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12.04.10
I WILL SURVIVE
Tempus fugit
Il supermercato è il luogo mistico dove rivedi certune malmostose dive da cortile nascondere i propri cascami dietro pesanti occhiali scuri, inguainate in jeans me-li-posso-ancora-permettere. Com'è che si dice? Dietro liceo, davanti museo?
Shangri-La, 11:59
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01.01.10
I WILL SURVIVE
Ultima partita
«Hai visto le carte di G.?», sento chiedere. «Oddio, che è successo?» replica una. «Intendi quelle, proprio quelle carte?» aggiunge un altro. Non colgo il gergo, finché qualcuno mi spiega che usa dire così, da queste parti, dei manifestini listati a lutto: «'I en fora i cart». E lo rivedo, G. - la cicatrice alla tempia, gli occhi azzurrissimi -, sorridere al baro che gli vede le carte all'ultima mano di poker.
Shangri-La, 19:15
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13.08.09
I WILL SURVIVE
Meglio sole, meglio poche e incazzate
Si discute, sulle pagine de L'Unità, della condizione femminile in Italia nell'era berlusconiana. In una conversazione con la docente universitaria Nadia Urbinati, Concita De Gregorio lancia un appello unitario alla condivisione delle forze, alla comune ribellione, all'alzarsi di una voce di protesta collettiva che spezzi il triste, ripiegato e lamentoso individualismo femminile. C'è bisogno di politica, dice, pur nella consapevolezza che «Il dissenso infastidisce, non se ne comprende il valore né l’utilità, non si tollera». Le fa eco in un editoriale di simile tenore Lidia Ravera, convinta che sia ormai necessario riprendere le fila di una rivoluzione, quella femminista, interrotta e perciò involuta. Mah. Ieri sera, scanalando in tv, capito su questa serie in onda su Rai Tre, Amore criminale: umanamente impossibile sorbirsi per intero la narrazione anche di una sola storia. Più d'una è cosa che sconfina nell'eroismo. Non è nemmeno necessario: non c'è sorpresa, solo dannata e prevedibile ritualità in queste pseudo storie d'amore malato che finiscono affondate nel coltello o che esplodono in una revolverata. Il tratto comune è sempre quello di una cronica dipendenza, di una femminilità che non sa dare un valore autonomo a se stessa se non attraverso lo sguardo maschile. E come ti giri, questo trovi: minchioncelli qualunque forti di un poterucolo da quattro soldi, attorniati da servili sguattere che si sfogano a far le kapò nelle camerate per dare ad intendere che far le troie del capo è meglio che subire nelle retroguardie (e non è vero, è esattamente il contrario). Queste sono le donne oggi per la gran parte. Molte altre sono lì a pender dalle labbra di qualche imbecillotto al tempo stesso irrisolto e saputello. E' con queste che dovremmo fare la rivoluzione? Con queste che fingono di pensare, nella miseria delle loro esistenze vendute, di avere alcunché che meriti d'essere invidiato? Ma per carità, che vadano incontro tronfie e stronze al destino che si meritano e che per pura cretinaggine non intravedono neppure. Meglio sole, meglio poche, risentite e sconfitte (ma solo in apparenza, in realtà vincitrici in tutto quel che conta) che male accompagnate.
Shangri-La, 15:54
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18.02.09
I WILL SURVIVE
Facciamoci del male, è meglio
«Dobbiamo superare personalismi, antagonismi, divisioni»: ma perché, perché Walter, perché? Non funziona. Il volemose bene (semo puttani, nun sta a sbroccà se no so' problemi, magnate 'ammerda e fatte 'na risata ché stai su Stronzi a parte, liberamente tratto dal Manuale del titolista ciociaro) ti addormenta il cerebro. No, vogliamoci male invece. Non salutiamoci più, sputiamoci in faccia. Odiamoci con passione.
Shangri-La, 07:46
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20.11.08
I WILL SURVIVE
Signor no
Pochi arrivano alla meta, dice Crepet oggi in videochat sul Corriere.it, non è vero che siamo tutti corrompibili. E fa l'elogio dei signor no, che non si vendono per nessun motivo. «Esistono, non sono dei panda e forse si sono anche riprodotti». Garantiamo immodestamente ma sicuramente che sì, generati da uomini che non avevano il cartellino del prezzo dietro la schiena, ci siamo anche riprodotti. E infestiamo la Terra, adiopiacendo.
Shangri-La, 17:39
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24.10.08
I WILL SURVIVE
Sono in forma, in formissima
Massima potenza, rapidità e scatto: all'età di 39 anni, dicono gli studiosi di neurobiologia, il cervello è nella sua migliore condizione. E io che credevo di essermelo fumato. Invece no, vedi. Però, che disdetta. Proprio adesso che ho smesso di pensare.
Shangri-La, 07:03
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04.10.08
I WILL SURVIVE
Affinità elettive
Non ci avevo mai pensato, ma dacché è morta mia nonna, a marzo, mi sono resa conto di non avere foto di Bagheria. Non recenti, quantomeno.
Così decido, una domenica di fine luglio, di parcheggiare la macchina in prossimità del centro e dirigermi verso corso Umberto con la digitale pronta a scattare. Senonché un'auto della Polizia locale sbarra il passaggio. Procedo ugualmente, chinandomi per passare sotto il nastro. Noto subito un capannello di persone all'altezza di via Truden. Un incidente? Qualcuno s'è sentito male? Un morto ammazzato? Scarto subito l'ultima ipotesi: no, nel feudo dell'ultimo capomafia non ci sono ammazzatine da un pezzo, che io sappia. Mi intrufolo nel gruppetto che si accalca all'imbocco della viuzza e non vedo altro che camicie appese tra un balcone e l'altro. Ben tese e già stirate, vedo. A un certo punto sento una voce maschile gridare: «Silenzio!». Tutti ammutoliscono. «Ciak!». Una bambina sgambetta lungo la stradina.
Il set di Tornatore!, penso. Provo a scattare una foto, ma un ragazzo della security me lo impedisce. «E' severamente proibito», mi ammonisce. Il "severamente", in quel contesto, mi fa sorridere. Proseguo quindi verso il centro in cerca di scorci intatti dallo scempio che ne hanno fatto i palazzinari alla Michele Aiello. Facile quanto ritrarre un volto squarciato da parte a parte evitando di inquadrare anche la cicatrice. Il cellulare suona. E' mia zia G*: «Lorè, dove sei? Ti stiamo aspettando!». Le spiego cos'ho in mente. «Ma che fai, non perdere tempo. Bagheria è come Beirut!».
Mi arrendo e torno dai miei. A tavola, si parla di vecchie fotografie.
«Io, se mi guardo - dice zia M* -, non mi riconosco proprio. Completamente. "Ma sono io quella"?, mi chiedo. Tutta un'altra persona. Un'estranea. Ce l'hai presente quel film - continua -, Orizzonte perduto mi pare si chiami. Io così mi sento: come quella giovane donna che mentre si allontana dalla città, camminando camminando, invecchia, invecchia sempre più e diventa irriconoscibile. Così, nello spazio di pochi minuti, senza nemmeno rendersene conto. Com'è che si chiamava quella città?».
«Shangri-La, zia».
Shangri-La, 19:25
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07.07.08
I WILL SURVIVE
Parrino nostro che sei nei cieli
Don Pinco Pallo, nell'omelia di un matrimonio, sabato scorso: «Ricordate bene: se voi non date fastidio a Dio, Dio non darà fastidio a voi. La bestemmia, per esempio. In questo modo, date fastidio a Dio: state attenti!».
Shangri-La, 07:00
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13.06.08
I WILL SURVIVE
Ombrelloni-oni-oni
Tornavo a casa in macchina l'altro giorno pensando tra me e me: «Vabbeh, le riviste da parrucchiera son costretta a sfogliarle, amico, Husserl invece sta lì a prender polvere, Heidegger pure, Nietzsche invece no (ma tu, tutto certezze e facili equazioni, li avresti capiti fino in fondo, poi?) e sai che c'è... Un'estate al mareee / stile balneareee / con il salvagenteee / per paura d'affogare...».
