carpe nello stagno d'acqua ferma in cui nuotano da sempre. Il dialetto, poi. Ormai da queste parti lo parlano solo i moribondi e le maestre d'asilo col diplomino magistrale in tasca.
Naturalmente non si tratta che di strategia di consenso. Sull'Afghanistan, per esempio, sa benissimo Bossi che quell'animatore da crociera di Berlusconi non può fare marcia indietro: a Washington, dove il cosiddetto premier è andato non più tardi di un mese e mezzo fa a fare anticamera per un caffè, la promessa di rafforzare il contingente italiano è stata premiata da Obama offrendo all'italiota protezione mediatica e complimenti pelosi per l'organizzazione del G8.
Sicché il "bring 'em home" del Senatùr è solo uno degli altri alert che periodicamente il leghista lancia all'utilizzatore finale di prostitute oltre che naturalmente l'ennesima strizzata d'occhio al proprio elettorato (in pieno analfabetismo di ritorno e magari bastonato dalle recenti copiose bocciature scolastiche dei propri figli, tutta colpa dei professori meridionali, come accadde al figlio di Bossi, appunto).
E comunque mi rimane la curiosità. Vivo in un paesone dell'hinterland milanese che conta almeno 30mila abitanti: l'unica tradizione locale che mi viene in mente è la Fiera di Ottobre, ormai in piena decadenza, durante la quale viene allestito tra i negozianti un concorso delle vetrine più belle (sempre più disertato). Che altro, poi? Ah, una ventina d'anni fa si sono inventati una specie di Palio tra contrade, a imitazione di quello senese. Fine.
Mia madre è nata e cresciuta in un borgo del pavese noto per due cose: una nota discoteca e una morta ammazzata. Fine anche lì. Beh, tutto sommato questo test di tradizioni locali mi pare facilino, eh. Sembrerebbe quasi uno di quegli esamini che fanno fare all'Università di Pavia.

16.06.09

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Chiamo mio cuggino e ti faccio sparare

Guai a chi gli tocca amiche e donne di casa, a Sofri. La volta che un blogger osò sbertucciare un markettaro fidanzato di una sodale sua, che aveva definito l'11 settembre «un'idea della madonna», partì per direttissima un «pirla pirla pirla» all'indirizzo del malcapitato. Non solo: incuranti dell'imbarazzante performance del sedicente esperto di comunicazione, a sprezzo del ridicolo diedero manforte in quell'occasione gli amici della cerchia internettian-televisiva-radiofonica, tanto per far capire che aria tira nelle edeniche lande della libertà d'espressione e della democrazia dal basso. Ora l'epiteto tocca a Marco Travaglio, nell'ordine definito da Sofri pirla, incompetente, in malafede, vigliacco, falso e bugiardo. Da sempre, si aggiunge. E quindi, tanto per iniziare - visto che la querelle tra milionari gira intorno alla famosa intervista censurata resa dalla Borromeo e Vauro a L'era glaciale su Rai Due - verrebbe da chiedere com'è che uno come Travaglio, manifestamente in malafede eccetera eccetera, meritasse un invito in trasmissione (ché così andò la faccenda: Travaglio non potè partecipare perché impegnato altrove, da qui l'inedita coppia Borromeo-Vauro). Ora gli strali di Sofri al succitato sono motivati - in difesa della pulzella consorte - dalle accuse di Travaglio alla Bignardi, che avrebbe promesso di trasmettere la famigerata intervista, censurata in omaggio «alla par condicio» (questa la scusa ufficiale), a elezioni concluse, in occasione dell'ultima puntata della trasmissione.
Il primo appunto che muove Sofri (e per il quale Travaglio si prende del «bugiardo») è che la Bignardi non fece mai tale promessa. E tuttavia anche parecchi dei commentatori del blog della moglie hanno mosso la medesima obiezione, convinti di assistere all'intervista dello scandalo a fine trasmissione. A me pure la cosa non suona nuova, per quanto non sia una biografa ufficiale della conduttrice. Ora vien fuori - e lo dice l'interessata stessa rispondendo ai commentatori del suo blog (con una punta di saccenteria degna del miglior Brunetta: «Ma leggeteli i giornali!») - che la censura cade quando non sussistono più le condizioni della par condicio, cioè non in chiusura di trasmissione (come probabilmente s'era detto con una certa leggerezza e creando delle aspettative nel pubblico in primo luogo) ma a ballottaggi conclusi. Quindi, ciccia.
Seconda obiezione di Sofri: la censura partì dal direttore di rete Antonio Marano, non dalla Bignardi, per cui prendersela con quest'ultima è indice di malafade, appunto, e di attenzione al proprio tornaconto, perché a Travaglio conviene tenersi buono Marano che gli garantisce «una poltrona in prima serata da tenersi stretta» e attaccare il pesce più piccolo (che infatti - si legge tra le righe - va in seconda serata e non in prima come meriterebbe, giusto?).
Vero è che la censura partì da Marano, su questo non ci piove. E può anche darsi, non escludo, che Travaglio sia un volpone forte coi deboli e debole coi forti, ma qui di personcine che eventualmente vogliono tenersi buono il direttore di rete ce ne sono almeno due. Stando alle immediate dichiarazioni della Borromeo, infatti, apostrofata come «cretina» dallo stesso Marano, la par condicio non c'entra proprio una fava: l'intervista fece andare su tutte le furie il direttore perché la Borromeo (incalzata dalle domande della conduttrice, disse, la quale poi fece spallucce e abbandonò i suoi ospiti al loro destino) parlò di «pressioni» continue da parte dei poteri forti su Annozero. Quindi la par condicio fu una scusa bella e buona. Il problema era tutto interno alla Rai. E qui entra in gioco la Bignardi. Perché c'è una differenza fondamentale tra chi veste i panni dell'editore e il giornalista. L'editore e i suoi scherani fanno il loro gioco, proteggono i loro interessi, ciurlano nel manico per definizione. Il giornalista è tenuto al rispetto della verità dei fatti, della propria autonomia e della libertà d'espressione e d'informazione sanciti dalla Costituzione. Mica nespole. Siamo al di là della questione personale: il giornalista è come un ufficiale di polizia. Risponde per sé, per la categoria tutta e per lo stato di salute di una società civile. Avallare la scusa ufficiale della par condicio è stata da parte della Bignardi una vigliaccheria (peggiore, migliore, pari a quella presunta di Travaglio? Chissene: alla peggio si tratta di gente della stessa pasta) spesa per tenersi il posto al caldo. E del resto nessuno si doveva aspettare nulla di diverso. All'epoca del caso Luttazzi in La7 accadde la stessa cosa: dichiarazioncina alla stampa che dava un colpo al cerchio e uno alla botte. Fine della trasmissione.
Ora l'Italia sarà anche la patria dei giornalisti cazzoni e servi, il mestiere è ridotto ai minimi termini, l'idealismo è irriso, le peggio zoccole e leccaculo (grandi fan di Travaglio, ovviamente, giusto per accreditarsi come pasionarie coi gonzi che ci cascano) guadagnano i galloni di kapò nelle redazioni, ma per quanto io non sia tra quanti abbiano il santino di Travaglio, che pure ho intervistato un paio di volte, bene fa lui a prendersela con una collega prima e a prescindere da Marano. Lo fa a ragion veduta.
Guadagni nel venderti come giornalista di successo? Oneri e onori. Senza contare, ultima osservazione, quanto sia patetica, priva di stile e offensiva per una donna 'sta difesa camorrista e senza quartiere da parte del marito, una cosa alla chiamo mio cuggino e ti faccio sparare. Ma dove siamo, in quale suburra, dove ancora vigono le regole non scritte del peggior familismo di stampo machista? E' questo quel che trovo più sconvolgente: che una donna che ha potere e visibilità accetti che altri parlino in sua vece. E con quel tono, per giunta. Principalmente per questo sottoscrivo il travagliesco «vergogniamoci per lei». Per lei, per loro, per tutte quelle che hanno un papi che le sponsorizza, un capetto da manipolare o un bulletto che le spara grosse per difendere il loro onore.

Update: Travaglio risponde da par suo. Chi di spadino ferisce, di mannaia perisce.

26.05.09

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Per non morire (ma muori!)

Riceve una telefonata mentre sta scegliendo il proprio tavolo. E' solo. «Sì, sì va bene - risponde con noncuranza -, è che ora sono al ristorante non posso parlare». Ordina, si accende una sigaretta e poi richiama lui stesso. «Dunque, dicevi? Quanti anni hai? Io qualcuno di più, ma ne dimostro quindici di meno». Nella sala semivuota, a voce alta, racconta d'essere un professore in pensione, calabrese, e che la casa più spaziosa ce l'ha «giù» ma ne ha un'altra qui a Milano, dove vive. «E ho anche un catamarano. Anzi, quest'estate se vuoi... Quindi tu sei ancora in ballo con... No, io per fortuna mi sono liberato qualche anno fa. Senti, ma sei una bella donna? - chiede -. Allora, ti va bene domani a mezzogiorno?». Lei, s'intuisce, nicchia. «Anche a mezzogiorno e mezzo, non è che... Comunque io sono una persona perbene, potresti anche essere un po' più dolce, eh. Andiamo in un caffè, mica... Ma quanto sei alta? Uhm, bassina! No, vabbeh, che c'entra... dicevo così per... io sono alto. Eh ora va meglio, mi sembri più ammorbidita. Allora che facciamo, incontriamo questa bella signora domani all'una?».

15.05.09

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Ospizi mediatici

Immagini schizofreniche di un'Italietta divisa in due.
Brianza. Due vecchi cateteri lampadati - l'uno ultrasettantenne con inquietante sorriso da Joker, l'altro ottuagenuario videodipendente che non vuole levarsi dalle fave - si incontrano a cena dopo appelli accorati del secondo a mezzo stampa e suggono minestrone a gran cucchiaiate. Soli, bofonchiando mesti da un capo all'altro di un lungo tavolo. Atmosfera sfigodepressa, la conversazione incespica sulla dentiera. Sono le dieci di sera, è quasi ora di indossare il pigiama e andarsene a nanna.
Roma. L'ultrasettantenne truccato come una Mondaini incartapecorita risorge chimicamente ringalluzzito dalla vasca di Cocoon avvolto in un abbagliante accappatoio bianco, in tinta col sorriso hollywoodiano. In tasca, ninnoli, ciondoli, pendenti e collier a mazzi, come un vu cumprà da spiaggia. Attorno a lui, nugoli di odalische cellulitiche ritoccate con Photoshop. Una servitù eunuca di belle speranze politico-giornalistiche agita grandi ventagli per soffiare una dolce brezza al proprio vate. Sono le due, ma la notte è giovane nel sultanato capitolino: «Tutti a mangiare una pizza!» ordina l'arzillo anzianotto.

27.02.09

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Mortadella, tu m'hai provocato e io...

Mi scrive una catto-lesa. Indignata. Difende il diritto del «suo» mocciosetto a non mangiare carne il venerdì, alla mensa scolastica. Com'è noto, una sottospecie di assessore alle Politiche educative ha imposto l'astinenza quaresimale alle mense della capitale. Penitenziagite, pesce fituso per tutti! Sostiene, la devota, che gli «altri bambini» non avranno certo «il pancino scombussolato» solo perché mangiano di magro il venerdì invece, chessò, del giovedì. E che «mi spiace, ma gli altri (gli immigrati, sottintende) si devono adeguare alle nostre regole». Nostre? In effetti per l'amichetto dell'Amministratore, Ahmed, sarà un po' dura adeguarsi alle mie regole, che scontentano tutti molto democraticamente: oggi è venerdì e in frigo ho la mortadella. Spiacente per tutti e per le Buonanime del Paradiso, con o senza vergini, ma...

09.02.09

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Gradite un panino?

Bravuomo che balbetta come Woody Allen e sbava come un lumacone per far spettacolo, le sciampiste-dentro, diplomate alla scuola Marilyn Monroe, che si atteggiano a ministresse della corte berlusconiana di cortile, come hanno visto fare in tv alle loro simili in grande scala.
Senza contare quelli che si svegliano una mattina folgorati da un'intuizione: la loro ambizione è già stata al palo troppo a lungo, è ora di indossare baffetti nazisti, tendere il braccio all'Heil Fuhrer e dirigere il traffico delle notizie, ché loro sanno come, ah se lo sanno.
E i manichini del tiggì, poi, bambole di ultima generazione che fanno pipì, pupù e vomito a comando, ma sorridono pure, se gli gratti la pancia: bella compagnia di guitti, questa massoneria da Giuramento di Ipocriti. Sepolcri imbiancati, oggi pasionari, domani markettari. Come gira il vento
.



E come si conviene a guitti consumati, usa adesso modulare voce, espressione e postura alla notizia. Volto emaciato, guance scavate, viso compunto, attraversato da una smorfia di autentico dolore, la mezzatetta annuncia con voce strozzata, come di una che avverta lei stessa i crampi allo stomaco: «Non mangia da tre giorni». Le fa eco, concitato, il piantone in collegamento da Udine: «Sono tutti qui, anche i giapponesi». E nessuno, di questi servi, che s'avveda del ridicolo.

07.02.09

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Talitha cumi

«Potrebbe anche fare un figlio», dice l'aspirante Inseminator.
E magari, volesse il cielo, risvegliarsi, staccarti i testicoli e metterteli in mano.

27.11.08

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Se c'è

Con queste capre col puzzo di capra le corna da capra il muso da capra che manco le puoi sgozzare, chi se le mangia, chi se le piglia. Queste capre che mi chiedo se c'è. Se c'è.

23.09.08

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Chic, pop e trash

Meravigliosa, sottile perfidia quella di Aldo Grasso. Recensisce l'ultimo realityboh delle reti Mediaset (tale Il ballo delle debuttanti), ne sottolinea la dominante estetica (nonché culturale) omosessuale e tra parentesi, con apparente noncuranza, aggiunge: «C'è persino Diaco con una sua giovane accompagnatrice». Una frasetta stringata che, in mezza riga, mette alla berlina la Ghergo, affascinante carampana che introduce al bel (?) mondo il giovane cicisbeo nonché l'insopportabile e diffuso costume del paghi uno prendi due, ovverossia l'imporre al mondo intero l'esibizione della propria protesi sentimentale nelle sembianze di un qualche fidanzato/marito/compagno. Va di moda, insomma, l'aziendina familiare, notoriamente cemento del successo economico di questo Paese nel buon tempo che fu. Io e lei. Lui e io. Una comparsata a testa e poi cenetta a lume di candela.

30.06.08

IL CIRCOLO DEI VASTASI

«Derelitti in abito elegante»

«Non sanno più che cosa sia un'emozione dal 1990».

Io ed S*, sui pirocchi arrinisciuti che ci han sempre camminato in testa.

05.06.08

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Il meraviglioso mondo delle telecomunicazioni

«Gliel'ho detto, al colloquio».
«Sei pazzo?».
«No, è che non voglio che mi facciano un'offerta».
Sarà stato per il gusto di vedere la faccia che avrebbe fatto il selezionatore mentre gli tirava una freccetta in fronte, fatto sta che gliel'aveva predetto, A*: «Vi licenzieranno».
S'era infatti stabilito, tra noi del club dei vaticinatori di pranzo, che entro due anni al massimo sarebbe calata la scure degli esuberi su Telecom. Gli indizi erano chiari: oltre al noto abissale deficit, assumevano a tutto spiano (ne conosco un po' che ora si staranno mangiando i gomiti). Beh, l'unica sorpresa è stata la velocità con cui si sono mossi.

11.03.08

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Retention

«Quindi?».
«Beh, mi ha detto genericamente che la porta è sempre aperta».
«Che sforzo».
«Volevo dirgli che in effetti quella del cesso non chiude».

18.01.08

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Le pentole, ma non i coperchi

La detenuta e le sue prigioni:
«Ha cucinato lei. Orecchiette con i broccoli, una delle sue specialità secondo i bene informati».

Donna Sandra, la mitografia:
«E' una mamma a 360° - dice la quasi-nuora della signora Lonardo Mastella -. Un'ottima cuoca. Cucina dei manicaretti che io proprio me li sogno».

16.01.08

IL CIRCOLO DEI VASTASI

L'Università dell'Insipienza

Ieri, al telegiornale, studenti festanti. «È una grande, una strepitosa vittoria per noi», dicevano. Gli dimezzano le tasse, ho pensato. Più alloggi per i fuori sede. Docenti a loro disposizione quando ne hanno bisogno. Laboratori attrezzati. Niente più sovraffollamento. Basta con i test di ingresso.

Invece no. Erano felici, i giovani (giovani?) universitari, perché il Papa ha rinunciato ad andare alla Sapienza per l'inaugurazione dell'anno accademico. La felicità in effetti è fatta di piccole cose. Una tazza di the, un bellosguardo, una bella.... vabbeh. E Ratzinger che alza i tacchi - gaudium magnum- facendoti passare dalla parte del censore. O peggio di quello che si tura le orecchie e nasconde la testa sotto la sabbia. Ah sì, c'è di che brindare. Ed essere radiosi. Soddisfatti.

«La paura - spiega l'ex preside di Sociologia delle Comunicazioni Paolo De Nardis - era che dalla pena di morte passasse a parlare di aborto». Paura? Eh? Intellettuali col pannolone pieno? Non posso crederci. Ugo Rubeo, leggo sul Corriere, americanista, dice: «L'Università è la sede del dialogo ma Ratzinger alla ragione preferisce i dogmi. Padrone. Ma anche noi di non esserci. Era ciò che volevamo fare ma avremmo preferito tenesse duro. Ora ci daranno tutti addosso».

Ottimo. In una sola frase, una falsità grossa come una casa (1), una serie di incredibili ingenuità (2) e una minchiata (3).

1) Dialogo. Ma quale dialogo. I docenti pretendono la genuflessione alle loro teorie, soprattutto in sede di tesi, là dove un lavoro di ricerca dovrebbe essere intellettualmente libero e autonomo. Chiunque affermi il contrario, non ha mai frequentato un ateneo. O mente sapendo di mentire.

2) Avrebbero preferito, i genialoni, che Ratinger tenesse duro. E grazie. Questi signori bianco (o nero) vestiti tengono in piedi un'istituzione da duemila e passa anni: vuoi che si facciano infinocchiare da un manipolo di fessacchiotti? Battono in ritirata, invece, così l'elastico, lasciato improvvisamente, torna in faccia a chi lo tirava. Elementare. Elaborare strategie un filo più intelligenti, no?

3) Il Papa non preferisce i dogmi alla ragione. Il Papa non può prescindere dai dogmi. E' diverso. E questo Papa in particolare ha la pretesa di ribadire il fondamento razionale della fede. Ottimo avversario per una disputa logica e filosofica. A saperla sostenere. Il che non è di questi professorini di fisica i quali sostengono (Carlo Bernardini, ex docente di metodi matematici) che «come filosofo un credente è un po' fiacchetto». Perfetto, perfettissimo: dimostriamolo. Facciamo parlare il filosofo Ratzinger e poi lo facciamo a fettine. Poi però diciamo anche che uno scienziato, dal punto di vista di un filosofo rigoroso, è un credente. Anche un filosofo. Parliamo, fino a scarnificare l'osso, di ragione e fede. Se può darsi una ragione che non si nutra di una qualunque fede. Fosse anche, chessò, la fede nel Botox. Lo diciamo e lo spieghiamo. Discutiamo. Ci accapigliamo. Guardandoci negli occhi, please. Il che è ormai utopia dell'altro mondo, né più né meno del Paradiso. In rete, fuori dalla rete. Dappertutto. Dialogo. Pfff.

Un'idea malata, di Ezio Mauro

11.01.08

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Grazie, compagni

Martedì scorso ho sentito parlare i morti. «Compagno, non ti scaldare - dicevano -: siamo d'accordo, in fondo». «Se si sta con il popolo - aggiungevano dall'oltretomba - non ci si sbaglia mai».

Bene. I compagni hanno venduto i compagni. Così, senza batter ciglio. Uno a uno, col sorrisetto sulle labbra. Sono volati i «vaffanculo», i «basta, state zitti», i «traditori». E loro niente, preoccupati al più di perdere il treno.

Viene a trovarmi mia zia. Compagna anche lei. Mi dice «è uno schifo, una collega delegata lavora in nero in un'altra azienda durante la settimana di solidarietà e se ne vanta pure in azienda. Non solo: è reponsabile della sicurezza e non ha scioperato per la faccenda della Thyssen. Dice che tanto lei esce più tardi e non la vede nessuno se sciopera o no. Capito? Ma io l'ho riferito al funzionario». «Brava - le rispondo -, a quello giusto, l'hai detto. Campa cavallo, compagna».

21.12.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Ce ne ricorderemo, ce ne ricorderemo

Si sono spesi senza orari, senza risparmio. Ci hanno messo la faccia, il nome e il cognome. Hanno incassato critiche e lamentele a muso duro, hanno organizzato campagne di tesseramento e raccolte fondi, hanno preso aerei, fatto cortei e presidi. Patito il freddo. E sono stati traditi.

Manco a dirlo, proprio dai «compagni» in testa all'esercito. Come in cuor loro sapevano del resto e come è ormai prassi, in questo Paese. Si sono alzati dal tavolo alle due e mezz'ora dopo gli infami firmavano una stomachevole fetenzia, piena zeppa di fesserie, sulla pelle altrui. Dopo aver giurato e spergiurato per mesi che mai e poi mai.

E un onore più grande gli è dovuto
se prevedono (e molti lo prevedono)
che spunterà da ultimo un Efialte
e che i Medi finiranno per passare
.

Kostantinos Kavafis, Termopili

19.12.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Pagare moneta, vedere cammello

«Beh, se è stata promossa, è matematico».
«Cioè?».
«Dopo quella famosa sera, caso strano...».
«Eh».
«Hai capito, dai».
«E ho capito sì».
«Infatti prima, con tutti gli altri, non aveva cavato un ragno dal buco». «Invece stavolta...».
«Stavolta ha capito che o si va fino in fondo o niente».

In ennemila pause pranzo, da Bolzano a Capo Passero, dalla Rai all'ultima delle bettole.

18.12.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Le ragioni dell'aragosta

La storiella è gustosa. Pare che tale Sahra Wagenknecht, eurodeputata della Linke, sia una di quelle comunistacce dure e pure tutte giustizia sociale, lotta indefessa e sciarpetta annodata al collo. Ora, anche le comuniste mangiano. Al ristorante, sì. E ordinano - come ha fatto Sahra - aragosta (dai, cosa c'è di male?). Insomma, si leccano le dita, sorridono e si mettono in posa: l'amica e compagna di partito scatta un po' di foto.
Poi tornano a casa e il pranzo costosetto gli si ripropone, come si dice. E' successo proprio così, alla Wagenknecht che, pentita e corrucciata, s'è preoccupata di finire sui giornali mentro si spolpava il crostaceo. L'immagine è l'immagine, diamine. Una ci costruisce su una carriera e poi, per una cosuccia innocente...
Così, con una scusa, la Wagenknecht, attraverso la sua assistente, s'è momentaneamente appropriata della digitale e ha cancellato tutte le immagini compromettenti. Battibecco con l'amica, sputtanamento: scemenze d'ordinanza.
Ma è la dichiarazione marxista ortodossa finale (o forse dovrei dire marxiana, a rigore) che è una vera ciliegina: «Lotto per una società in cui tutti possano mangiare aragosta», s'è giustificata la Wagenknecht. E brava. Karl approva, garantito. Il punto è che, finché il sol dell'avvenire non è spuntato, l'aragosta se la mangia chi può. Che vogliamo fare, lasciarla lì? Comunisti, sì, ma al passo coi tempi e liberi da anacronistiche sovrastrutture. Cioè, i bambini: dai, erano indigesti, siamo onesti. Meglio il caviale.

11.12.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Perché La7 è una grande famigghia

Questi che si accomodano in poltrona. Che sorridono, si vogliono bene, si rispettano, lavorano coi parenti e hanno carta bianca (ma non la sporcano, no, sono responsabili, loro). Questi che cambiano nome alle cose del mondo. E l'editore lo chiamano papà.

Com'è che la cessologia di Luttazzi va bene finché non tocca tuo cuggino?

20.11.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Firma, firma, cretino

C'è stato un momento, negli anni Settanta, in cui un manipolo di sedicenti intellettuali (che ahiloro moriranno senza aver detto nulla di memorabile, ma pazienza) firmavano quasi un appello al giorno. E non lo dico mica io. Loro, lo confessano. Trent'anni e passa dopo. Quando si sono accorti, buonanime, che una firmetta qua, una firmetta là, giravano assegni in bianco a loro nome, che qualche combattente del popolo ha speso per comprarsi il revolver.
Un amico telefonava - «Ueh, scusa, ci sarebbe 'sta cosa qui per protestare contro il fascismo dilagante, è importante: ci stai?» - e loro, con mezzo panino in mano, senza leggere niente: «Sì, figurati: mettici anche il mio nome». Dice bene pessimoesempio qui: «come mandare un messaggio a vodafone o chi per lei per l’ospedale di gino strada. Uguale».
Poi uno, lì per lì, non pensa. E non glielo chiede di certo, alla promotrice tizia: «Ueh, scusa, ma tu non sei quella che promuove quel pattume di chick-lit in cui le donne appaiono come delle cretine integrali, con l'unico problema di darla via e poi piangerci sopra? Cos'è, ora mi chiami alle armi per la violenza contro le donne? Ma fottiti». Eh no, risposte così solo nei film. O in certi blog.
Gli anni Settanta, dicevamo. Quella è stata la prima palestra del cretinismo organizzato capace di dare l'assalto, gradino dopo gradino, ai palazzi del potere. E non è mica un caso che tanti miei coetanei (sono del '69) scrivono di quegli anni lì: perché sono un paradigma di come, con un po' di fumo dialettico, una scatoletta di tonno e un tocco di formaggio, si può dare vita alchemica all'homunculus letteratus. Che gradino dopo gradino eccetera.
Poi il vento è cambiato, pallottole ne son volate e di qualche sbrodolata si son pure vergognati. Dapprima in un silenzio carico di vergogna, poi, timidamente, a voce sommessa. Qualcuno solo annuendo col capo. Ma non tutti, eh. Per esempio, quella cap'e cazz di Dario Fo, no. Lui, a testa alta fino alla fine. Epporca, il premio Nobel gli hanno dato. Che, deve forse chiedere scusa? Boia chi molla, da bravo fascista: tutti lui, li firmerebbe ancora adesso, gli appelli. Con la penna infilata in der posto.

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Dice Caracaterina, citandomi, che han portato tutti il cervello all'ammasso. E non manca nessuno, all'appello, in effetti. Come tutte le cose poco intelligenti, ne attira a pacchi. C'è pure, dico, tal Melissa Panarello. E, in prima fila, il più brutale maschilismo misogino impotente che abbia mai conosciuto. Tanto per dire. Gente che ora serve messa all'altare. Pfff.
Ma qui lo scandalo non è l'ipocrisia. Né la pecoronaggine. Si mettono in conto, entrambe. Il prurito viene per altro.
E precisamente: l'esser stranieri, il non esser parte, il puzzare, l'esser sospetti, malvisti e messi nel mucchio, l'essere infine candidati al ruolo di capro espiatorio rappresentano una dimensione antropologica: 1) ineludibile, 2) trasversale, 3) ricca, anzi: ricchissima. E questa è una cosa della quale ciascuno è chiamato a essere consapevole. Senza piagnistei. Chiunque si trova ad esser straniero in centomila situazioni e - in quanto tale - non gode degli stessi privilegi che toccano agli autoctoni.
Pretendere che questa differenza sia elisa è da idioti. Decidiamo, sul piano del diritto, che la legge è uguale per tutti? Benissimo. Ma poi lo sappiamo, vero che lo sappiamo?, che il mondo iperuranico del logos, non appena si piega in un dia-logos, entra immediatamente in un gioco di rapporti di forza?
E quindi lo sappiamo, vero che lo sappiamo, che nulla è e può essere uguale per tutti? E che se uno, a casa propria, butta il mozzicone a terra, al massimo riceve una zoccolata dalla moglie, ma se lo fa da ospite, in casa altrui, verrà probabilmente messo alla porta?
E che tutto questo snocciolar numeri su quanti reati compiono i connazionali in un anno e quanti gli stranieri non ha senso alcuno, perché nella percezione sociale i due fenomeni non hanno e non possono avere lo stesso peso?
Tutta colpa dei giornalisti? Complotto mediatico? Ma fatevi uno shampoo, va.