Alla radio, Giuni Russo. Palermitana (e detto questo, detto tutto). Potente voce lirica. Le contaminazioni artistiche, la ricerca musicale, le influenze arabeggianti, gli studi dei testi sacri antichi, i ritiri spirituali con le Carmelitane: niente, della sua biografia, può stupire chi conosca un po' dell'assolutismo siculo. «Era una donna che non accettava compromessi, con una severità esistenziale impressionante. I discografici non la capirono» disse Battiato. E a schifìo finisce, come ben sappiamo. Ché da morta ti fanno ombra al camposanto gli ombrelloni-oni-oni.
E però mitica estate, quella dell'82.
Shangri-La, 07:00
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12.05.08
I WILL SURVIVE
Diana, se torni annullo tutto
Pare che la convivenza tra il malriuscito Windsor e Camilla Parker-Bowles sia ai minimi termini. Lei s'è stufata dello strenuo difensore d'oche, lui si sente come un Tampax usato e ahilui la fantasia non lo eccita più. Ma soprattutto - udite udite - le avrebbe detto maledetto il giorno che t'ho incontrata, facevo meglio a tenermi quell'altra.
Fesserie, chiaro.
Shangri-La, 07:00
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30.10.07
I WILL SURVIVE
Il tavolo
Beato il poeta, che il licenziamento non lo rischia proprio e che ha ancora una mela, pur rosicata, della quale preoccuparsi. Sul tema sindacato and so on, io ci vedo doppio. Nel senso che - seppur a una certa distanza igienica - osservo le mosse di due organizzazioni geneticamente diverse.
Intanto, il sindacato sta - anche lui: ed è l'unico suo segno di modernità - su Second Life. Assemblea: una serie di avatar si avvicenda al microfono. Si levano alti discorsi fumosi e inconcludenti, che dopo dieci minuti nessuno ascolta più. La gente boccheggia, assiepata in un'aula fetida di sudore, in un'atmosfera satura di angoscia impotente. «Sono tutti d'accordo, hanno firmato», si sente dire. Si son fatti la fama dei notai. O dei curatori fallimentari. Di quelli, insomma, che mettono firmette in calce alla traduzione tutta italiota della libertà d'impresa. Dopo un'ora, il chiacchiericcio copre interamente la voce dell'oratore e tutti sono già allenatori, come nella miglior tradizione. Si replicano con nonchalance i vezzi del gergo: il tavolo, quattro gambe e un asse di legno, si trasfigura nel luogo fantasmagorico in cui si giocano tutte le trattative, levita sopra le nostre teste, gigantesco. Ci sovrasta. E' tutto maiuscolo, ormai. IL TAVOLO. Ti riempie la bocca, lo mastichi, lo rimastichi. Lo vomiti. E' lì, su quel piano, che si disseziona il cadavere. Un tavolo operatorio, ecco cosa.
«Avete visto: noi avevamo ragione», dicono le rappresentanze sindacali di base. Noi, voi. E' partito lo scontro tra divise, la recriminazione - «Se voi non vi decidete a iscrivervi, noi non abbiamo peso politico» -, la raccolta adesioni - «Al Sud si iscrivono tutti, svegliatevi». E «basta parlare di noi e voi: siamo tutti nella stessa barca», concludono. Si dipingono scenari apocalittici e soluzioni finali su uno sfondo di cartapesta grigio, dove tutto si riduce a normalità e prassi. Insieme con IL TAVOLO, fluttua nell'aria LO SCIOPERO. Occhi al cielo, sbuffi, moti di stizza. Qualcuno implora: «Dite qualcosa. Ma qualcosa di sinistra!». La platea ride, applaude e alla spicciolata si avvicina alle uscite.
Shangri-La, 07:00
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13.08.07
I WILL SURVIVE
Il Bronx
Lo chiamano il Bronx, qui. L'ultimo giornalista che si è avventurato nei cortili di questi tre-quattro caseggiati malmessi che si son guadagnati la nomea, ne è uscito con una manciata di «non so», «non posso parlare», «incontriamoci altrove: possono vederci» e le gomme forate. Appena il tempo di accorgersene, alza la sguardo sulle serrande abbassate: tutto tace. Solo un gruppo di ragazzi, appoggiato a un muretto, lo guarda e scuote la testa. L'avevano avvertito, del resto.
Li han tirati su con lo sputo negli anni Settanta, questi palazzi destinati ad alloggi popolari, oggi abitati per lo più da extracomunitari, più o meno abusivi, e da pochi superstiti della povertà della prima ora, intimiditi e zittiti da mille minacce mute, continuamente allerta e spesso a rischio loro stessi, come l'anno scorso, quando scoppiò un incendio in uno degli appartamenti e tutti fuggirono in strada. Non che i casermoni più recenti, costruiti a ridosso del Bronx, siano esteticamente tanto migliori: freschi di cazzuola eppure già fatiscenti, chiassosi di un ocra troppo violento, sono l'escrescenza tumorale periferica di una cittadina piena di pretese, sobborgo di lusso per milanesi danarosi in fuga dalla metropoli, paesone in pieno isterismo di ristrutturazione, sepolcro imbiancato di morti viventi ripittato da capo a fondo, con un cinema sempre deserto e un teatro parrocchiale ormai lasciato ai ragni. Vivo a pochi passi dal Bronx, in un quartiere che affianca, nel giro di poche centinaia di metri quadrati, ville di superlusso, tane per topi, abitazioni senza infamia e senza lode e palazzi nuovissimi, case circondariali per gli ergastolani dei mutui. In mezzo, tra ricchi, poveri e poveracci, un complesso scolastico, dal nido alle scuole medie, dove si rimescolerà (si spera) questo melting pot, e un campo da calcio bello, grande, misteriosamente abbandonato per anni. Fino a che non sono arrivati loro, gli ispanici. Non passa domenica che la comunità non faccia festa, qui o in un campetto vicino al cimitero, dove andavo da adolescente a sognare chissà che. Addobbano gli alberi con i palloncini colorati, accendono lo stereo a tutto volume, cantano, ballano e organizzano tornei di calcio. Ieri ce n'era in corso uno, con un tifo da stadio accesissimo: roba seria, con tanto di maglie numerate (non ce n'erano due dello stesso colore, ma sono dettagli). A pomeriggio inoltrato, finita la partita, sono arrivati gli indiani (o giù di lì) e hanno giocato a cricket. Egiziani e compagnia bella, che frequentano il centro islamico già oggetto di un paio di attentati, sostano invece (gli uomini, solo loro) nel bar vicino, frequentato ormai solo da qualche inguaribile terrone, o davanti a qualcuno dei "kebabbari" aperti di recente. Gli italiani rimasti in città al fiume ci vanno da soli, con la bici ultimo modello. I propri coetanei non li incontrano più, al massimo li incrociano una volta l'anno all'Esselunga, per lo più sospettano siano stati rapiti tutti dagli alieni. Le sponde del fiume sono colonizzate da gruppi di slavi, con sedioline e tavolini pieghevoli, che nei weekend di bella stagione mangiano salamelle alla brace. E' tutto qui, il Ticino, la campagna, i campi di calcio e le strade. Non per noi, però, indigeni ma stranieri alla vita.
Shangri-La, 07:00
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23.10.06
I WILL SURVIVE
È inutile bussare qui
Ho scoperto qualche giorno fa che il counter dei commmenti bloccava le pubblicazioni (problemi lato server, suppongo, visto che qui non s'è toccato nulla). Tolto il relativo tag dal main index, il post che mi restava sul gozzo è andato online, ma sui commenti è discesa la maledizione di Tutankamon. Spianati tutti, kaputt. E abortiti sul nascere, senza java script né server error ferire, tutti i commenti da qui all'eternità. Ora confesso che un porcone l'ho tirato. Anche due. Poi, il sano fatalismo e il sottile godimento di veder travolti dallo sciacquone un numero imprecisato di deliri babbadiminchia. Ora però rischio che questo blog imploda per dispetto e torni di filato all'anno zero, senza lasciar non dico le ossa ma neppure la polvere che ero, sono e sarò. E qui una riflessione, nonché una decisione, s'impone.
Shangri-La, 07:00
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16.10.06
I WILL SURVIVE
Meet me in a dream of this hard land
Dopo un sudato lavoro di trapano, cesoie e nastro adesivo, luce fu. Soddisfatto, la testa infilata tra le ante aperte, rimirò il compimento dell'opera.
Il faretto fissato alla parete dell'armadio illuminava una tenera piantina di marijuana, sottratta alla vita brada di un balcone di periferia e alla curiosità maldicente dei vicini.
E in ufficio, con l'umore a piombo, s'immaginava spiare dal pertugio, nella selva di giacche e cravatte, l'irradiarsi segreto sul suo microcosmo psichedelico di una benedizione a 25 watt.
Shangri-La, 14:17
10.08.06
I WILL SURVIVE
Pupari e manichini
La carico pesantemente in macchina, in queste mattine già settembrine, ne occulto le occhiaie dietro lenti scure, la porto a prendere il giornale, le parcheggio la macchina in garage e le timbro il badge. «Buongiorno». «Cià». Sospiro, giù a picco. Un'altra giornata in pasto alle zanne lunghe. Ogni tanto m'assale per lei un'accorata tenerezza, che subito indurisce. Ma non so che fare e come prenderle la mano, di nascosto, senza umiliarla. La temo e la sfrutto, come tutti, sorda al suo pianto muto. La parte la conosce, ormai è routine. Se la figurano un po' distratta, per lo più efficiente nelle minutaglie, ma un tantino disallineata e di mira debole nella caccia grossa. Non si aspettano che sappia (e non sa, infatti) coltivare la cannabis del successo, perciò si accollano l'incombenza di guidarla, indirizzarla. Non a destra, attenta: dritta centro metri, poi a sinistra fino alla rotatoria. Come da copione, si lascerà cogliere in fallo. Le faranno notare inadeguatezze varie, dirà sì sì, fingerà che le importi, si proporrà di migliorare. A sera, all'ora opportuna, raccolgo le sue cose, le getto sul sedile dell'auto, la sistemo al volante, occhiali scuri, radio. Varcato il cancello, a casa, scendo di corsa, abbraccio la vita che mi si butta al collo ridendo e poi mi volto appena: lei è ancora lì, le mani sul volante, immobile come un manichino. Borbotta da sola storie di sbavature, inciampi e vuoti di pancia. Rotea gli occhi come in trance, dibattendosi impotente, e si avvilisce per tempo, pronta all'indomani.
Shangri-La, 08:00
08.08.06
I WILL SURVIVE
Il mestiere di morire
Si contristano tutti, mentre passa il feretro. Fermano le biciclette, abbassano lo sguardo, si fanno il segno della croce. La morte incede con la prima innestata e chiede che la s'insegua a falcate decise, mentre io arranco, rischiando a ogni passo che il tacco mi s'infili tra una mattonella e l'altra di porfido. Anelo l'asfalto, nel timore di un imbarazzante inciampo dietro alla cassa. La prossima volta, penso, scarpe da jogging. Studiatamente assorto nei momenti giusti, ma sbrigativo come una massaia mentre pulisce il calice e vi appoggia piattino e tovagliolo, il prete intercetta il labiale smemorato e fuori tempo delle mie litanie. Mi sento come un evasore fiscale di fronte all'esattore delle tasse. Prima della funzione, viene a sincerarsi sul nome della defunta, della quale non sa né chiede null'altro, sicché mi chiedo cosa s'inventerà durante l'omelia. Nessun blocco creativo: è un professionista, segue la traccia delle Scritture, le rimastica alla buona e infine allarga le braccia nell'estrema supplica: «Signore dacci la fede affinché possiamo vivere la nostra vita illuminati dalla fede». Arrivati al cimitero, il don ci fa strada verso il colombario: benedice la bara appoggiata sull'argano, recita l'Eterno riposo e poi guarda in su. Lo facciamo tutti. Prima dell'assunzione in cielo, la «nostra sorella» verrà issata nell'ultimo loculo a sinistra. Gli addetti alle onoranze azionano la leva di sollevamento a mano, la macchina cigola cigola cigola, il feretro sale, un centimetro alla volta, tutti noi a naso per aria. «Quant'è duro morire», aveva detto il prete (vabbeh, ma un aggeggio un po' più moderno, no?): dov'è andato a finire, a proposito? Sparito. Non ha stretto mani, manco ciao ha detto. S'è dileguato, con l'aspersorio nella sinistra e il turibolo per l'incenso, penzolante dalla destra. «È diventato un mestiere anche quello», dice qualcuno. Ma sì. Come l'agonizzare al mondo, del resto, e il liberare un letto, alla fine, alla casa di riposo.
Shangri-La, 08:00
07.08.06
I WILL SURVIVE
Vasi e travasi
Leggo che in Cina - autentico girone di inconsapevoli dannati - migliaia di orsi sono costretti a vivere in gabbia con un catetere infilato nel ventre. Lo scopo? Raccoglierne la bile per farne uno shampoo. Musi gialli, io ne secerno a litri di primissima qualità, garantita per scrostare lavabi, bulbi e cazzabuboli: interessa?
Shangri-La, 08:00
01.06.06
I WILL SURVIVE
Nenti di nenti
«E allora, chessidice a Bagheria?»
«Nenti. Prima delle elezioni ci stava uno, mischinu, che faceva 'u comizio in piazza».
«Che c'è di strano?».
«Parlava dintra 'u microfono davanti a tre cristiani seduti al bar».
«Chissà che diceva».
«Echennesacci'iu? Manco i cani lo ascoltavano».
«Eddai».
«I soliti cosi. Minchiatine».
«L'ultima volta che son venuta sarà stato un paio d'anni fa».
«E nenti ti sei persa. Tutto uguale, pure le buche in terra».
«Disfattista».
«Da noi, i politici giusto questo possono promettere: più buche per tutti».
Shangri-La, 08:00
19.05.06
I WILL SURVIVE
(Non) soffocare
Passa inavvertito, quel che sei e che non sposti.
Come il guardarsi allo specchio e veder le piastrelle color acqua, sullo sfondo, più dei riflessi azzurro rame della roba tua.
Batte i colpi, scorre e sfiata, la carne, nella durevole noncuranza che sola sa sopravvivere, miracolosamente sfiorando tumuli e croci.
Ma è quando fermi il tallone e t'aggrappi a un senso, che soffochi e ammorbi.
Quando ti vuoi, fortissimamente vuoi, agghindata d'una qualche virtù, quando m'allunghi inopportuna la Polaroid del giorno di laurea, fresca di parrucchiere e così cerebral-tailleur, mentre dici guarda, il mio bacio accademico. E' lì che pugnali il mondo e lo lasci gocciolare veleno.
Shangri-La, 08:00
11.03.06
I WILL SURVIVE
Sguardi
Nella notte più fonda, due occhi felini trapanano il buio.
Quello azzurro mi attende sull'uscio, fissa muto e allunga schivo il più raro e prezioso dei baci.
"Riposa, adesso", dice, richiudendo piano.
Quello verde è il disteso brillare di umori primaverili ai piedi di roccia dolimitica, il letto erboso di un abbandono senza remore ed è il virile cedimento del vero.
Nella notte più fonda, due fari accesi mi fanno strada. E non tradiscono mai.
Shangri-La, 20:14
03.01.06
I WILL SURVIVE
Laila
Le piace la notte. La mia notte. Anoressica predatrice dalle unghie adunche, si fa servire tra l'una e mezza e le due un piatto di cervella fumanti. Le affetta a pezzi minutissimi e per ore altro non fa che scostare i bocconi nel piatto, facendo stridere la forchetta. Mi dice: "Mostrami un sogno". Sbadiglia, l'infame, al terzo fotogramma. "I tuoi pensieri", mi intima, e io stancamente le allungo una spaghettata fredda e collosa di immatricolazione-pappa-solitiimbecilli-facciaditolla-emelochiedepure. "Indigesta", sentenzia. "Lo so. Niente di che. Perché non te ne vai?", la supplico. "Non so che altro fare". E sbuffa annoiata.
Shangri-La, 15:23
14.10.05
I WILL SURVIVE
Stay hungry, stay foolish
Io quest'uomo lo bacerei in fronte.