15.11.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Che poi

L'insopportabile vanteria del qualificarsi intellettuali. E il cucinare, poi, dopo chissà quanti mal di testa, un risottone di idee, dati, denunce, ricamini, poltiglie passatiste. Ma una persona seria può mai intrupparsi in carnevalate simili?

22.10.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Io di amici non ne ho. Per fortuna

Il problema degli italiani? Gli amici. Per lo più più incapaci di vera, robusta e virile amicizia, gli italiani hanno, al più, un corteggio. Un gruppo di sodali ciechi. Un ambarabaciccicoccò. Una mafia senza palle. Hanno telefonini surriscaldati e carteggi infiniti che quando avrò tempo, gesummaria, risponderò, state bboni che tutti mi cercano. Gli italiani sono cani randagi. Soli, affamati. Hanno capito che qualche carezza la ottengono solo se si strusciano il pelo a vicenda, in androni bui dove ristagna il puzzo di piscio rancido con cui marcano presenza. Quando si incontrano, menano la coda e si annusano dietro. La fanno dappertutto, gli italiani, dove capita. Ne sono pieni i parchi, ne ritrovi le strisciate sui marciapiedi e i residui calcificati sul battistrada delle scarpe.

Peccato. E' - sarebbe - così bella l'Italia. Ma non è nostra, non è vostra. Appartiene a rognose bande di amiconi quadrupedi, al loro familismo, al loro far quadrato ringhiante, a gengive scoperte. A un terrorizzante impaurito fanatismo. Li chiamano reti, adesso, questi branchi. Cercano di spacciarli per rapporti, connessioni, scambi di idee, ne parlano come dell'humus comune, del brodo di coltura di potenti anticorpi che promettono il sol dell'avvenire sulla nostra morta vita sociale, sulla letteratura e chissà che altro. Balle. Sono la negazione di qualunque estetica nonché di qualunque etica del vivere comune. Sono pura bava alla bocca. Schiuma e nient'altro.

All'inizio è l'homo homini lupus. Si disprezzano, ma più o meno di nascosto, ché non sai mai chi ti può tornare utile e se lo fanno in pubblico sono sveltissimi poi, potendo, a cancellarne le tracce quando il vento gira altrove. E infatti, a tempo debito, non appena sorge il luminoso profilo d'una qualche convenienza s'illuminano d'immenso e scoprono che il lupo in effetti è un chihuahua nient'affatto temibile. Che basta solo lisciargli il pelo per il verso giusto e il gioco è fatto. Poi diranno ai posteri che è perché loro valgono e che lì, sulla via di Damasco - miracolo! -, si sono conosciuti meglio, si sono scoperti e apprezzati. Entrati ufficialmente nel branco, riprendono ad abbaiare contro gli altri, di fuori. Quando passano, bisogna farsi da parte. Farsi da parte e star zitti. Se notano, ai margini della strada, smorfie di pietismo, insofferenza, financo indifferenza (ostentata, s'intende), subito ringhiano: cos'è quel sorrisetto, quella mezza ironia, cos'è, sei invidioso?

Ogni tanto l'ubriachezza da potere esplode in un rutto volgare e sincero: ed è lì che, al riproporsi acido del non digerito, ti intimano di star bene attenta a quel che dici, che la cricca (e la Forza) è con loro. Eccone un chiaro esempio, cui ho aggiunto - buon'ultima - la mia modesta testimonianza. Ah, volevo dire: mi pregio anch'io di questo, come di altri cadeu di questo genere, note di merito che mi fanno onore. Augh.

11.10.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Ma ti pare!

Sbarbato, capello brizzolato, fresco di piega parlamentare come usa tra i manageroni capitolini, camicia, cravatta, scarpa lucida. Parla al cellulare, nel corridoio. «Giornataccia!Scusa se non ti ho cagato prima». Uhm.

09.10.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Noi, cretini professionisti e patentati

Quel giorno lì, chi l'ha vissuto non se lo scorda. Intanto, l'equipaggiamento da incursore infilato con cura nel trolley il giorno prima: pantaloni con le tasche, giacca con la tasche, mutande con le tasche. E dentro le tasche, decine di bigliettini a grafia minutissima e pressoché illeggibile con date, articoli di legge e preghiere al Signùr.
Infine, la notte insonne all'Ergife. Chi a scopacchiare, chi a scopiazzare e chi a scoperchiare a occhi sbarrati il pozzo nero e senza fondo della propria ignoranza. Poi la corsa, all'alba, all'edicola più vicina (qualche chilometro a piedi) per compulsare almeno due-tre quotidiani prima di andare a fare l'esame, sai mai che una delle tracce sia di stretta attualità.
Il rientro veloce, infine, in albergo per la colazione - poi non si mangia più fino a sera - e per raccattare armi e bagagli, ché la stanza è prenotata solo per la notte e bisogna sbaraccare subito. Tutti d'umore abbestia, ascoltiamo la V-collega annunciarci, davanti a un cappuccino, la soffiata avuta da un membro della Commissione: «L'articolo di Moda sarà sulla minigonna, l'ho già preparato ieri sera». Non c'è tempo neanche per un V-augurio, è ora di correre all'appello.
Carichi come tappetari di trolley, Olivetti e giacca pesante da milanese in trasferta, ci stipiamo in settecento, immobili, su un piano in discesa, coi piedi puntati per non scivolare sui garretti del tizio davanti, mentre il pacco di appunti infilato negli stivaletti ci arrota gli stinchi. Alle nove del mattino siamo già pronti per la sala rianimazione, stanchi, frastornati, sudati.
Nel branco, come sospinti da uno spirito guida, riusciamo a trovare dove depositare i nostri bagagli e prendere posto. Dopo circa tre ore, ha inizio la distribuzione delle tracce d'esame e già c'è chi, terrorizzato, si gira verso le ultime file chiedendo a gesti la soluzione del quiz tre e quattro. Cazzo ne so, dico io, la risposta è nel vento, amico.
Scrivendo sui gomiti, trasformo la poltiglia cerebrale sulla devolution in un'apparente concatenazione di idee. Il pezzo è sgarrupato - ma non più delle intenzioni della Lega, mi autogiustifico. Colpa mia, del resto: avrei dovuto figheggiare nella classe di moda invece che in quella di politica interna, e mal me ne incoglie.
Termino l'articolo, sbrigo la pratica della sintesi di un editoriale, do un'occhiata alla lista delle domande-quiz e mi si annebbia la vista: conosco una risposta su dieci, non ricordo nulla e, presa dal panico, mi dirigo come un'automa verso il bagno, lookin’ for a savior.
Nel cesso delle donne, ci ritroviamo io, Giovanni e una sibilla vaticinatrice, che declama le risposte con tono monocorde. Sotto dettatura, scriviamo: lui sul coperchio del water, io col foglio appoggiato al muro. Non tutto mi convince, vorrei verificare, ma non riesco a tirar fuori gli appunti dagli stivaletti. Ormai sono cementati lì, amen. «Fermi tutti - dico - ho il palmare». «Ohhh», replicano. Estraggo l'aggeggio dalla tasca interna della giacca, provo ad accenderlo. Non reagisce. Riprovo, riprovo ancora. Niente. Morto. Il calore del corpo l'ha mandato in tilt.
Improvvisamente, la declamatrice mi pare più convincente: decido di darle retta e trascrivo tutte le risposte. Usciamo madidi e stravolti. Fuori, c'è uno che sbraita: «Mi scappa, devo andare in bagno!». Lo guardiamo straniti: è la guerra, amico, in battaglia non si piscia, non te l'hanno detto?
In aula, un puttanaio indescrivibile. I membri della Commissione circolano dando una mano alle loro protette, è tutto normale, tutto assurdo. Sono quasi le sette, tempo scaduto: è andata.
Corro all'aeroporto, perseguitata dal ticchettio di mille Olivetti che m'inseguono come erinni scatenate, mi affloscio sulla poltrona e faccio un rapido calcolo di quanto m'è costato questo scherzetto. Volo di andata e ritorno, albergo, 700 euro per il corso di preparazione, ennemila serate e sabati spesi a far prove e a prendere appunti, quotidiani letti e studiati allo sfinimento, numero 4 manualoni di Cicciabruzzo - i primi due da buttare perché «è uscita l'edizione aggiornata, sapete». E, all'orizzonte, il luminoso sol dell'avvenire di un'estate infernale di studio matto e disperatissimo. Se tutto va bene, poi, cento e più euro da versare sull'unghia per il tesserino. Infine, in nota spese, decine e decine di scioperi da un centone ciascuno, stato d'animo alle stelle e un futuro da eterno problema in un catino editoriale precarizzato, al collasso e benevolo solo con gli amici degli amici, quelli del genere perché io valgo:

«L'anomalia dell'Ordine dei giornalisti è tutta italiana, ma stai tranquillo, mi "spaccio" per giornalista solo se incaricata (da giornalisti) di farlo. Comunque è molto diverso da spacciarsi per avvocato o dottore, se consideri che un non-giornalista può dirigere una testata (se specializzata o di partito politico). Giornalisti anche molto famosi non sono ancora iscritti all'ordine o hanno passato l'esame molto tardi nella loro carriera, lo sapevi?».

V-ciao, eh. Senza rancore.

19.05.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Scusate il ritardo

L'ho cercato in libreria il 17 maggio, d'impeto, senza far caso a commemorazioni di sorta: Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi l'ho letto d'un fiato nello spazio di poche ore, il che. trattandosi di me, che assolutamente rifuggo dall'applicare la benché minima buona volontà alla lettura, è sorprendente.
Di fesserie campate per aria, del resto, di storie tirate per i capelli, intrighi da fiction di serie B, complotti, morti bombardati cosparsi di ketchup, servizi deviati, storie truculente di criminalità obesa che fanno rimpiangere Mario Puzo ne ho le tasche piene anche solo a sentirle nominare.
Senza contare il corollario delle idiozie fumose sulla letteratura e la potenza eversiva di stafava che circolano tra i coetanei miei, cavalli bolsi gonfi come otri di vuote ambizioni.
Ma Calabresi l'aspettavo al varco da tempo. Mi chiedevo quanto ci avrebbe messo a metter mano alla penna e a raccontare, dopo anni di silenzio (e di concioni altrui, peraltro), come si stava da quella parte.
Si stava che bastava girare l'angolo e qualcuno aveva scritto Calabresi assassino su un muro. O lo stava gridando in Piazza Fontana, il 12 dicembre. O a una festa, in mezzo ad altre merde secche milanesi, capitava che qualche brillantona discettasse su quanti soldi avesse preso la vedova dallo Stato, che almeno avessero ammazzato anche lei!, si augurava e che lo facesse, l'idiota - imperdibile scena narrata nel libro, sul genere Woody Allen-McLuhan - davanti all'orfano in persona.
Si stava che un'ottantina di altri pseudo intellettuali firmava appelli alla cieca, da cui si lanciavano le solite accuse chic ai poteri dello Stato, mettendo in mezzo sempre il medesimo cadavere, rimasto idealmente riverso per anni riverso in mezzo alla strada, e manco una targa (ma a Pinelli sì, addirittura due: una che emette una sentenza di colpevolezza per Calabresi - cara, vecchia teoria! - e l'altra che ci mette una pezza, da parte del Comune).
Si stava che non più di tre tra queste teste d'uovo dell'intellighenzia italiota si vergognasse dopo un ventennio e passa di certe porcherie e chiedesse ammenda. Ché erano giovani, perdio. E si sa, i giovani. E ancora scusate il ritardo dicono, ora che si sprecano a qualche riconoscimento. Scusate il ritardo, ma muovetevi, famiglie delle vittime, lasciano intendere, sbrigatevi a schiodare il culo e a perdonare pubblicamente gli amici nostri, che vogliamo graziare questo mondo e quell'altro, senza scontentare gli elettori di centrodestra, quei forcaioli.
E gliene fotte assai, delle vittime, in questo Bel Paese, che l'agente Antonio Custra, assassinato da un brigatista in via De Amicis, per anni l'hanno chiamato Antonino Custrà. E così pure io lo conoscevo e lo stesso Mario Calabresi (i figli degli sbirri, sapete, si dilettavano fin da bambini di cronaca, in quegli anni: giovani nonché figli di giovani, noi, non siamo mai stati), ché sui giornali sempre così hanno scritto. Custrà, con l'accento.
E la figlia, nata come l'ultimo dei Calabresi dopo l'assassinio del padre, una di quei privilegiati parenti delle vittime, che prendono barcate di soldi dallo Stato e gli trovano lavori d'oro, dopo anni di disoccupazione (e di dolore solitario, di psicofarmaci, anoressia, bulimia e quant'altro: forza, su, è passato tanto tempo, dicono in coro gli stronzi d'allora, che davano fiato alla loro coscienza critica) abbia finalmente avuto una mano tesa dal Comune di Napoli.
Che le ha messo in mano una ramazza e le ha offerto un impiego da spazzina. Questo racconta Calabresi. E val la pena di leggerlo, il suo libro, se volete sapere in quale letamaio vivete. Poi tornate pure a farvi uno shampoo curativo per la forfora con gli idoli vostri e a discutere, voi che avete del buon tempo, di letteratura, di eversione, di calli, duroni e bla bla bla.

15.02.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Binnu ficcscionn

Sbadigliare esalando noia nerofumo e dormire, infine, cullati da pistolettate western e sventagliate di mitragliette. Grazie, Rai.