Shangri-La, 16:15
12.08.05
I WILL SURVIVE
Nomadi
Mi piace, la sera, indovinare dietro le finestre illuminate l'accoccolarsi di abitudini sconosciute in casa d'altri e immaginare l'inedita partitura del tintinnare di posate e accenti estranei. Sullo sfondo, la muta condiscendenza dei soprammobili. Sempre mi chiedo come graffi diversamente l'anima l'infinita varietà dell'abitare e come sedimenti l'intimo precipitato di un'infanzia giocata su un balconcino altro un metro da terra, tra la rampa delle scale male illuminata e l'ascensore di cui conosci a memoria ogni scricchiolio. Mi incuriosiscono le vie di fuga di anime cresciute in un mondo di solido cemento, cui fa da contraltare l'accovacciarsi sull'erba dura e secca dei nomadi in sosta lungo la statale, le gambe incrociate sotto le gonne ampie, i capelli stopposi e il miraggio di una libertà su quattroruote.
Shangri-La, 17:14
06.08.05
I WILL SURVIVE
Nord chiama Sud
Bouganville ai balconi, gelsomini nei vasi, palmizi nei giardini e ulivi sul ciglio della strada: sogna di bagnarsi i piedi in mare il grande Nord, sempre più stiracchiato verso Sud e meridionale nel paesaggio, a tavola e nel disincanto di occhi abbacinati. Levantina e scrostata d'illusioni igieniste, Milano è una Palermo emigrata in cerca di fortuna. La vedi camminare a occhi bassi, pesante di nostalgia, e sorridere stanca a una rom al semaforo, ma non ho niente da darti, non insistere. E' scattato il verde, è ora di andare.
Shangri-La, 16:08
08.07.05
I WILL SURVIVE
A saint in the city
Nel tempo di raccogliere, britannici e così sia.
Poi stendere un velo
ripulire
caricare
fare la conta
compilare registri
stringere i denti
tacere
con la mano dire addio.
Continuare.
E dimenticando rammentare.
Shangri-La, 07:43
29.06.05
I WILL SURVIVE
O mangi questa minestra o salti da questa finestra
Francesco vive in una città del Sud. La più brutale, la più viva tra quelle trapanate dal sole. Forse la più disoccupata. E' una bella gara, del resto, per le metropoli a fondo stivale, a chi la somma delle disgrazie ce l'ha più grande.
In quest'angolo acuto tra vulcano e mare, Francesco stringe in mano il suo tessoro. Uno stipendio a fine mese.
Un lavoro sfangante, d'accordo, ma pur sempre volano di sogni, amore, progetti. A 31 anni, poi, è pure ora di smetterla di guardarsi solo la punta dei piedi. C'è un futuro da costruire.
Tira una brutta aria intorno al piccolo orto di Francesco, spirano venti di sbaraccamento. Tant'è che un giorno di questi lo chiamano. Capisce che non è una promozione.
Discorsetto di prammatica. Opportunità, occasioni, salti di qualità. Flessibilità, la parola magica. Quella che piroetta allegra nell'aria, gira e rigira, poi t'infila da dietro. Gli rintrona la testa, mentre ascolta, ma una cosa la capisce con chiarezza: trasferimento.
Mica scemi. Non lo licenziano, no. Né lui né gli altri. E non lasciano tracce: niente e-mail, niente lettere. Tutto via voce. Se non fai armi e bagagli, gli fanno sapere, e non ti catapulti a mille chilometri da qui, è stato un piacere. Fanno pure i generosi, gli sciacalli incravattati, e gli concedono cinquecento euro in più per l'affitto, che aggiunte allo stipendio medio terrone, in una città cara quanto New York, quasi non bastano manco per un buco in periferia in condivisione. Non volevi l'aumento, caro Francesco? Eccoti accontentato. Tu e tutti gli altri tuoi compagni di sventura, molti con moglie e figli. Il tutto, per un anno. Poi si vedrà. O mangi questa minestra, gli ripetono tutti, o salti da questa finestra. Si rassegna, capisce che non c'è niente da fare. Sale sul treno con la morte nel cuore come una pecora al macello ed entra in apnea per mesi nel grande Nord, accampato alla bell'e meglio con qualche amico. Nei corridoi dei nuovi uffici lo vedono camminare sempre a testa bassa, ogni giorno più schiacciato. E' a pezzi, depresso, annichilito. Chiede malattia e torna a casa, tra vulcano e mare. O mangi questa minestra o salti da questa finestra, gli torna continuamente all'orecchio. Si sporge dall'affaccio al terzo piano, apre e vola di sotto. La sua storia d'ordinario mobbing diventa un tazebao appeso alla macchinetta del caffè, scritto con le lacrime agli occhi dai colleghi di deportazione, quelli che stringono i denti ogni giorno, pensando agli affetti lasciati a casa. Quelli che oggi hanno un motivo in più per cercare di sopravvivere alla soluzione finale. Un motivo che si chiama Francesco.
Shangri-La, 19:24
24.06.05
I WILL SURVIVE
Cani sciolti
Capita di dimenticarsene. Quando un capo del laccio ciondola lento sul marciapiede e l'altro ti cinge lasco e noncurante. O quando fai bau bau ai mastini a loro sgraditi e salti ringhioso e sbavante alla cancellata. E' lì che compiaciuti ti lasciano fare e allungano talvolta la mano, a lisciarti il manto per il verso giusto, in un bla bla di ti stimo e t'amo pio bove, mentre districano i nodi del pelo. Ma basta che ti venga in mente d'allungare, non autorizzato, il passo. Basta che tu faccia una svolta imprevista. Che ti venga voglia di correre. Di fermarti a un lampione. Improvviso, lo strappo, il morso alla giugulare, il disappunto che strattona e tira. Capita di ricordarsene, allora. Ah, già, un cane al guinzaglio, questo ero sono e sarò. Ah, già. Poi quando hai rotto e viene l'estate, il caldo, il mare che aspetta, c'è sempre un casello sull'A1. C'è sempre una frenata, la portiera che si apre e il calcio che ti scodella fuori, mentre tutto ti sfreccia davanti a 150 all'ora, tra cestini stracolmi di lattine e cofani aperti a sbollire. Solo, libero e a collo sciolto.
Shangri-La, 18:09
24.05.05
I WILL SURVIVE
Forse non lo sai ma pure questo è amore
Zuppo fino all'orlo, cammina zigzagando in mezzo alla strada. Le macchine dietro, in coda. Procede noncurante, il cappello calato sugli occhi, intento a fumarsi anche il filtro. Nessuno suona. Lo tallonano, mettono la freccia e piano sorpassano.
E chissà se è ancora vivo quel tale che bazzicava nei pressi della stazione, sempre pieno come una botte. La moglie ogni tanto veniva a riprenderselo, mentre lui si dondolava sulla panchina, guardando i treni passare. Lo chiamava con un cenno brusco, poi s'incamminava davanti a lui, rimontava in macchina e spalancava la portiera. Un attimo dopo, l'abitacolo, il letto, la vita sapevano di tabacco, di alcol e carne frolla.
Shangri-La, 19:45
27.04.05
I WILL SURVIVE
Il vaso di Pandora
Laccato d'innocente candore, elegante e discreto, si apre a scrigno. Pandora lo guarda, lo sfiora. Non resiste. Ormai sedotta, cede e dischiude l'inferno. Nemmeno il tempo di rendersi conto. In un lampo, guerre, odi e cieche passioni accendono il mondo, lo avvelenano di effluvi pestilenziali, paranoiche maldicenze, giugulari gonfie e presunzioni infinite. Corre la mano incauta, vanamente pentita, a richiudere l'orcio, premendo a forza il coperchio. Ma è tardi. In un recesso remoto, accucciata, rimane prigioniera Elpis, la Speranza che attende.