30.01.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Noi, i pentiti

Inchiavardati e serrati, stonati, noi, e psicanalizzati facile, sfilacciati dentro e stanchi.
Voi, analfabeti di carriera.

17.11.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Madonnette

L'arte del mestare, hanno nel sangue, e del rigirar frittate, umiliare, manipolare e infilare i denti nella carne altrui.
Nonché del redarguire all'occorrenza e, se non basta, pubblicamente sculacciare l'immatura puerilità che ha osato alzar la testa.
Ne son piene le scuole, gli uffici e le case di codesta laida leziosità dallo sganascio forcaiolo, che inanella perline ai mercatini e sbianca deretani per diletto.
Santerelline da strapazzo, si tengono bordone tra colleghe di starnazzo.
Tutte quante in cerca di (rima).

21.08.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Quanto sa di sale

Il lavoro era una pena. Faldoni su faldoni zeppi di rogatorie, verbali di interrogatori e atti del processo. Su quelle carte si era consumata una resa dei conti feroce, finita a lanci di monetine davanti all'Hotel Raphael.
Io mi ci consumavo gli occhi e le giornate, passando il tempo a sognare i lussi che mi sarei concessa con un decimo degli spicci smazzettati a fine giornata da tal Pacini Battaglia.
Visionavo ogni pagina, la catalogavo, passavo sotto scanner e riversavo su dischetto. Il "Dottore" intascava dal Tribunale centinaia di milioni di lire, io nemmeno una lira. Neanche il pranzo pagato.
Furbo, il "Dottore". Il cognome siciliano lo autorizzava, secondo lui, a strizzarmi l'occhio ogni volta che faceva capolino nella stanza, che dividevo con il "Dottor K.". «Tutto bene?», chiedeva il titolare dello studio.
K. gli faceva da spalla: il Dottore gigioneggiava a gambe larghe, nominava politici, magistrati, raccontava mirabilie facendo danzare nell'aria i miliardi come coriandoli, mentre io simulavo la più impenetrabile e irritante indifferenza. Lo guardavo di sottecchi e pensavo che la moglie, avvocato con le mani in pasta e clienti facoltosi, dovesse averne non poche di ramificazioni in testa.
K., dal canto suo, mi detestava. Soldi, macchina sportiva, faccia di bronzo ed erre moscia, era solito far colpo. Di questa riservata presenza, poco incline agli ohhh! e alle chiacchiere, non sapeva che farsene. Allungato sulla poltrona, i piedi sulla scrivania, una mano alla cintura e l'altra alla cornetta, capitava che parlasse ora in tedesco ora in inglese.
Veniva spesso a trovarlo dalla stanza a fianco una collega dello studio, gran fenicottero e tacco deciso, che lui rimirava con gusto. «Questa sì che è una donna», gli indovinavo nella mente. Mi indicava col mento, mentre le parlava, e alzava gli occhi al cielo. Di spalle, comprendevo ogni cosa.
Un giorno andò nella stanza dell'avvocato e compose il numero dell'apparecchio sulla sua scrivania. Il telefono squillava e squillava, accanto a me, ed io lasciavo fare. Dopo qualche minuto entrò come una furia - «E rispondi, cazzo!» - afferrando con rabbia la cornetta. «Ha attaccato, ecco!». A pranzo, mangiavo un panino seduta a una panchina, in piazza Vetra. Sfaccendati di buona famiglia facevano correre sull'erba spelacchiata cani di grossa taglia, appetito sanguinario e muso stolido. Talvolta, erano dog-sitter sudamericani a occuparsene.
Li pascolavano un po' e poi li riportavano ad acciambellarsi sul parquet, ai piedi di enormi divani bianchi. Mangiavo piano, sotto un sole estenuato. Gli animali ringhiavano, trascinando al guinzaglio i padroni. Il panino sapeva di sale. Tranne il giorno che il Dottore mi disse: «Mi piacerebbe molto, sai, sei bravissima, ma non posso proprio assumerti».

04.08.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Entusiasmi diarroici

Fantafico forza leggi imperdibile geniale t'innamori ti sganassi non ti tieni le budella ti ci pisci te lo cachi in mezz'ora sotto il sole se lo vedi già lo speri te lo compri te lo succhi quanto godi te l'orgasmi troppo bello ti ci tuffi poi saluti dalla spiaggia finché affoghi in mezzo ai flutti

13.06.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Metamorfosi

Interessante la metaformosi della vandeana stracciavesti, ieri tutta compunta in incompresa solitaria genialità blabla, col cristoincroce da par suo a far da sponsor.
Se ne sta ora tutta pinta, ind'a vanedda come santa vergine immacolata assunta in cielo prega e vaticina per noi, con l'aureola in testa e il sangue che gocciola sulle guance rigate.
Talvolta ride come babbuina, tutta gengive e tartaro, ché non si può sempre stare a piangere e si fa tardi all'"ape".
Ammannisce ai pellegrini scalzi, ginocchia sbucciate numerose e benedicenti come la misericordia diddio, qualche vana profezia su quel che accadde l'altrieri. Ché gli oroscopi di doman l'altro sono del resto al momento segretati, concessi in esclusiva a qualche pusher che li venderà a 16 e 50.
E se all'appello qualche fedele manca, fa la conta peggio del prevosto e della perpetua mess'insieme.
Ma tu guarda le metaformosi della mosca. E come va di spazzola, con le lunghe zampette, sui piedi altrui, senti come attraversa di muta in muta l'intero regno animale e frinisce, cinguetta e barrisce quand'è il momento di fare il culo ai passeri.
Deh come passa il tempo, come trasmuta le cose la blandizie dei maggiordomi in ghette e scopa nel retto, quanti basci e caresse e slinguate, come muore affogato nella melassa, col braccino in su, quel frustolino di talentucolo da rigattieri.
Guardi e pensi che è tutto un puttaneggiare lo stare al mondo, il brigare, proporre, farsi avanti, telefonare, scassare e poi dire mi cercano tutti, non ho tempo per nessuno, vi faccio una sega, sì, ma dopo le sei. E che la la coerenza è dei cretini, come amano dire gli infami. Appunto.

28.05.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Venite parvulos

Festa della mamma e del papà che lavorano.
Cominciano a fartela per tempo, la festa.
"Porterete qui i figli?", chiede Tizio.
Annuisco, seccata. La domanda è oziosa, s'intende, e provocatoria: sono anni e anni che a scadenza annuale si aprono i cancelli ai bambini.
E sempre con puntualità disarmante, quelli che non ne hanno, di prole, si atteggiano in pose tediate e sussiegose - oh, no, oggi è il giorno dei mostri -, che dovrebbero suggerire chissà quale originalità rispetto al mainstream che vuole l'infanzia giardino edenico, da recintare rispetto al cinismo adulto.
No, questi che ogni giorno si dilaniano in battute da Zelig nel vano tentativo di esibire lo spirito caustico che non possiedono e che, nel caso, li dovrebbe distinguere - tutti insieme e tutti uguali - dalla massa, costoro, dico, i bambini li odiano. Li detestano, non li sopportano, li manderebbero al rogo.
(Risate. Applausi. Cachinni).
"Ah, ho capito - insiste Tizio -: li portate per avere la scusa di non fare un cazzo".
E' da giorni che ripete il leit motive. Quel paio d'ore di lavoro che io ed altri perdiamo nel pomeriggio di un venerdì più scazzato che mai gli stanno facendo venire l'ulcera. Credo che neanche l'amministratore delegato di questa baracca possa essere più disturbato di costui dall'intera faccenda.
A un certo punto, non si tiene più ed esclama: "Cazzo, non è giusto che noi stiamo qui a lavorare e loro...". La malattia mentale sta raggiungendo il suo culmine.
"Fregatene", mi suggerisce qualche anima pia, quando confesso l'intenzione di evitarmi sbattimento e fastidio. "Porta tuo figlio e pure il figlio di qualche amico, se puoi".
Mi limito al diretto discendente. Prendo la macchina, vado a prelevarlo e torno. Quando arrivo, trovo la collega appena rientrata dalla maternità: ha portato il figlio e un paio di torte per tutti. Il clima sembra inclinare al festoso.
Caio si alza, addenta una fetta di crostata e con la bocca ancora piena dice: "Va bene, adesso però quando finisce questa storia?".
"Speriamo presto", replica Sempronia, che di figli, dice, giammai, e manco s'accorge di incarnare il più deteriore degli stereotipi materni, solita com'è a trattar tutti, senza eccezioni - ah, le sublimazioni in agguato -, come bambocci idioti, da rampognare coram populo senza riguardo, con tono saccente e umiliante.
Ne ho a sufficienza. Il piccolo vorrebbe restare, è eccitato dalla novità e corre tra i tavoli divertito. Ho fretta di scomparire: lo sollevo a forza e, piangente, me lo trascino via.

17.05.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Carichi a molla

Li inquadro nel binocolo, da lontano, per dovere. Qui in garitta, la noia è il nugolo di moscerini che nuota nell'aria fritta di questo interminabile agosto.
E' tutto chiuso, tutto spento, non si sa più che fare, dove andare.
Non resta che guardare, stancamente. E stupirsi.
Carichi a molla, si muovono a scatti, ridono, vogliono ancora piacere.
Credono, e come fanno, perdio?, ai complimenti che rimbalzano, alle pacche sulle spalle, le lisciate di pelo.
Pure a a Babbo Natale, la Befana e Photoshop danno il loro soldino, pontificando con la bocca piena di trombonate idealiste.
Puri e duri, li osservo tintinnare in tasca le loro trenta monete mentre con incalzare serrato e assertivo dicono quello che pensano.
Uh, anche la merda è sincera, nel suo puzzare.
Non vedo il pregio, tuttavia.

03.05.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Everybody needs somebody to hate

Incauta la blogger cui venne l'infausta idea di dedicare un post alla difesa dei siciliani.
Dopo un mese, è una continua emorragia di commenti, che non accenna a cauterizzarsi.
Il che non deve sorprendere affatto. Conosco certuni, soliti a impressionare l'uditorio con modi studiatamente signorili e sfoggio di dialettica dagli accenti aulici, i quali pensano e dicono - alla sottoscritta, direttamente, ché mi si crede diosolosaperché persona di spirito - né più né meno di quanto si legge nei commenti al succitato post.

20.04.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Un post politico, a ben intenderlo

Prendo il vassoio, vi adagio lenzuolino di carta e tovaglioli ed entro nel labirinto. A fine percorso, il mostro.
Cartelli indicatori mi segnalano, all'inizio del dedalo, l'"angolo delle delizie". Al di là del banco, mellifui sorrisi di robotica gentilezza mi offrono ogni prelibatezza. Nel rispetto, s'intende, di misteriose tabelle alimentari.
"Niente prosciutto, se le do il tonno, signora".
"Perché, scusi?".
"L'insalata è già completa così".
"Ah, molto bene".
"Desidera un po' di carotine, signora?".
"No, grazie".
"Allora cosa posso aggiungere, signora?".
"Metta altre mozzarelline".
"Gliene posso mettere una soltanto".
"Una?".
"Beh, se tutti chiedete le mozzarelline, le finiamo".
"Ineccepibile".
"E ricordi: questo piatto è un secondo più contorno, signora".
"A guardarne la consistenza, a dire il vero, pare a malapena un contorno: dove si nasconde il secondo?".
"Secondo più contorno: è la regola".
"Quindi posso aggiungere al limite un dolce?".
"Esattamente, è la regola".
A fine labirinto, il mostro con lo sguardo laser passa in rassegna il contenuto del vassoio. "Lo yogurt è in più".
"Ma non ho preso il primo piatto, scusi".
"Lo yogurt è in più. Può prenderlo solo in sostituzione di un contorno: è la regola".
"Allora se lo tenga", le rispondo indispettita, posandolo sul banco della cassa.
"Se vuole, può prenderlo il suo collega, poi lo dà a lei".
"Scusi, che senso ha?".
"Nessuno, è la regola".
Finalmente esco, arrivo al tavolo e mi accorgo, disdetta!, di aver dimenticato la bottiglietta dell'acqua. Torno a malincuore dal mostro: "Scusi, ho dimenticato prima di prendere l'acqua, posso?".
"No, signora. Non posso fidarmi che lei l'abbia veramente dimenticata".
"Se vuole, vado a riprendere il vassoio e glielo dimostro".
"Potrebbe averla appoggiata sul tavolo, come faccio a sapere?".
"Certo, giusto. Potrei essere una ladra, lei che ne sa. Alto le mani, questa è una rapina: mi dia la bottiglia dell'acqua".
"Non posso lasciarla passare: se tutti facessero come lei, avremmo settecento persone che prendono due bottiglie d'acqua ciascuna".
"Ma io non ne voglio prendere due: solo quella che mi spetta".
"Per questa volta passi, ma che non si ripeta".
"Certo, è la regola".

13.04.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Basta, non gioco più

Plebiscito o niente, chiede il ragazzino.
Se no, si china platealmente sulla tazza a vomitare sul paesedimmerda.
E due minuti dopo aver infilato la scheda nell'urna, esce di casa e va a comprarsi una scatola di chiodini per il povero Democristo in croce, che - mal gliene incolga - s'immola per tutte le sue pecorelle.
Ché i suoi, altro che agnellini: lupi mannari assetati di sangue, sono, infelici al cappio delle loro rispettabili cravatte, alla perenne ricerca di qualcuno da odiare e di capri espiatori da macellare sull'altare della loro inarrivabile Giustizia.
Falsi come Giuda, all'occorrenza spergiurano di contentarsi del meno peggio e di militare tra i moderati che aborrono gli opposti estremismi, ma intanto circolano con la lingua penzoloni, la bava alla bocca e le zanne in astinenza, in queste notti di luna piena, proiettando lungo i muri la loro lunga ombra triste.

12.04.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Di nuovo alle urne

- Beddamatri, ora si dovrà votare di nuovo per l'elezione del nuovo boss.
- Maddai, ho sentito che la Sicilia era in festa per questa cattura.
- Era in festa perché manco a noi ci piaceva il governo di 'stu boss.

12.03.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Come una scatola di cioccolatini

La serpe è gentile. Striscia inavvertita tra i sassi e vibra i sognali su frequenze ipnotiche e ammalianti.
Modula il sibilo in crescendo, fino a emettere un suono perforante e continuo che indebolisce le resistenze, rammollisce i no e piega l'altrui volontà.
Si infiltra di soppiatto, non invitata, per una visita di cortesia.
Vuole vedere come stai. Lo vuole con gli occhi, le antenne e ogni scaglia della pelle mutante. Non c'è dissuasione che valga.
Ma sì, che male c'è, pensi.
Non si tratta, in fondo, che di una piccola cosa, di scarsa durata e nessuna importanza - ti ripeti -, quel po' d'assenzio che s'inghiotte ogni giorno per quieto vivere.
Una dose più, una meno, cosa vuoi che sia - sussurri alla tua pazienza, per rabbonirla.
Ah quant'è urbana, la serpe. Com'è affabile, inappuntabile e più robotica del manuale di donna Letizia. E con quale incoercibile e imperdonabile asprezza marinaresca ne accogli le carinerie.
Una martellata, le daresti. A lei, che vuol solo vedere come stai - non è bello, in fondo? -, scrutare dove ti prude la rogna e capir se si può grattarsela un po' insieme, giusto per passare un po' il tempo, ché una disavventura analoga ce l'ha pure lei nel repertorio e non è forse, questo, un gesto di buon vicinato, di grazia?
Ma tu "non ho niente da dire e non ne voglio parlare", esordisci cafona, mentre le pende indignata e a peso morto la lingua biforcuta. Sicché t'allunga indispettita il presentino omaggio. Una scatola di cioccolatini. "Per il compleanno", spiega, con aria di rassegnata e incompresa superiorità morale.
"Grazie, non doveva", dici. E intendi letteralmente, quel "non doveva", ché certi giri di boa si fanno a occhi chiusi e mascelle strette, senza torte né stappi di spumante.
E mentre richiudi la porta, con le narici che ti fumano, pensi che a volte non ci sono abbastanza sassi e che sì, Zemeckis è un genio.

Mamma diceva sempre: La vita è uguale a una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita! (Forrest Gump)

02.03.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Indovina chi non viene a cena

"Stasera ceno con Tizio, domani con Caio. Ieri sera invece ero con Cozza e abbiamo mangiato cavallette del Mar Morto. Peccato, sarebbero stati più buoni gli scarafaggi di Tutankamon".
I giusti e gli eletti, son gente di mondo. Sbafano in compagnia al ristorante e non perdono occasione per farlo sapere in giro, con l'aria di dire: "Occhio a non mettersi contro di me perché non sono un isolato. Mi trovo un giorno sì e uno no a crapulare con i miei scherani".
Antipasti, primi, secondi, dolce, caffè e ammazzacaffè: si mangia a scrocco, tanto paga Pantalone, quello col grano in tasca.

In un angolo del locale, due donne avventate.
Due che avevano gente intorno, prima. Amiche, conoscenti, colleghi. Poi a 'ste due salta in mente di dire quello che pensano. E quello che pensano non piace, rompe le fila, rompe i coglioni, rompe tutto.
Avevano gente intorno. Finte amiche, conoscenti pavidi, colleghi viscidi.
Si ritrovano al ristorante a mangiare una di fronte all'altra. E a fine cena, come fanno le persone dabbene, pagano il conto. Ciascuna il proprio.

C'è un libro in più, a casa. Firmato da Alessandra Di Pietro e Paola Tavella

24.01.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Evviva i pazzi

Dovendo scegliere, pietà per il collerico che smutanda le corde vocali in un urlo belluino, mentre l'altro lo osserva freddo, con un sorriso sardonico.
Dovendo tendere una mano, lo si faccia a chi, nella carnevalata, si immedesima nel suo costumino di Zorro piuttosto che al Gatto e alla Volpe, che si lisciano i baffi in disparte.
Dovendo appellarsi contro la pena, si domandi clemenza per il cretino confesso, il profittatore patente, lo scemo del villaggio, lo sbarcalunario patologico.
E dovendo lucidarsi le scarpe, le si strusci sul fondoschiena dell'astuto stuzzicanervi, quaquaraqua che con calcolo offende la madre, punta il dito sull'iracondo che sbraita fuori di sé e reclama giustizia.
Dovendo vergognarsi, sempre e comunque in compagnia dei pazzi.

13.01.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Il professionista del pruvulazzo

Una sta lì, in macchina, viaggia tranquilla, quando a un certo punto le tocca d'inchiodare di colpo.
Il professionista del pruvulazzo.
Eccalallà: in mezzo alla strada, si rotola in preda a tali convulsioni culturalintellettualetterarie da sollevare un fungo atomico alto chilometri.
Tutti in coda come pisquani. La colonna di fumo sale, il cretino seguita a strofinare parossisticamente il culo a terra e noi lì.
O prenderlo a mazzate o dare un senso alla cosa.
Di norma, ci pensa la santadonna incolonnata dieci macchine indietro.
Scende, scuote la frangia (un particolare che non sai mai se fa più esistenzialfranzosa o più schiettamente istituto di igiene mentale) ed esclama: "O qual genio! Dimmi, declama, scrivi, sviluppiamo un dibbattito (no, il dibbattito no!), poniamo un tema, accendiamo un fuoco, facciamo tutti insieme un bel girotondo attorno al falò!".
E mi sono pure alzata presto, penso. Sms d'urgenza: "Minchione ferma traffico: arrivo in ritardo".
Strombazzo. "Vi muovete pelandroni?". M'attacco. Almeno venti automobilisti aprono la portiera, tutti belli contenti, e dibbattono senza vergogna.
Passa un'ora buona. Poi, d'improvviso, un fulmine a ciel sereno: all'unisono, si rimettono tutti alla guida, accendono i motori e ripartono.
Stirando il pensatore sotto i pneumatici. Tutti insieme, uno dopo l'altro: sgnack, sgnack. Senti pure il crock delle ossa. Curioso. Tipo grissino.
Ma sì. Morto un testina, se ne fa un altro.

12.01.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Col cuore in gola

Domanda.
Nessuno risponde.
Esortazione.
Silenzio tombale.
Invito.
Nessuno raccoglie.

Solo la Vigliaccheria si aggira indisturbata, avvolta in un mantello, strisciando lungo i muri di questa sera infinita.
Si volta, d'un tratto, sorpresa dalla propria ombra. Non è nulla, pensa, con un sospiro di sollievo.
Poi pavida s'avvicina a una fontana.
Sbircia a destra e a manca, timorosa dell'oscurità, si lava piano le mani e le scuote nell'aria aspettando che s'asciughino.

12.12.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Forse

Telefono a una nota casa editrice perché ho bisogno di contattare un suo autore.
Mi danno l'email (grazie, ma fin lì c'ero arrivata da sola).
Gli scrivo. Non risponde per più di una settimana.
Ci riprovo con l'editore per riuscire a carpire un numero di telefono, quanto meno.
"Le chiamo la collega", mi dice l'impiegata.
Poi, non curandosi nemmeno di coprire con una mano la cornetta, grida: "C'è ancora quella pazza, al telefono, che cerca ***".
"Salve - dico - sono Tizia Sempronia e non sono pazza".

08.12.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Ambrogino d'oro per tutti

Non stava benissimo, A*, ma quando suo padre gli ha chiesto di accompagnarlo al supermercato, non se l'è sentita di tirarsi indietro.
Dopo "due ore di delirio consumistico", racconta, si accodano finalmente alle casse. A un certo punto, il padre ripercorre la lista della spesa e si ricorda d'aver dimenticato qualcosa: torna tra gli scaffali e lascia A* a tenere il posto in fila.
Sarà la fatica, sarà l'influenza, sarà lo stress, fatto sta che A* sviene e finisce lungo disteso sul pavimento, dopo aver dato una bella ginocchiata al carrello.
Ancora a terra, apre gli occhi: nessuno muove un dito. Lui guarda gli altri clienti, loro guardano lui, ma non uno che accenni ad aiutarlo. Dopo un minuto, A* riesce ad aggrapparsi al carrello, si rimette in piedi e finalmente torna suo padre.
"Adoro i milanesi - mi scrive -. Sono così discreti... pur di non disturbarti ti lascerebbero rantolare in tutta pace fino all'ultimo istante di vita".

Del resto, A* ricorderà quella volta che arrivai all'aperitivo col cuore in gola perché un ueh ueh milanès aveva deliberatamente cercato di investire la sottoscritta. Donna con pancione di sette mesi = settecento punti, suppongo.

06.12.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

E noi non rispondiamo mai

Il "dottore"
"Appena il dottore arriva, riferisco".
Da moltiplicare per cinque: per tutta la prima settimana lavorativa, siamo andati avanti così.
"Lei deve capire, il dottore è molto occupato, sono giorni di fuoco".
"Capisco benissimo, chiedo solo una risposta precisa circa la sua disponibilità: un o un no. E' semplice".
A metà della settimana successiva, il balletto era ancora questo. Verso venerdì, supplico di nuovo un "no", per mettermi l'animo in pace e organizzare il lavoro di conseguenza.
Ieri richiamo.
"Il dottore non è ancora arrivato: appena si farà vivo, questa sarà la prima richiesta a essergli sottoposta".
Oggi, attendo ancora una chiamata. Da qui all'eternità.

"Professionista" n. 1
"Senta, la chiamo per un preventivo...".
Mi risponde la moglie: "Riferisco a mio marito e la faccio richiamare".
Sono passati tre mesi: nessuna chiamata pervenuta.

"Professionista" n. 2
"Ora che ha visto quel che c'è da fare, per quando me lo prepara un preventivo?".
"Devo tornare con un collega per prendere le misure", mi risponde.
"Va bene, quando pensa di venire?", chiedo.
"La prossima settimana. Mi faccio sentire io".
Sono passati otto mesi. Nessuno si è più fatto vivo.

"Professionista" n. 3
"Buongiorno, il suo numero me l'ha dato suo cognato, che è venuto qui a imbiancare. E' disposto a venir qui a dare un'occhiata?".
"Senz'altro", risponde.
Arriva, prende nota: "Mi prepara in fretta il preventivo? I lavori, lei lo sa, vanno fatti tra ottobre e novembre".
"Senz'altro", risponde.
Siamo ormai a dicembre. Abbiamo la neve, il terreno ghiacciato, le balle girate e neanche l'ombra in tutto l'hinterland di uno disposto a lavorare per guadagnare.

Il fanculista
"Scusa, ma..."
Nessun cenno.
"Ehi, che ne dici di...?"
Dev'essere uscito a prendere le sigarette.
"So che non risponderai, ma avrei da comunicarti che...".
E' in cura dall'otorinolaringoiatra.
"Ecco, caro, vorrei fanculizzarmi da sola, per risparmiarti tempo, fatiche e imbarazzi. Mi trattiene solo il timore, conoscendoti e avendo un po' di esperienza di vita, di darti il destro di fare pure la vittima ignara e inconsapevole. Cosa vogliamo fare?".
Vediamo se almeno sa leggere.

27.11.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Bassifondi di caffè

"Al secondo piano", mi dice al citofono.
L'ascensore è una gabbia di ferro di quelle che s'arrampicano sulla tromba delle scale gemendo come un animale in preda alle doglie.
Salgo a piedi e l'atmosfera è quella, prevista, di molti caseggiati milanesi: fuliggine, muffa e disperata solitudine.
C'è tanfo di anime decomposte, su per questi gradini. Mentre salgo, valuto se è il caso di accendere subito il registratore.
Prendo la decisione sbagliata: rimando e per il momento lo lascio spento.
Per suonare il campanello, devo scostare il cartello lì appeso, che segnala l'orario di ricevimento: si comincia al mattino e si finisce alle 18.30. La padrona di casa, con la mano sulla maniglia, non mi dà quasi nemmeno il tempo di avvicinarmi che già mi spalanca la porta dell'inferno.
Struccata e dimessa, mi accoglie in casa presentandosi come presidentessa di una fantomatica associazione.
La luce è fioca, cimiteriale. D'istinto, alzo la testa e vedo che il lampadario, a forma di candelabro, ha una sola lampadina accesa.
Le pareti dell'appartamento, che mi appare angusto e squallido, sono tappezzate da ritagli di giornale che - da almeno una quarantina d'anni, presumo - fanno eco alle gesta di questa sedicente veggente.
Chiedo il permesso di fare delle foto e lei, entusiasta, mi indica i pezzi forti della collezione
Mentre scatto, entra uno sciroccato sulla quarantina, accompagnato dalla madre. L'uomo viene fatto accomodare su uno sgabellino di fronte a un tavolino ad altezza ginocchia.
"Sei nella merda", gli dice la maga. "La tua vita è un fallimento", sentenzia la scrutatrice di fondi di caffè. Lui abbozza qualche spiegazione, "sono separato e disoccupato", dice, ma lei, perentoria: "Zitto. Devi solo ascoltarmi".
Lo punta col dito e prevede: "Un lavoro di merda lo trovi, tranquillo. Di merda, ma lo trovi".
Previsione facile, in effetti. Persino quelli, chessò, della Adecco, ci arriverebbero.
A un certo punto, la pataccara alza la voce, rivolta alla madre del poveretto: "Mamma, vieni qui a pagare per tuo figlio!".
La madre si siede e comincia sommessamente a caragnare, mentre la pseudo veggente le intima: "Non piangere! Ci penso io, a tuo figlio".
Non c'è un lanciafiamme qui nei paraggi, mi chiedo?