Shangri-La, 14:08
20.04.05
I WILL SURVIVE
Una su tutte
La pelle si è ormai fatta, il disincanto è maturo. Piaccia o no, la zuppa è questa, s'è detta. Da allora finge la sorpresa della prima volta ogni volta che lui, credendosi inedito, arriva e pianta la bandierina. Non immagina nemmeno, l'illuso, lo stillicidio sul bagnato del complimento a denti stretti, dell'insulto più o meno velato, della carezza o del rimbrotto paternalistico. Né la noia molesta delle diagnosi psicologiche, coi loro dotti referti, e il veleno annacquato della complice, pronta a giurare, la mano posata sul Qohelet, che lei un uomo su mille lo trova, una donna su tutte, giammai. Risaputi anche l'entrata a gamba tesa, la parola ardita sussurrata a fiato corto, il corteggiamento obliquo dietro lo sprezzo esibito. E la pesa pubblica, tarata in eccesso sui chili e in difetto sul resto, sui centimetri di appeal, il valore, l'autorevolezza o l'esprit de finesse: il piatto piange sempre e quando va bene scatta, registrata, la solita risata della forca. Cieca fede, quella dei sequestratori di amor proprio, che il ricatto abbia presa eterna. Che il cervello dondoli, sbullonato da un corpo in attesa di revisione, e lei non abbia alternative, condannata a sculettare autoironica cinguettando al microfono qualche buona facezia da bar sport, perché la si possa almeno dire spiritosa, o a languire in un tunnel depressivo. Si danno di gomito, gli stolidi. Sbatti una volta le ciglia e loro lì, pronti a giurare sta piangendo, ce l'abbiamo fatta. Dirglielo o no, che era solo un granello di polvere sotto la lente a contatto? Dirglielo o no che è tutto un noioso déjà vu e che il loro genio è più deludente d'una fumata nera, più involuto di un souffle malriuscito, veritiero come i consigli per gli acquisti? Dirglielo o no che il re è nudo e oscena la sua imbolsita nudità? O tacere, attendendo in silenzio il prossimo originale esploratore di aiuole condominiali, orgoglioso della sua bandierina, e più in là, suggerirgli, ché se la pianti lì resta in ombra dietro centomila altri vessilli?
Shangri-La, 18:41
23.02.05
I WILL SURVIVE
Storia di un impiegato
Che senso può mai avere la saldatura tra il nesso tempo/lavoro e la questione della creatività (per tagliar corto, della scrittura, dentro e "fuori" dal web)? In altri termini: la riduzione a valore d'uso dell'individuo, in atto nel sistema lavorativo, è ancora interpretabile unicamente come forma dell'alienazione fondamentale dai mezzi di produzione e dal diretto godimento dei frutti del proprio lavoro? Non credo. L'esperienza spicciola insegna al piccolo impiegato che il dinosauro aziendale soffre di amnesia: non ricorda più la sua mission, come usa dire. Non sa più, in sostanza, quale sia la merce, il prodotto, finanche il servizio per il quale il mastodonte faticosamente si trascina sui gomiti. L'unico chiaro obiettivo sembra essere quello un po' vago - ma sufficientemente bellicista - di mantenere la propria posizione di competitor sul mercato. De che, non si sa bene. Il lucertolone è in perenne attesa del prossimo, chiarificatore, consiglio di amministrazione.
Intanto, il piccolo impiegato è confuso. In un sempre più agitato dormiveglia, sogna di varcare i tornelli in pigliama e ciabatte, sotto lo sguardo divertito degli uomini della security. Si alza col mal di testa, trangugia velocemente un po' di caffè e si appresta a godere quello che, a sera, ricorderà come il momento migliore della giornata: il viaggio in macchina, con la radio a tutto volume. Benedette siano le code in tangenziale. Quando arriva, si siede, accende il pc e digita la password. Gli hanno raccomandato di sceglierne una che non può dimenticare. Facile: nonc'èuncazzodafare. Dopo 15 giorni scadrà, ma ci si può divertire con tutte le possibili variazioni del tema: ancheogginonc'èuncazzodafare. Non importa. Il piccolo impiegato coltiva con passione lo sparuto parco neuroni su cui ancora non è stato spruzzato il diserbante. E ha capito che lui è fondamentalmente ostaggio di una potente organizzazione terroristico-politico-mafiosa, di cui il grande cetaceo aziendale non è che una brillante copertura. L'aver compreso questa banale verità gli ha restituito un po' di dignità. In fondo, lo status di sequestrato in attesa di riscatto è sempre preferibile a quello di coglione qualsiasi. C'è gente, pensa il piccolo impiegato, che sta peggio di me. Gente che, presa prigioniera da gruppuscoli di delinquenza spicciola, non può nemmeno contare sul sicuro pagamento del riscatto, che l'Organizzazione parcellizza puntualmente, con addebito su conto bancario, alla fine di ogni mese. E tuttavia sono un uomo, perdio, pensa il piccolo impiegato mentre tamburella sul volante l'ultimo motivo di solo-musica-italiana. Se non ho da produrre servizi, ebbene, produrrò disservizi e mi dedicherò a questo pallino che ho sempre avuto per la letteratura. Un hobby che ha il merito di scivolare silenzioso e inavvertito sui tasti. Pensa invece se avessi avuto la passione per la batteria. Dovrebbero quasi ringraziarmi, dovrebbero. E così il piccolo impiegato scrive, scrive, scrive. Contento, dapprima, di questa sua ritrovata creatività, ma sempre più compulsivo e disanimato via via che passa il tempo. Scrive per scrivere, per sopravvivere, scrive per non morire, scrive di non voler scrivere più, scrive che tutto è nulla, scrive io non esisto. Ma comunque scrive. Il piccolo impiegato è esausto. Torna a casa la sera sfiancato da post, partecipazioni a questo e quell'altro, a gare di scrittura, certamina poetici, forum, giostre e quiz, sempre più invisibile in mezzo a una selva di braccia alzate: la so io la risposta, la so io. Torna a casa disfatto, se possibile più infelice e depresso di prima. Si è accorto, il suo sparuto parco di neuroni, che un uomo sequestrato non è un uomo parzialmente libero e che un uomo non libero è uno costretto a vivere di sotterfugi. Ha capito che un uomo alienato non è uno cui si è semplicemente atrofizzato l'alluce del piede sinistro. E' invece un uomo completamente spossessato di sé, è terra bruciata, come la sua povera arte. Il piccolo impiegato è più disperato di prima. Aveva un'illusione, un tempo. Ora nemmeno quella.
Shangri-La, 15:14
21.02.05
I WILL SURVIVE
Ogni giorno una gazzella
Vittime designate corrono a perdifiato lungo la prateria, in fuga dagli appetiti del predatore. Qualcuna ce la farà, altre cadranno. Di queste, farà lauto pasto la fame di virtù dello sciacallo. Senza scampo alcuno.
Shangri-La, 20:22
04.02.05
I WILL SURVIVE
Badanti
C'è chi mi dice sempre: donna fortunata, tu. E in effetti. Trovo spesso, sulla mia strada, gente che s'offre gratuitamente di badare alla mia onorabilità e che passa a spazzare le strade prima del mio passaggio. Cadrei, pigra come sono, in una serie innumerevole di impicci, equivoci, brutte figure, non fosse per queste buonanime. Non so come ringraziare, ecco.
Shangri-La, 17:48
13.01.05
I WILL SURVIVE
Associazione Invalidi di guerra
Ancora vivi?, mi sorprendo a pensare, mentre oltrepasso veloce il portone.
E che fanno, si incontrano e se la raccontano, io la gamba, tu il braccio?
La Memoria - soprattutto l'altrui - è cosa molesta. Non è che una targa in ottone su un locale con avviso di sfratto.
Shangri-La, 19:27
11.01.05
I WILL SURVIVE
Smoking zone
Pensieri azzurrini salgono alti e sottili, in un breve giro di valzer. Seguono applausi, inchini e sparizioni in dissolvenza. E in questo loro vano riempire i vuoti del cuore, tutto lasciano saturato, nulla rivoluzionato.
Del fumo che ho incontrato, di quello che ho fumato. Del perché ho smesso anche quel poco.
Shangri-La, 20:52
29.12.04
I WILL SURVIVE
Dal Tao-te-ching
Il cielo e la terra sono inumani: trattano i diecimila esseri come cani di paglia per il sacrificio (V).
Favore e disgrazia sono entrambi cose spaventose. Stima una grande calamità come il tuo proprio corpo (XIII).