04.11.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Kosta, svegliati, Loro sono già qui

Dite a Kavafis che l'attesa è finita. Sono arrivati e strologano alla grande. Convinti, beati loro, d'essere graffianti, selvatici e messi di traverso (avrei detto accoccolati sul triclinio, ma tant'è).
"Perché chi viene qui, alle Invasioni barbariche, si smolla sempre un po'" s'è detto nel bel mezzo del solito agiografico autoritrattino televisivo in cui l'intervistatore (-trice, nella fattispecie) regge lo specchio delle brame al bencapitato di turno.
I barbari - aveva ragione Costantinos - sono una soluzione. Sono il tipico quadretto paesaggistico piazzato sul muro altrimenti disadorno del salotto buono, col sentierino in mezzo al bosco, spennellato nei toni tra il marrone e il verde esausto d'inizio autunno, che campeggia sulle poltrone in velluto coi profili in acciaio e il tappetto di pelle bovina, in mezzo alla chincaglieria fine anni Settanta-inizio anni Ottanta.
La barbarie è l'abitudine, è la lode che imbroda, sono le presenze autogiustificantesi per il semplice fatto d'essersi accampate e zitti tutti, inetti invidiosi, è l'azzurro stoviglia della signorina Felicita, le piccole cose di pessimo gusto, la tavola ben imbandita con i commensali che mangiano con le mani, succhiandosi le dita.
Barbaro è quel rimbalzare da una signora all'altra di buoni propositi che stridono come un gessetto squadrato sulla lavagna: "Non mi pare il caso di satanizzarlo". "No, no, non satanizziamolo".
Ma sì, non diavolizziamola 'sta tibbù. E nemmeno 'sta vita. Non la si faccia spessa, ché è tutto un gioco. Vince chi non si prende sul serio. E ti prende per i fondelli.

20.10.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

The NeverEnding Story

Notizia di oggi: "Catania, colpito il clan Santapaola". Miii, è da quando sono nata che a cadenze fisse un blitz delle forze dell'ordine prende di mira questi scassapagghiari. Ma quanti sono, mi chiedo, a che ritmo si riproducono e com'è che non bloccano mai le assunzioni, unici in tutto il Paese?
Rassegnata, mi vedo già ultrasettantenne in dentiera, con 'sti santuzzi beddi ancora attaccati alle caviglie secche, mentre qualche supermega operazione di polizia metterà in manette il solito "numero due" di Cosa NostraVostraLoro.
Numeri tre, si sa, neanche a pagarli.

07.10.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Ne rimarrà uno solo

Ci ha lavorato per anni a mani nude. Ha dissodato, scavato, interrato e livellato. Ora contempla soddisfatto il suo campo da gioco. Lui solo riconosce, da impercettibili discrepanze del terreno, il punto esatto in cui ha sistemato le mine.
Mani sui fianchi, distante e apparentemente noncurante, osserva il passo avventato dell'ultimo bracciante assunto.
Bum. Fuori. Smascherato l'ennesimo incompetente presuntuoso, pensa.
A fine giornata, tira fuori dal cassetto i suoi libri mastri, che compila annotando accuratamente il numero dei morti e dei mutilati.
Poi, con un sorriso compiaciuto, estrae la mappa della sua segreta battaglia, e traccia una croce sopra ogni ordigno saltato per aria.

17.07.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Balla con le lupare

La polemicuzza è rinfocolata un mese fa o più, ma è ormai una minestra riscaldata. Sciascia e le sue collusioni culturali con la mafia. Sciascia cattivo maestro. Sciascia bla bla.
Delle tante pallottole sparate su Palermo ho già detto. (E' divertente. I miei post migliori li ho sempre visti abbondantemente letamati da una consolante serie di testine. Il che la dice lunga eccetera. Ma comunque. Tiriamo innanzi).
Sciascia, dicevo. E non mi riferisco a quel che disse Sgalambro - più o meno: dobbiamo andare oltre Sciascia e smettere di pensare all'equazione Sicilia = mafia -, che sottoscrivo appieno (e fanculo alle anime belle che hanno insultato il filosofo catanese, idioti senza speranza).
No. Penso a quelli che hanno accusato lo scrittore di Racalmuto di nutrire un'inconfessata ammirazione per la mafia e di averla trasferita ai suoi libri. Col risultato d'averne alimentato il mito. Sciascia brutto!, insomma.
La querelle s'è infiammata nella calura d'inizio estate ed è morta lì, senza che a nessuno fosse venuto in mente di andare a rileggersi le parole di un tizio per il quale ogni 23 maggio si depongono fiori sul guard rail dell'autostrada per Palermo, all'altezza dello svincolo di Capaci. Che poi, a passarci ad agosto, li si ritrova ancora lì, quei mazzi rinsecchiti come pensieri riarsi, friabili come labile memoria e vuoti come gesti di circostanza. Fino a che il primo acquazzone non li schiaccia a marcire nella scarpata.

"Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale. (...) I film e i libri più recenti ci hanno fatto capire che le atrocità commesse dai Sioux o dai pellerossa in genere contro i colonizzatori bianchi avevano una loro logica e un senso per il loro popolo. Quante analogie tra gli eroi di Balla coi lupi e i siciliani, anche quando la loro cultura viene esasperata e manipolata da Cosa Nostra! (...) Torniamo alle affinità, al fatalismo, al senso sempre presente della morte e ad altri tipi di comportamento sociale e individuale. La riservatezza, per esempio, l'abitudine a nascondere i propri sentimenti e qualsiasi manifestazione emotiva. In Sicilia è del tutto fuori luogo mostrare in pubblico quello che proviamo dentro di noi. Siamo lontani mille miglia dalle tipiche effusioni meridionali. I sentimenti appartengono alla sfera del privato e non c'è ragione di esibirli. Io stesso in un certo qual senso condivido questa mentalità. Hanno perfino scritto che sono freddo come un serpente... la loro naturale riservatezza spinge i siciliani a non immischiarsi nei "fatti altrui", il che è un bene e un male allo stesso tempo". (Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani).

13.06.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Dimenticare le offese. Forse

Il bilancio più sensato sul dopo referendum viene da Giuseppe De Rita, che sul Corriere di oggi manifesta il disagio procuratogli dai toni della campagna referendaria, "un disagio causato dall'accavallarsi di posizioni strumentalmente faziose, nel proporre come verità assolute posizioni parziali e di improbabile verifica; un disagio sconfortato dal constatare che persone sempre stimate hanno scritto, forzando i toni, termini e parole di cui fare l'elenco mi umilierebbe".
"Se qualcuno voleva fare una zuffa becera, ce l'ha imposta", continua De Rita. E quel qualcuno, aggiungo io, ce l'ha per vizio di far uscire dal Parlamento, di peso, dibattiti politici la cui complessità è maldestramente gestita anche da chi ha modo di dedicarvi tempo e attenzione nel corso di lunghi iter legislativi, tra dibattiti camerali e lavori delle commissioni addette.
Figuriamoci la cosiddetta gente, che di colpo in bianco viene investita da una discussione "sul valore filosofico, teologico, biologico dell'embrione; sulla salute e sulla dignità delle donne; sul primato del soggettivo individuale diritto ad avere comunque un figlio anche senza sapere chi è il padre; sulla libertà della scienza e della ricerca; sulla speranza di poter, domani, combattere malattie terrorizzanti (dal Parkinson all'Alzheimer); sulla possibilità di una messa in dubbio della legge sull'aborto, sul ruolo più o meno invasivo delle autorità ecclesiastiche; sul valore della legittimità etica e giuridica dell'astensione": l'elenco compilato da De Rita è da togliere il fiato solo a leggerlo.
La gente non è stupida e non deve essere scippata del diritto di esprimersi su questioni che toccano così profondamente la vita delle persone: questo dicevano i promotori e i sostenitori dell'ennesimo referendum destinato a morte sicura, come gli ultimi cinque dal 1997 a questa parte.
La gente è stupida, è idiota, fancazzista e imbecille, dicono ora i medesimi, di fronte all'ovvietà assolutamente prevedibile del mancato raggiungimento del quorum.
Il successo premia sempre i migliori, son soliti dire questi signori quando il vento gira a favore, quasi a voler sottolineare, immodesti: premia me, perché valgo di più di voi. Poi, quando prendono le legnate sul groppone, cambiano improvvisamente idea.
Paiono a me, costoro, come i giocatori di una squadra di calcio che, dopo estenuanti allenamenti malfatti, si presentano in campo con una formazione sbagliata, un gioco che fa acqua da tutte le parti e nessuna, nessunissima umiltà.
Tipo quei tali che, messi in rete tre gol nel primo tempo, incassano poi altrettante pappine in sei minuti di gioco e perdono infine ai rigori nella costernazione generale. Poi, in conferenza stampa, danno la colpa al pubblico stronzo, all'arbitro cornuto, a quel terrone del quarto uomo, alle gomitate dei difensori della squadra avversaria e, già che ci sono, al governo ladro.
Sto infatti leggendo una serie di post al vetriolo e vengono tutti da persone che in questi giorni non hanno saputo o voluto fare alcuna analisi pacata, seria e argomentata dei problemi messi in gioco dai quesiti.
Si sono limitati a qualche slogan, ad affermazioni tagliate con l'accetta, a dichiarazioni di voto ed esortazioni a pedalare alle urne.
Un modo di porsi che sortisce risultati controproducenti, un po' come i manifesti con la Ferilli che appoggia le tette sul tavolo e impugna la matita fallica. Ma secondo voi, benedetta gente, a me, a noi, a tutti, cosa diavolo frega di come votate voi e i vip vostri vicini di festa, di ristorante, di casa? Cosa vi fa pensare che siete nella posizione di saltare a piè pari un duro ragionamento a confronto con altri e di comunicarci invece la decisione che avete preso, con la non tanto segreta speranza che la comunicazione stessa debba essere per noi persuasiva?
Voglio darvi una brutta notizia: avrei piacere a parlare con ciascuno di voi (quasi ciascuno, non esageriamo con l'entusiasmo retorico), come ho sempre piacere di discutere con chiunque abbia un'onesta voglia di approfondire. Detto questo, di quel che fate voi, di quel che fa la coscialunga del caso, di quel che fa Ruini, di quel che fanno Gesù Cristo e la Madonna, Vattimo, Giorello e Flavia Vento non me ne importa assolutamente nulla. Non solo: trovo imbarazzanti i vostri coming out. A cose fatte, penso che anche voi tutti, più o meno famosi nella pubblica piazza, nel vostro quartiere o su questi schermi virtuali, anche voi dicevo possiate ammettere che il tutto è ininfluente, quando non appunto controproducente, come io sospetto. E' un'americanata che qui non sfonda. E nemmeno più là, come insegna il caso Kerry.
Sicché, per tornare alla metafora calcistica, se andate in campo dopo una mangiata pantagruelica, un po' bevuti e deconcentrati, dovreste seriamente chiedervi se queste vi sembrano realisticamente le premesse per una bella partita. E, fuor di metafora, se avete fatto quanto era in vostro potere, cari blogger, per convincere gli altri delle vostre ragioni senza preventivamente aggredirli e trattarli come scemi.

[CONTINUA...]

10.06.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Ciao ciao Nestlè

Qualcuno ricorderà che l'inverno scorso è scoppiato il caso del latte in polvere, che noi fessacchiotti italiani paghiamo più del doppio rispetto a tutti gli altri genitori europei. Stesso prodotto, stesse confezioni.
Lo scandalo, insomma, è cosa nota. Tant'è vero che il Ministero della Salute si muove, a fine 2004, e strappa alle multinazionali interessate un'intesa volta a diminuire drasticamente il prezzo del latte a partire dallo scorso dicembre. L'accordo parla di uno sconto sensibile, fino al 35%, spergiurano i manager di Nestlè, Humana, Milupa, eccetera.
Speriamo, mi dico. Fate conto che una confezione da un chilo di Nidina - il latte Nestle più consumato dai neonati - costa 25 euro e dura meno di due settimane, sicché il dissanguamento delle tasche dei neogenitori non è di poco conto. Senza contare le confezioni che arrivano ai 40 euro.
"Non farti illusioni", mi diceva qualche disilluso. E infatti. A dicembre vado in farmacia, chiedo il mio solito barattolone di Nidina e scopro che il prezzo è invariato. "Perché?", chiedo al farmacista. "Non so", risponde, e fa pure la faccia di quello che casca dalle nuvole. Sicché contatto qualche associazione dei consumatori: braccia allargate un po' dappertutto e un invito a vigilare e a far loro sapere come si evolve la situazione. Cioè io avrei dovuto informare loro. Vabbeh.
La volta successiva cambio farmacia. Prezzo identico. Chiedo nuovamente spiegazioni e mi vien detto che le aziende hanno sì garantita la diminuzione del costo del latte a partire da dicembre, ma ahiloro hanno ancora scorte di magazzino da smaltire e finché i depositi non si svuotano, niente diminuzione. Mi sento presa in giro e vedo intanto che sui giornali non si fa parola di questa pastetta, mentre allora, ai tempi dell'accordo, era tutto un rilasciare dichiarazioni trionfalistiche. Niente, silenzio.
Passa qualche mese e finalmente il prezzo della Nidina cala. Di quanto? Poco più di un euro. Fanculo. Intanto, poiché il latte artificiale tende a provocare una certa stitichezza, la pediatra ha consigliato di dare al bimbo un latte specifico per questo problema, il Pelargon. Stessa marca, cui la pediatra pare sia affezionata. Merito, suppongo, dei suoi rappresentanti, che lei riceve e intrattiene simpaticamente anche per un'ora, con la sala d'attesa affollata di bambini piangenti e sfastidiati.
Beh, nessuna diminuzione di prezzo su questo latte. Perché? Non si sa. Un misero sconto su quello più diffuso, dunque, e nessuno sugli altri, più specifici e irreperibili nella grande distribuzione. Tranne i due-tre di più largo consumo, infatti, tutte le altre formule di latte in polvere si acquistano solo in farmacia (spesso e volentieri, come nel caso del Pelargon, esclusivamente su prenotazione) per una decisione dell'Antitrust che risale al 2000: una cosa incomprensibile, trattandosi di un alimento e non di un farmaco. All'inizio di quest'anno, dunque, il Movimento dei Consumatori dà battaglia, il che convince Sirchia a emettere un decreto ministeriale sulla materia. Un passettino insufficiente, tant'è che il neo ministro Storace deve riprendere in mano la questione e far nuovamente pressione sulla case produttrici perché diminuiscano ulteriormente il prezzo del 20%. L'obiettivo è quello di equiparare la situazione italiana a quella del resto d'Europa, dove un chilo di latte in polvere costa in media 10 euro.
Intanto, sulla rete ci si organizza per dribblare le multinazionali promuovendo il commercio online di latte in polvere proveniente dalla Germania e dalla Spagna.
Per fortuna, non è necessario. Da febbraio, si trova in farmacia l'ottimo Neolatte 1 e 2 (per la fase di proseguimento) che costa, al chilo, 9,90 euro. E' digeribile e di sapore gradevole: decisamente meglio del Pelargon, per esempio, che io trovo abbia un odore di yogurt andato a male e che non risolve affatto né i problemi di coliche né di stitichezza.
Non aspettatevi che vi sia indicato dai pediatri: ne ignorano l'esistenza oppure ne sono al corrente ma non è loro interesse prescriverlo ai vostri bambini. Provatelo e osservate le reazioni del lattante.
Vero è che anche il Neolatte non è ancora reperibilissimo. Ci sono farmacisti che fanno orecchie da mercante e altri i cui fornitori, misteriosamente, non consegnano questo tipo di latte.
I primi mandateli a quel paese. I secondi - com'è capitato a me di verificare l'altro giorno - vendono magari un prodotto analogo a prezzo anche inferiore (8, 90 euro).
Se avete un supermercato Coop a portata di mano, sappiate che anche il latte della linea "Crescendo Coop", in vendita a 9,90 euro, è una valida alternativa ai costosissimi prodotti di marca, che dal punto di vista nutrizionale non solo non offrono nulla di meglio, ma anzi, a detta dei pediatri più seri, spesso esagerano con l'aggiunta di vitamine. Insomma, in fondo c'è un modo semplice ed efficace per ridurre le multinazionali a più miti consigli: piantarle in asso.