La cosa più molle al mondo si precipita contro la cosa più dura al mondo. Niente al mondo è più molle e debole dell'acqua: ma nell'avventarsi contro ciò che è duro e forte, niente può superarla. Senza sostanza, essa penetra in ciò che non ha interstizi. La cosa diventa facile per essa grazie a ciò che non esiste (XLIII).
Shangri-La, 21:43
28.12.04
I WILL SURVIVE
Odi et (tsun)ami
Inghiotto da mesi metri e metri cubi di rabbia, mentre i sismografi oscillano e la superficie ribolle.
Mi basterebbe un niente per catapultare gambe all'aria questi eterni vacanzieri in pareo e infradito che si fanno i cazzi loro calpestando i cazzi miei. E sorridono pure.
Sorrido anch'io, augurando loro d'essere travolti nell'azzurro mare d'agosto da un'onda anomala.
Nei momenti di crisi, quando sto per scatenare un maremoto, corro a ripassare gli appunti presi alla scuola delle buone maniere, dove ho appena seguito il ciclo di lezioni Far finta di essere calmi. Lo sento: è ora di mettere a frutto il modulo Hrim, hrim, un mantra per non uccidere.
Continuo a sorridere, faccio conversazione e parlo di me prendendomi un po' in giro, tecnica consolidata che mette a proprio agio i catapultandi, mentre si offre loro un caffè. Ci cascano come polli. Bla bla bla, come nulla fosse, mentre la terra trema e l'asse terrestre si sposta.
Non è niente, signori, va tutto bene, continuate pure la vostra vacanza. E venite a trovarci quando volete, siete i benvenuti, qui.
I culi e i lampadari ondeggiano, le tazzine scivolano e un rombo cupo gonfia l'aria premendo alle finestre.
Poi tutto tace. Baci, abbracci e saluti: tornate presto. Io sola, insonne, resto a fronteggiare il muro d'acqua che avanza.
Shangri-La, 04:40
30.11.04
I WILL SURVIVE
E brava Giù
Uomini pochi e sempre sbagliati. Anni fa, fu la volta di un tizio che prometteva mari e monti e s'atteggiava fascinoso a pirata senza fissa dimora. Tutto un andirivieni assai misterioso che la innamorava. Sì ma da dove e per dove? si chiedeva l'incauta, già passata dal gioielliere a scegliersi l'anello. Dalla casa circondariale, le svelò il maresciallo, mentre lei dava fuori di matto: disgraziatofottutobugiardo, io ti ammazzo! Poi ci fu quell'altro, sospirato e laudato per anni da dietro la scrivania, il mio capo qui, il mio capo là. Nei sogni, era tutto chiaro e scintillante. Lui si sarebbe sbarazzato dell'arcigna moglie e si sarebbe finalmente accorto di quell'amore silenzioso e fedele, tristemente accucciato ai suoi piedi, tra la stampante e la cassettiera. E infatti lui si separò. Per un paio di artigli laccati e una chioma biondo platino, però, non certo per la maldestra tuttofare che gli scodinzolava attorno tutto il giorno. "Ah, ma la troietta gli ha mangiato tutto i soldi e l'ha mollato quando ne ha trovato uno più ricco", sottolinea stizzita tuttora, ormai settantenne incartapecorita dalle velleità sentimentali definitivamente archiviate Sola e pensionata, di recente ha scovato l'oggetto di una tardiva passione, che la fa ardere di vita come nessuno mai: il malato terminale. S'è iscritta a un'associazione che fa volontariato e quasi ogni giorno prende la macchina, sfreccia in tangenziale, piomba in Istituto, indossa orgogliosa una specie di camice rosa e va a trovare i suoi moribondi. Poi mi racconta tutte 'ste storie di gente al capolinea, evocando qua e là, con aria ispirata, la mitica figura del Professore, che immagino passeggiare ieratico, a camice aperto, lungo i corridoi del reparto e dal quale assorbe tutta la scienza medica che la fa discettare con disinvoltura di cellule staminali e procreazione assistita. Ha capito tutto lei e tuona contro il governo ladro e la legge pincopallo. Ci provo io a dirle "Giù, guarda che le cose non sono così semplici", ma niente, non ascolta nemmeno, è un fiume in piena di certezze e compassione a buon mercato. L'ascolto e penso che se ci fossi io, in uno di quei letti, preferirei crepare da sola piuttosto che sentirla berciare. E mi ricordo di quelli che facevano servizio con me al Telefono amico messo in piedi dall'associazione presso cui facevo volontariato. Al venerdì sera ci si riuniva e ciascuno faceva una relazione sulle telefonate ricevute. Gli operatori erano quasi tutti degli sfaccendati al limite del disturbo mentale, gente che cercava casi umani da pietire per sentirsi meglio. Alle prime telefonate, condivano via l'importuno aspirante suicida con qualche formuletta standard. Ma se il poverino insisteva e richiamava, reagivano spazientiti. Dopo un po' che ascoltavo, fissavo con crescente desiderio la cornetta del telefono e sognavo di romperla in testa a quell'accolita di befane e pisquani di paese.
Shangri-La, 13:37
15.11.04
I WILL SURVIVE
A bat idea
Scocca radente, in un guizzo. Poi giù in picchiata, conficcato nel vuoto, fino a nuovo rimbalzo. Piroetta e rovescia all'indietro, schiaffeggiato dal vento, nel cieco singulto di un volo a tentoni, che cerca e trova d'istinto l'ingresso di casa. A nulla vale chiudere porte e finestre. Lui sa come fare. Conosce il pertugio, la colpevole dimenticanza, l'imposta che cigola. Lui sa ed entra. Nemmeno mi nascondo più. Nero e sinistro, attendo lo squittìo che lo precede, quindi mi siedo, calma e rassegnata. Aspetto. In un batter d'ali è lì, mi afferra i capelli e si appende a testa in giù, predatore notturno di sogni e belle speranze. Un'altra notte insieme, pregando sempre che sia l'ultima.
Shangri-La, 16:36
27.10.04
I WILL SURVIVE
In the name of love
Nel delirio di questi giorni e queste notti senza tregua, coi neuroni impastati di Fissan, le spalle umidicce di saliva, le maglie macchiate da rivoli di latte, il polso slogato e le ossa indolenzite, è con piacere che mi accascio alle due di notte di fronte alla lugubre faccia da iettatore di Marzullo. Che è bravo, bisogna dire, a far dell'intervista introspettiva un'arte, alla faccia della vulgata che lo vorrebbe insipiente raccomandato tout court. Buona la scelta degli ospiti, intanto, se il buon Gigi è capace di pescare perfino nel mazzo delle aspiranti Miss Italia o delle vallette del sabato sera ragazze dalla conversazione piacevole e non banale. Comunque, ieri sera era la volta di Antonio Catania che, rispondendo a una domanda sul senso della sicilianità, ricordava di aver assistito, per le strade di Acireale, a un episodio in cui si possono leggere in filigrana la paradossalità, la furia, l'irrazionalità ma anche il calore appassionato dell'amore. Padre e figlio, raccontava l'attore, camminavano fianco a fianco sul marciapiede. A un certo punto il bambino sfugge al controllo del padre e attraversa improvvisamente la strada proprio mentre sopraggiunge una macchina. Brusca frenata e incidente evitato, per fortuna. Senonché il padre, accecato dall'ira, acchiappa il ragazzino e gli gonfia la faccia a furia di schiaffi, imprecando e inveendo. Sfogata la rabbia, d'un tratto il genitore si calma. Guarda il figlio con benevolenza, lo prende affettuosamente per un braccio e gli dice: "Hai visto? Potevi anche farti male".
Shangri-La, 16:01
11.10.04
I WILL SURVIVE
L'uomo è ciò che non mangia
La mattina esce di casa prestissimo, senza bere nemmeno un caffè. "Non fai colazione?". "No, grazie", risponde, "non mangio mai". A cena, spilluzzica qualcosa e nulla più. "Come mangi poco!", gli si dice. Per tutta risposta, mostra una fototessera di qualche anno fa per sottolineare, orgoglioso, quanto sia dimagrito da allora. Si vede un volto solo un po' più pieno e rotondo, non certo il cascame di un doppio mento che reclama una drastica dieta. "Beh, mia sorella è peggio". In effetti sì, ormai è tutt'ossa. E l'altro fratello non è da meno: svogliato alquanto, a tavola accetta solo porzioni da nouvelle cuisine che nemmeno finisce. A un certo punto mi si fa chiaro un preoccupante quadro di anoressia familiare, una sorta di ritirata dal mondo e dalla soddisfazione dei sensi che accomuna tristemente tutti e tre. La cosa peggiore è che nessuno in famiglia sa prestare ascolto al muto disagio che l'inappetenza esprime. Mi sembra anzi che l'orgoglio materno si nutra anche del compiacimento d'avere tre figli magri magri, come detta la moda. D'altra parte capisco la strategia inconscia. Rifiutare il cibo e limitarsi allo stretto indispensabile è un modo per riservarsi uno spazio d'autonomia - per quanto alla lunga autolesivo - ai margini di un'adolescenza perenne, innaturalmente prolungata dalla difficoltà di trovare lavoro e di uscire di casa per vivere la propria vita. Sicché mettere in atto una sorta di politica della sottrazione dà voce al timore di non sapersi svincolare e di finire fagocitati nel ventre materno, senza tuttavia turbare apertamente il quieto vivere di chi non vuol vedere.
Shangri-La, 19:34
08.10.04
I WILL SURVIVE
Non è la gelosia quello che sento
A volte è rosso passione. Altre, giallo gelosia. Altre ancora, bianco verginità. Un colore per ogni stato d'animo: questo dice di sé al mondo l'uomo con la rosa in mano, addossato alla solita colonna sotto i portici. E non una parola, nessuna a nessuno. Se ne sta solo, in piedi, e impugna alto il fiore per il gambo, come fosse quella l'unica fiaccola accesa nel buio della sua mente. E' di quelli che fuma con piglio igienista, con la sigaretta tra pollice e indice, lo sguardo fisso alla brace, dopo ogni boccata, e le labbra strette strette, quasi inghiottite. Me lo immagino, dopo l'amore, affrettarsi in abluzioni purificatrici, perché forse sì, è di troppa purezza di cuore che s'impazzisce. Qualche tempo fa ne scrisse il giornale locale. Pare avesse perso la testa, quel poco che rimaneva, per una commerciante del centro. La importunava di continuo - denunciò lei - stazionando tutto il giorno fuori dal negozio e offrendole amore, rose e dedizione non gradita. I carabinieri lo convocarono in caserma, lo ascoltarono, sorrisero mestamente e lo lasciarono andare. L'altro giorno l'ho visto in piazzetta, come sempre. Benvestito, perfettamente sbarbato e coi capelli divisi da una riga maniacalmente dritta, confortante monumento alla più folle delle fedeltà, quella non corrisposta. Aveva scelto la rosa gialla che, dicono, mette in guardia dagli sguardi invidiosi. Dritto e fiero fumava e pensava ai casi suoi, consumandosi come cenere sotto gli occhi della sua bella.
Shangri-La, 14:47
29.07.04
I WILL SURVIVE
Quasi quasi mi faccio uno shampoo
Umore in picchiata, faccia da pugile suonato, piedi gonfi e mocio vileda in testa, abbacchiato come un salice piangente? Più efficace del Prozac, il rimedio è uno solo: il parrucchiere.
Shangri-La, 11:58
26.07.04
I WILL SURVIVE
Much ado about nothing
Tanto, prima o poi si quaglia. O ci si squaglia. Più facilmente, si fa il salto della quaglia.
Shangri-La, 17:57
13.07.04
I WILL SURVIVE
Incubi
Non è che io non abbia i miei killer sotto il letto. Ce li ho. Per anni li ho attesi nel dormiveglia presentendo la lama fredda infilarmisi tra scapola e scapola e affondare nel polmone, giù fin dentro al cuore. Perciò ti capisco. Ma senti: frequenta l'assassino e diventerai come lui. Così ora dormo col coltello fra i denti e lo lascio arrivare a tiro, il furbo. Ne conto i passi vicino all'uscio, lo sento scassinare la serratura, entrare e nel buio urtare un libro. Vieni, vieni, bello, sali pure le scale. Non ho paura e ho proprio voglia di farti rimpiangere d'essere nato. Che scelgano pure un'altra per il casting di Telefono Giallo. Qui non è più aria. Piccole belve crescono, tra un telegiornale e un Tv movie.
Shangri-La, 11:36
12.07.04
I WILL SURVIVE
Questo azzurro non mi piace
Se esisti o è pura fantasia, mi chiedo, tu che non mi confondi con la faccia dell'altra gente e non studi da che parte prendermi. Tu che lo sai che non servo a niente e una parola carina non ce l'ho, un argomento di conversazione nemmeno né una collezione di carabattole qualsiasi, e poi tutto mi sfugge di mano, maldestra come sono. Ci sono stati, secoli fa, pomeriggi così azzurri e scintillanti che ero convinta bastasse girare l'angolo per incontrarti. E che tu avresti saputo subito quel che c'era da sapere. Devo aver sbagliato angolo, allora, o forse non era alle quattro meno un quarto che dovevo svoltare, ma un minuto prima o uno dopo, chissà. Mi son detta poi che me l'ero figurata troppo facile e che forse tu stavi nascosto dietro maschere mute, t'avevo fatto qualcosa, magari, un appuntamento mancato, chessò, una scortesia di troppo. Sorridi troppo poco, m'ha sempre detto mia madre. Ecco cos'era. O era solo quel po' di trasparenza di troppo, il problema, se ti stavo di fronte e tu non mi vedevi. Un po' come una mosca sul lampadario, una zanzara sul muro o una macchina parcheggiata che guardi e passi oltre, chiuso in altro e poi, come in una scena degna dei Blues Brothers, ti ho sempre amata, le dici, prima di capitombolare giù nell'oblio del tempo. Perché ti ho capito, sai. Tardi, ma. E' l'ultima parola famosa quella che insegui oltre il limite e l'asso nella manica quello che sogni di giocare un attimo prima di chiudere la partita, tu, maestro nel temporeggiare, scaltro nello sgusciar via, tu che domani, sì, ti farai trovare dalla verità a viso aperto e mani nude, tu che a sorpresa smetterai il bluff, sparpagliando nel vento i calcoli di una vita e i quattro sassi che ti sei sempre tenuto in tasca. Domani, domani il gran giorno. E ora, sai, c'è un tipo buffo che ti farò le scarpe durante la tua assenza mi dice con l'aria di scoperchiare, monello, chissà che bidone. Uh. Sapessi, gli risponde di rimando la mia strizzata d'occhi, che armadio pieno di tacchi consunti ho io, di stivaletti, sandali e punte strette più di quanti giorni ci siano in un anno. Tu suola e risuola quanto vuoi, gli sorrido, che io intanto preparo i sacchi per la campana gialla della Caritas che sta nell'altro isolato. Caro il mio angelo azzurro, il tempo porta saggezza - o stanchezza, ancora non so - e io certo non ti aspetto più all'angolo che sai, tra le quattro meno un quarto e le cinque. Va bene anche così, ormai. Ogni incontro un equivoco, ogni sorriso un voto ai demoni, ogni parola un buco nell'acqua. Né prendere né lasciare e avanti il prossimo, qui in coda col numeretto in mano. Guardarsi e riconoscersi non era di questa partita, è evidente. Forse la prossima, se non ho niente di meglio da fare.
Shangri-La, 19:36
02.07.04
I WILL SURVIVE
Il bambino senza una consonante
"Veniva sempre qui a casa, nel pomeriggio. Lui e F* erano compagni di banco e ormai avevano fatto amicizia. Giocavano e facevano i compiti insieme". "E poi?". "A un certo punto mi sono preoccupata, perché avevo notato un fatto strano. Ogni volta che questo bambino veniva ospite qui, diverse camionette dei carabinieri parcheggiavano sotto casa". "Quindi che hai fatto?". "Beh, una volta che sua nonna è venuto a prenderselo per riaccompagnarlo a casa, le ho chiesto il perché di questa coincidenza". "E lei cosa ti ha risposto?". "Che il bambino era nipote del famoso pentito B* e che al cognome avevano tolto una c. Perciò non sospettavamo nulla. Erano sotto protezione, mi ha spiegato, e dovunque andassero erano scortati". "Povero bambino. Com'è finita?". "Che ho detto a F* di non invitarlo più qui a casa". "Dai!". "E se succedeva qualcosa? Io non mi sentivo di rischiare". "Il bambino avrà capito, poverino". "Penso di sì. F*, che fine ha fatto, poi, lo vedi ancora?". "Certo che lo vedo, mica è morto. Ci salutiamo".