26.05.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Photogallery

Si è fatto la fama del buono. Una solida reputazione, tradita solo - che peccato! - dal sorriso a salvadanaio, freddo e tagliente.
Ottimista e generosa, non si lamenta mai. E' una di quelle che "ha voglia di conoscerti". Cedi e inciampi in un muso lungo, triste e indagatore, che ti scorre lungo la schiena, in cerca del punto giusto dove infilare la lama.
Narrano le cronache di un giovialone col cuore in mano. Ci caschi, abbassi le difese e tardi t'accorgi che il cuore ritratto nel santino era quello tuo.
Si mette in posa da gran fustigatore. Col ditino in resta intima, redarguisce, sputtana. Eppure quel ghigno tra il pirla e il sardonico l'hai già visto. Gli Addams, cazzo. Un Gomez sputato.
Strepita all'angolo della strada, scarmigliata e a vesti stracciate, la nostra coscienza critica. Con lo sguardo bovino d'una mucca pazza, ahilei, tutta sbuffi e mosche che ronzano.
E' bene quel che finisce bene, predica l'uomo del monte, maestro di positive thinking. Ma dentro l'obiettivo rimane lì, immortalato a occhi stretti, un concentrato depressivo che nemmeno camionate di Prozac.
Mi chiamo Cesira Fantoni e sembro una a cui ordinare una baguette, ma grazie alla trousse di Photoshop e a un nome d'arte indovinato eccomi: sono la vostra fatalona.

16.05.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Quelli che ci piace il verde

Li riconosci dall'attrezzatura. Scarponcini da montagna, calzettoni arrotolati alle caviglie e zainetto verde militare. Quando non scarpette tecniche e tutina con le chiappe rinforzate, occhialoni, borraccia e assetto a culo in su, da giro d'Italia.
Qui ci veniamo da sempre, noi, in jeans, maglietta e scarpe da tennis, con le bici scassate o in motorino, e più di trent'anni fa ci facevamo pure il bagno, in queste acque. Poi ci furono gli esiziali anni Settanta, i cacciatori che a momenti ci sparavano tra il chiaro e lo scuro e tanto di quello schifo e schiuma e merda industriale che scappammo a gambe levate. Noi, gli animali e gli uccelli.
Ora siamo tornati, cicogne comprese. E se ci vieni in settimana, è facile incontrare il muso timido e curioso di qualche camoscio, indovinare tra le felci del sottobosco le penne brillanti d'un fagiano o sorprendere il balzo a orecchie tese delle lepri selvatiche.
Gli eco-milanesi hanno scoperto il fiume azzurro e il suo parco da una decina d'anni, non di più. Venivano qui alla spicciolata, all'inizio. Ora a frotte, così nel weekend non si trova più da parcheggiare.
Impagabili. Sfrecciano a tutta velocità in mezzo al bosco, tra alberi inscheletriti dai parassiti e pallidi di morte come sepolcri imbiancati.
Sfrecciano in mountain bike e nemmeno s'accorgono di spazzare a craniate i sentieri, dove sotto l'intreccio dei rami imbozzolati dall'ifantria pendono lunghe fila di larve.
Corrono come matti, ché c'è quasi da buttarsi a margine per schivarli, e salutano sempre, come i crucchi su per i bricchi.
"Buongiorno!", dicono. E noi, che se ci incontriamo tra paesani siamo soliti girare la faccia dall'altra parte, "salve" rispondiamo.
"E grazie!", in cuor nostro, "per i sentieri ripuliti e per i vermi che passeggiano sulla vostra bandana".

22.04.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Oggi mi voglio proprio rovinare

Frequento come quasi tutti la subcultura psicologica che si fa chiacchiera globale nel salotto buono di settimanali e mensili.
E lì mi pare si vada ripetendo un po' in tutte le salse che la robustezza dell'ossatura psicologica dell'individuo dipenda dalla duplice relazione con una madre e con un padre. Maschile e femminile. Regola e accoglienza. Limite e relazione fusionale. Così avevo capito io.
Anche quel po' di pedagogia, di psicologia dinamica e dell'età evolutiva che ho studiacchiato non ricordo che contraddicessero questo assunto.
Ciononostante, due signore vanno a comprarsi un semino, lo piantano nell'utero di una delle due, diventano felicemente mamma e mammà, e tutto tace. Non uno psicologo che, letta l'edificante storiella, intervenga a commentare. Ci prendono in giro allora? Non gliene frega niente? Ognuno, come cantava Tenco, è libero di fare quello che gli va?
Provo a formulare delle ipotesi. Magari la polarità maschile e femminile è un habitus socioculturale e comportamentale che prescinde dalla differenza di genere. Sarebbe quel che si dice "portare i pantaloni" (sì, ma la gonna? Anche quella, no problem). Magari c'è un po' di storia della materia da riscrivere. Magari si tratta di relativizzare e contestualizzare.
Insomma, che ci facciano sapere, tanto per curiosità. Zapatero è convinto, buon per lui, ma avranno bene chiesto il parere di qualche esperto, voglio augurarmi. O siamo al supermercato legislativo, con reparto gastronomico self service?

Astenersi commentatori con esempi di vedove o abbandonate che tirano su i figli da sole. Una relazione col padre nella modalità dell'assenza è una cosa. Una relazione di provenienza con uno spermatozoo di donatore sconosciuto, tutt'altra.

24.02.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Pensa positivo, impiegato!

Le occhiaie del piccolo impiegato tendono ormai al viola, in tinta col maglione. Il peggio è che alla sua prostrazione d'animo fa da contraltare il buonumore dei suoi colleghi più odiosi. Se ne domanda il perché.
Quei due, comincia a pensare, nascondono qualcosa. Di loro ricorda, appena assunto, l'accoglienza festante.
Oddio, col senno di poi bisogna dire che una dei due sorrideva e cantilenava troppo e l'altro, beh, patibolare com'era, anche nei giorni migliori sarebbe parso festante come un due di novembre.
Ma ora, ripete a se stesso, c'è qualcosa di diverso nei loro sguardi, una ritrovata leggerezza nei loro passi e un'inquietante allegria nelle loro giornate d'ufficio. Se ne sono accorti tutti, attorno al grande tavolo operatorio dell'ex sala riunioni, dove sono stati ammassati gli addetti al lavoro a cottimo, per penuria di uffici.
Un pc a fianco all'altro, i crani trapanati dall'insopportabile luce al neon che piove a dirotto dal soffitto, si scrutano in tralice, senza una parola, in un'atmosfera resa greve da rapporti ormai logorati.
"Avranno una relazione", insinua il vicino di postazione, "non vedi? Fischiettano, ridacchiano tra loro, si scambiano teneri sguardi".
"Uhm", risponde il piccolo impiegato, "può anche essere, ma c'è dell'altro. Intanto, quelle strane e lunghe riunioni mascherate da pausa caffè, loro due e la capetta davanti alla macchinetta. Ma soprattutto 'sti due non lavorano più. Cento ogni giorno: tanti si erano detto che bisognava farne, giusto? Consulta un po' il database. Ultimo file modificato dai due passerotti, quindici giorni fa. Giusto giusto da quando hanno cominciato a cinguettare".
Mentre si infittisce il palleggio di ipotesi e controipotesi, il piccolo impiegato sente che così non va, è quasi Natale e lui dovrebbe distrarsi, pensare ad altro.
Senonché una mattina, arrivato in ufficio, trova sulla tastiera un pacchettino ben infiocchettato. Regalo aziendale? Si guarda intorno e ci sono regalini simili su tutte le scrivanie. Sente delle voci in corridoio: "Ma figuratevi, cosa volete che sia? Avevamo voglia di festeggiare con tutti voi". I due bastardi ringraziano i colleghi. I pacchettini li hanno messi loro.
Ingoia il rospo come meglio può, il piccolo impiegato, e si appresta a fare la sua parte: spacchetta piano, sorride a denti stretti e non dovevate, dice. Sono bravi, sono furbi, 'sti due, pensa, mai incontrata gente più scaltra. Assunti due mesi prima di lui, hanno in fretta imparato a comportarsi come vecchie volpi aziendali. Si sono offerti di occuparsi della formazione dei nuovi arrivati, che mitragliano di indicazioni confuse e contraddittorie. Poi ne controllano il lavoro, rimbrottandoli pubblicamente come bambini deficienti: "Ma cosa fai? Devi stare attento, hai completamente sbagliato procedura!".
Il tono è saccente, da maestrini seccati, l'umiliazione coram populo e rapido il dispaccio alla responsabile: tizio e caio non sono ligi al dovere, sono insubordinati, non capiscono né rispettano le procedure e risultano inidonei.
Il piccolo impiegato è passato anche lui da queste forche caudine e ancora sente il groppo che aveva in gola, le lacrime trattenute e la paura fottuta di non superare il periodo di prova.
Adesso i regalini a tutti i colleghi. Festeggiano il Natale? Non scherziamo. Si siede, il piccolo impiegato. Lucido e freddo, scrive una mail al capo: "Quando hai cinque minuti per me? Ho bisogno di parlarti". La risposta giunge quasi immediata: "Per te, anche più di cinque minuti. Quando vuoi".
Del colloquio, durato un quarto d'ora, forse mezz'ora, il piccolo impiegato non ricorda quasi più nulla, tranne il sorriso aperto e conciliante del capo, la breve illusione d'essere apprezzato e una lunga affabulazione sull'importanza dell'entusiasmo e del pensare positivo.
Ho capito, conclude il piccolo impiegato, che torna a sedersi e spiega al collega vicino: "Hanno dimostrato fedeltà e fervore aziendale, perciò sono stati promossi. Buon Natale".

14.01.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Così, senza rancore

Mesi e mesi fa. Entro in un ristorante. Cioè entra prima lei, la pancia, e io al seguito.
Mi danno un tavolo vicino a una coppia. Lui si accorge che no, non sono una kamikaze imbottita di tritolo, piuttosto una donnina senza cattive intenzioni, in versione momentaneamente marsupiale.
Sorride, si alza e mi fa passare. Si risiede di fronte a lei, occhi spenti a fessura, avvolti in una nuvola di fumo.
La guardo seccata, ma lei non fa neanche una piega.
Se ne accende altre tre, libera, bella (si fa per dire) e rivoluzionaria (si fa sempre per dire).

Ho pensato "ma brava". Vabbeh, ho pensato "puttana".(R. Vecchioni, Due giornate fiorentine)

13.01.05

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Ri-call center

Un modo come un altro per mandarsi affanculo gratuitamente. Tu perché mi scassi, io perché non colgo al volo questa fantastica offerta.
Ed è già la seconda volta che mi chiami. Colpa mia, che ti avevo liquidata con un ci devo pensare. Mi pareva brutto dirti che di Sky non me ne frega niente.

02.12.04

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Chi trova un amico

Venga da noi, mi dice l'impiegato, apra un conto Fiducia.
Guardi, ne ho già pochina di mio...
Ma no, cosa dice, noi abbiamo cura dei nostri clienti, abbia...
Sì, ho capito: fiducia.
Ecco, brava. Vedrà che tassi di interesse!
Nulli, come al solito.
Non sia così negativa, suvvia. Ci consideri degli amici. Anzi, posso darle del tu?
Come crede.
Dunque, ti dicevo: un conto vantaggiosissimo. Non ti sentirai più sola e persa. Ci siamo noi, quelli del conto Fiducia. Noi sì che siamo dalla tua parte.
Fino a che ho i soldi.
Lasciati andare. Con noi non andrai mai in rosso.
Spese di conto?
Ma nulla, siamo tra amici! Qualche cena, un aperitivo ogni tanto.
E se non posso o non voglio, come pago?
Non ti preoccupare, un modo lo troviamo.
Ah sì?
Un modo per fartela pagare, lo troviamo di sicuro, sta' tranquilla.
E chi si preoccupa.

04.11.04

IL CIRCOLO DEI VASTASI

L'uomo che appendeva il cappello

In seconda liceo era quasi d'obbligo, da noi, passare per il camino.
"Allora, chi partecipa?" chiedeva Cico ogni anno, facendo girare tra i banchi il bando del concorso promosso dalla Provincia.
Figuriamoci, entusiasmo alle stelle. Del resto, era un invito al cachinno solo il titolo, Resistenza ancora.
Da un capo all'altro, l'aula era tutta un rincorrersi di muti sguardi d'intesa e teste chine, tese a schivare la temuta designazione.
Ma qualcuno doveva. Caricato il groppone dell'alto nome della scuola, ai soliti noti toccava la triste prospettiva d'un novembre saturo di nebbia, pogrom, matasse di capelli sfibrati, baracche acquartierate in ampi piazzali spazzati da venti gelidi, casacche a strisce verticali, docce senza ritorno, scabbia e morte. Morte dappertutto, fin dentro le ossa.
No, non si augura a nessuno un novembre così, con la testa immersa nel secchio degli escrementi del Novecento e poche, rapide sorsate d'aria prima di rituffarsi nei libri.
Pagine e pagine da macinare d'una interminabile bibliografia che trascinava tradotte di agnelli al macello e scavava fosse comuni colme di ignominia, fino alla stesura della tesina finale.
C'era solo d'augurarsi di non vincerlo, il concorso. In premio, un allucinato viaggio in pullman nel cuore della follia, da Treblinka ad Auschwitz, tra birrerie, salsicce, ostelli, schitarrate al chiaror d'una lanterna, sorrisi preteschi e parassiti stipendiati dalla Provincia al seguito.
Come si fosse intrufolato, tra i vincitori, nessuno sapeva. A osservarne l'occhio vacuo e ad ascoltarne l'eloquio scipito, non ci si capacitava.
Tuttavia M.S. c'era. Sempre e dappertutto. Impossibile da schiodare, come una cicca attaccata alle suole, e detestabile nell'eterna sua garrula stolidità.
E tanto disse, tanto fece, che l'anno successivo trovammo il suo nome tra quello dei relatori nel ciclo di lezioni preliminare al concorso. Titolo del seminario: "La banalità del male".
A chi chiedeva "Ma come, com'è possibile che questo...?", l'assessore interpellato rispondeva, allargando le braccia, "Mah, capitava qui ogni giorno, attaccava il cappello, chiacchierava, stringeva le mani a tutti e sorrideva sempre".

26.10.04

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Francamente, me ne infischio

Ciuffo alla Crepet e occhialetti alla Pietropolli Charmet, oggi circola con un'elegante ventiquattrore Bridge e s'infila in un portoncino, proprio di fianco al Castello, dove riluce una targa in ottone: "Dottor ***, Psicoterapeuta".
Se mai banda d'idioti vi fu, al liceo, lui certo non ne fu estraneo. E con lui una masnada di stimati (si fa per dire) professionisti in grisaglia, che ora insegnano (!), fanno gli avvocati, i manager, i travet in banca o sailcavolocosa. Tutti comunque con quel genere di curriculum buon sangue non mente che continua gloriose tradizioni familiari.
Allampanati alcuni, imbolsiti da eccesso d'ormoni adolescenziali altri, spendevano cinque delle ore quotidiane dei sedici anni d'allora nella classe che tallonava per età e grado la mia.
Tra i loro compagni di ventura, brillavano due o tre miei coetanei, ingloriosamente caduti tra la prima e la seconda guerra punica ginnasiale. Ed erano quelli più infervorati dalla voglia di spaccare tutto.
Andava così: a metà mattina, il rifornimento di benzina era garantito da un buon numero di bottiglie di vino nascoste in bagno e naturalmente dal rituale giro di spinelli. Verso mezzogiorno, gli occhi erano lucidi quanto bastava, le guance rubiconde e la voglia di ridere tanta. Dopo l'una, prima di tornare a casa, cominciava la festa: sedie e banchi distrutti, la classe sottosopra, i bidelli costernati.
Allora come oggi era vero ciò che un ragazzo ha detto ai microfoni di Radio popolare, all'indomani del fattaccio al Parini: "la scuola è lì per essere distrutta".
Li guardavamo, noi che avevamo solo un anno di più, e ci sentivamo dei matusa. Onestamente, non so se per amore della res publica (ne dubito) o per antipatia epidermica, avremmo volentieri riservato al loro deretano trattamento analogo a quello subito dall'arredamento della scuola.
L'alternativa tra punire ed educare non si poneva, per noi. Ci stavano solo francamente sulle palle. Così immagino avrei anch'io qualche prurito alla punta dei piedi, se mi trovassi oggi tra i turnisti del Parini.
Ma non lo sono. Perciò mi concedo il lusso di provare una profonda compassione nei confronti di quei cinque mentecatti, contenta di non conoscerli personalmente, così da poter una volta tanto mantenere e vantare un educato atteggiamento di sinistra, alternativo a quello che può apparire biecamente destrorso del mio fraterno figlio dell'Arma.
Li compatisco perché scommetto che l'anno scorso, quando avevano allagato qualche classe col medesimo sistema, queste menti acute siano state fregiate di galloni dorati dagli stessi compagni che ora avanzano col cappio in mano. Non solo.
Penso che davvero la cosa sia andata al di là delle intenzioni (comunque vandaliche, d'accordo) per il banale motivo che questi sedicenni dall'età mentale di un undicenne non sanno minimanente valutare - e non per colpa loro - l'entità del danno provocato dall'acqua che filtra nei muri per una notte e un intero weekend.
Nel loro mondo povero di cose e ricco di astrazioni, non c'è spazio per la maturazione di questa capacità di previsione molto terra terra. E' un mondo in cui le uova non le cova la gallina, ma il supermercato.
Li compatisco infine perché mi pare che la punizione - pesantissima - sia già contemplata nel peso della vergogna, del senso di colpa, della pubblica riprovazione e del danno economico provocato alle loro famiglie. Tutte cose che incideranno non poco nella loro storia personale.
Tuttavia la mia compassione è fredda, li schiaccia ancora di più sotto il peso di responsabilità che non sono tutte loro, e dimostra una fondamentale sfiducia nei confronti loro, dei genitori e della scuola tutta che, non sapendo tematizzare la propria insensatezza, la dissimula dando inconsapevolmente la stura a sintomatiche manifestazioni di isteria, disagio e noia.
Le pedate più o meno metaforiche, invece, e i cliché delle minacce d'espulsione da tutte le scuole del Regno insieme con i brutali inviti ad andare in miniera (et similia) sono invece reazioni calde, passionali, tipiche dell'amore paterno e più auspicabili - per i protagonisti della vicenda - di qualsiasi bonarietà pedagogica che fa tanto pensiero debole in loden e Clarks.

19.10.04

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Il lumacone

Avida e prensile la lingua, acquoso l'occhio, mutante la pelle: del suo passaggio era testimone la lunga scia di bava che correva lungo gli usci di tutto l'isolato.
"E' stato qui, guarda. Se non gli lasciamo almeno un tozzo di pane, ci imbratterà di nuovo la cassetta delle lettere".
"Uff. E' uno stracciapalle. Si fa mantenere da tutto il vicinato, il lumacone. Comunque, per quel che mi costa...".
Che ti scoppi il ventre, pensavo, mentre ti lasciavo all'ingresso il sacchetto degli avanzi.
Poi, poco a poco, ti sei dileguato e il serpentone vischioso che ti lasci dietro s'è trasferito nei quartieri alti, dove mi dicono ti sia fatto costruire una tana minimalista e scabra dall'architetto di grido, roba che io, neanche la cuccia del cane.
Qualche vicino t'ha incontrato, di recente, e tu, infame, hai stortato il collo dall'altra parte, strisciando altrove fiero e altezzoso.
Del resto, mangi succulenti topi di fogna, ora. Altro che pane e frattaglie.

04.10.04

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Finché noia non ci separi

Psichedelici anzichenò. E acrobatici, tormentati, tatuati di vistose e sofferte cicatrici esistenziali.
Scrittori, insomma, con la s maiuscola, confermano ossequiosi lo specchio e l'umile corte piegata a novanta, gentilmente, ma con fermezza, allontanata.
Ché non cercano lor signori, si badi bene, il facile plauso delle mosche al mercato. Perché a suon di cazzuolate sono ormai cementate inscalfibili convinzioni di merito pronte a svergognare il vano rosicare di chi non risica e tuttavia schernisce. Scrittori a centinaia, dunque. Di più, migliaia.
Manieristi in carriera, cantori del nulla che è e coltivatori diretti di sogni di gloria, titillano il buon tempo plasmando frammenti di antimateria dalla siderale distanza emotiva di chi atteggia superomismi oltre l'umano troppo umano.
Li leggo - vi leggo - con gli occhi lucidi. Ma non è commozione.
Son le lenti a contatto a lacrimare su queste pagine ostili, minimaliste e anoressiche, buone per i dieci decimi di un cultore della lettura estrema. Tuttavia non demordo.
Mentre il piffero suona e l'abbaglio altrui incanta anche me, torno a versare nei vostri otri la mia parte di spreco che vi cresce tutta.
Finché noia non ci separi.

04.08.04

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Vi stavo aspettando

La dietrologia italiota si sta poco a poco mettendo in marcia. Menomale, perché cominciavo a temere che - complice l'esodo estivo - si perdesse l'occasione.
Dunque, riassumo: il lupo non era un lupo ma nulla più che un randagio spelacchiato, la cui figura è stata volutamente enfatizzata dalla solita propaganda di regime, che s'è servita abilmente di un povero diavolo per sviare l'attenzione dal Documento di programmazione economica e finanziaria e da altre nefandezze del governo Berlusconi.
Quello che di più significativo si evince dalla vicenda Liboni è che il Grande fratello ci controlla a vista e lede la nostra privacy grazie a migliaia e migliaia di telecamere nascoste (e fortuna che i paesini di montagna sono ancora fuori copertura, se no non saremmo qui a trastullarci da due anni col mistero di Cogne).
Last, but not least: i carabinieri dimostrano di essere la solita gendarmeria cilena dal grilletto facile, pronta a mettere in piedi inverosimili scene da far west che ne dimostrano solo una volta di più la leggendaria nonché la barzellettiera incompetenza.
Noi avremmo saputo fare di meglio. A quest'ora il buon Luciano sarebbe vivo, redento e convertito.
Tra cinque anni avrebbe pubblicato per Gallimard Un cuore infranto, acclamato libro di memorie, e tra le centinaia di fan in corrispondenza epistolare con lui avrebbe senz'altro trovato il grande amore della sua vita.
Ma tutto questo non è successo per colpa dei soliti pistoleri che ora vanno in Tv - vergogna! - a vantarsi di questi bei gesti da saloon.
Quasi quasi vado a porgere una corona di fiori o esprimo la mia vibrante protesta con l'aiuto di un po' di spray. Per lui e per tutte le vittime del regime. Amen.

28.07.04

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Grazie Internet

Ho trovato i bastardi dai quali ho ereditato il numero di telefono, i cui clienti - tutti moltooo mattinieri - mi tormentano ogni santo giorno da due anni con continue chiamate e lunghi messaggi alla segreteria telefonica. Ora medito la rappresaglia.

12.02.03

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Il kit del giornalista

Ovverossia, nell'ordine, forchetta, coltello, tovagliolino di carta per eventuali buffet, block notes per le interviste e modulo dell'Istituto di previdenza per la richiesta di rimborsi.
C'è Tizio, per esempio, giornalista Rai, che è lì in coda per la visita medica con la sua carta in mano. Nel 1996 è caduto dal letto e s'è rotto una clavicola. Ora vuole diecimila euro, non uno di meno. E quell'altro che il gomito, anzi il ginocchio, insomma, porcaputtana, sbotta il medico con i certificati in mano, che minchia s'è fatto questo? Per non dire poi di Caio che prima dell'incidente guidava una macchina di grossa cilindrata e invece ora, costretto a viaggiare su un'utilitaria, chiede i danni morali, perdio, e poi guardi qui, piagnucola con la segretaria, vede che occhio conciato? Non si può dargli torto. Chiunque l'abbia costretto a scendere dal Volvo per chiuderlo dentro una Seicento è tacciabile di crudeltà mentale.

07.02.03

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Lustrìsimi

Sarà stato davvero indispensabile un nuovo (un altro!) articolo sul Corsera di oggi in cui ci si dice quanto è forte, brava, preparata, schiva, understatement come una vera nobildonna la giovanissima (non ancora ventiduenne) Martina Mondadori, che entra nel Consiglio di amministrazione della casa editrice, ora presieduta da un'altra illustre figlia, Marina Berlusconi? Avevamo capito il concetto, grazie. Ci complimentiamo per gli stages, ci rallegriamo per l'eccellente curriculum, già che ci siamo diamo una pacca sulla spalla all'imberbe Jaki Elkann e poi continuamo a compatirci. Noi figli di nessuno.
(Cari colleghi giornalisti, state buttando benzina sul fuoco di quello che una volta si chiamava odio di classe o, essendo voi stessi figli di, non capite proprio che est modus in rebus e il modus non può essere quello di farla fuori dal vaso?)

21.01.03

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Sassate

Come da bambina, giochetto divertente, ieri. Una bella sassata in fronte, tirata dal muretto dove m'ero arrampicata. Silenzio generale. Il gruppo, annichilito, si disperde. Qualcuno chiama papà. Braccio proteso, dito indice puntato, il signor Rossi arriva, strascicando le pantofole. Con voce impostata, mi redarguisce: non son cose da farsi, sei off topic, ragazza. Nascosto nelle cantine, c'è uno che mi minaccia di darmene tante ma tante. Non appena mi becca, s'intende. Che dire. Il divertimento è già finito. Bersagli fin troppo facili, questo è il guaio. La loro scrittura ha le armi spuntate, appena sufficiente per certe serenate stonate, dove se la cantano e se la suonano. Sono ancora lì a chiedersi chi, come e perché. Sicuri solo di una cosa. Ed è quella sbagliata. Donna, non uomo! Dalla mira non si capiva?

15.01.03

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Virgola!

Regolarmente tra soggetto e predicato arriva il pugno nello stomaco. Non l'hanno spiegato alla sedicente colta, politologa e tuttologa da Bar Sport che la virgola non si mette MAI tra soggetto e predicato?

Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

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