Shangri-La, 18:29
29.06.04
I WILL SURVIVE
L'abc di Internèt
La forzata inattività cui mi costringe l'inedita mia camminata da pinguino ha i suoi pregi. A parte l'autocompiacimento estetico che mi viene dalle estemporanee citazioni cinematografiche della falcata, a tratti assai somigliante a quella di Charlot, devo dire che sto scoprendo un mondo. Il mondo dell'ora di pranzo davanti alla Tv. La si direbbe consacrata all'abbiocco catatonico e invece no, siori e siori, si vede gente e si imparano cose. Roba che neanche Quark. Sarà che la fascia oraria si presta all'allestimento di una sorta di Università Catodica della Terza Età - ché questo si presume sia il target di riferimento, in quel momento -, fatto si è che può capitare di esser amabilmente istruiti sull'abc di Internèt da due giovani docenti. In arte bloggers.
"Ma tu guarda!" "Chi sono 'ste due, le conosci?". "Sono due che hanno un blog, papà". "Ah". "Amiche". "Ah". "Cioè, si stimano e si fanno tanti complimenti". "Ah. Senti, il geometra...". "Sssttt. Ascolta, parlano di Internèt, puoi imparare tante cose!". "Sì. Stavo dicendo, il geometra...".
"Adesso raccontiamo a Michele il mondo della rete...", sento dire con fare cantilenante, mentre Mirabella - perfidamente inquadrato dalla regia - se ne fotte e chiacchiera allegramente per i fatti suoi, né più né meno dell'ultrasessantacinquenne seduto al mio fianco. Il pubblico, imbalsamato e impagliato nella tribunetta alle spalle delle due brave presentattrici, non è da meno: con l'occhio vitreo e le braccia goffamente conserte dentro il vestito buono, ma ormai troppo stretto, di qualche trippa fa, esibisce la stanca partecipazione d'un sorriso mangiamerda, nonostante la declamazione entusiasta, fornita dalle due, del bignamino del giovane navigatore, con il previsto corollario di comunità, ciat, nicneim, da dove dgt, m o f , sesso virtuale e acchiappanza. Cose che così raccontate meritano una sola definizione nel dialetto di queste parti: cilapadi. Fesserie, insomma, bazzecole, robe da perdigiorno. Anzi, peggio. Passatempi da impotenti acchiappanuvole, che tentano di afferrare l'ombra di un contatto sessual-amoroso che la realtà nega loro. A chiusura del già sentito e già detto che con tono forzatamente vivace e divertito ci è stato ammannito sul fenomeno Internet, non poteva mancare - e non è mancata - la medicalizzazione patologizzante - la patacca finale, insomma -, gentilmente offerta in studio da una psicologa dall'aspetto vagamente iettatorio. D'un tratto, di fronte alla salutare distrazione dei miei nei confronti di 'sto prolisso quanto garrulo pistolotto, m'è parso chiaro che la vecchiaia è una brutta malattia che colpisce preferibilmente in giovane età. Ti viene a tradimento quando cominci a campare sulla retorica del tuo giovanilismo d'accatto e non t'accorgi di quanto diventi patetico, ti raggrinzisce quando a beneficio del volgo presunto ignorante frulli dentro un beverone di banalità i comportamenti della tua generazione preventivamente ridotti a macchiette e quando cominci a dire che ai tempi tuoi - e lo dici col mento visibilmente sporco di latte - dovevi frequentare le comunità virtuali americane perché qui in Italia bla bla, ti viene e t'accoppa senza pietà quando cominci a somigliare a uno scolaretto adattato preoccupato di far bella figura col suo compitino, quando risulti, insomma, la persona giusta al posto giusto: inodore, incolore, insapore.
"Se notate che un anziano diventa irritabile e mostra segni di stanchezza, portatelo subito al pronto soccorso", diceva un medico, intervistato al Tg subito dopo, per il solito servizio sull'emergenza caldo. "Sì, così se lo dimenticano in astanteria per otto ore", commenta mio padre. "Tutta un'altra cosa, eh, crepare di caldo al pronto soccorso?", gli dico. "Piuttosto senti, da quanto non ti colleghi in rete?". "Da un po'. Mi sono stufato".
Shangri-La, 18:58
20.05.04
I WILL SURVIVE
Piccoli torturatori crescono
"Ma ti rendi conto? Sean e Matthew li ha chiamati". "E il cognome?", chiedo. "Sardo. ***". "Ma dai, come il liquore...". "Ti sfido a scriverli correttamente", dice. "Scion come...?". "Connery". "Preferisco Penn, invece di quel finto piacione". "Me le vedo già certe bande di marcopaoloandrea che menano 'sti due, all'asilo". "Ma siete tutti fissati con 'sto spauracchio dell'asilo! Poi li picchiano, dite tutti". "Perché, no? I bambini sono cattivi". "Solo i figli dei pacifisti". "Scema". "E' la nemesi storica".
"Questa faccenda dell'asilo non mi convince", penso a voce alta. Ormai il vecchio adagio "se non la pianti, ti porto dall'uomo nero" è archiviabile a favore di un più moderno "ti porto all'asilo, dove quei cannibali dei tuoi coetanei ti faranno a pezzettini piccoli così".
"Tu scherzi, ma guarda che è vero". "Ommadonna, anche tu?". "Io venivo sempre picchiato, all'asilo. Non mi volevano nella banda". "Ci credo". "Perché, perché, cos'ho io che non va?". "Non sei tipo da banda". "E come lo capivano?". "Si vede". "'Azz, non mi ci vogliono neanche adesso, nelle bande". "Appunto".
Shangri-La, 11:54
17.05.04
I WILL SURVIVE
Il fascino di qualche ripetente
In quegli anni, Ruggeri piaceva solo a me e a Giovanna, che ne facemmo la massacrante colonna sonora di una vacanza in Sardegna coi compagni di liceo, nel settembre ventoso e freddo che seguì il nostro esame di maturità. A dir la verità, la cassetta di Ruggeri era la sua, quella dei Pink Floyd la mia, che immalinconivo tutti con l'ossessivo rewind di Hey you. L'altro giorno, in vena di amarcord, ho tolto un po' di polvere da cd che non ascoltavo da un pezzo. E mi sono un po' confusa in un playback.
E si consumano le scarpe da pallone dentro la polvere E i più grandi si prendono il campo tutto per sé E li guardi andare via mentre fantastichi su di te Dalla linea laterale davanti qua.
E il cuore batte alla rinfusa che serietà Nella fretta di portare pantaloni lunghi e personalità Mentre è il fascino di qualche ripetente Che ci scombussola le idee E il futuro sembra lì ma non arriva mai.
E ognuno lascia un segno nelle persone più sensibili E il fiume cambia il legno mentre lo trasporta via. Oh! quanti giorni e quante conclusioni e recriminazioni Allinsaputa di chi dimentica che un niente In unanima incosciente provoca i guai.
E arrivano i discorsi però le conclusioni quasi più E ci iscrivono ai concorsi e di tanto in tanto ci tiriamo su. E le tensioni le scaraventiamo su canzoni Che fingiamo di cantare confusi in un playback.
E ognuno lascia un segno nelle persone più sensibili E il fiume cambia il legno mentre lo trasporta via. Oh! quanti giorni e quante conclusioni e recriminazioni Allinsaputa di chi dimentica che cè un niente Che modifica il presente Ci confonde in un istante ed è playback.
Confusi in un playback, Enrico Ruggeri
Shangri-La, 18:10
13.05.04
I WILL SURVIVE
Le discese ardite e le risalite
Mi coglie un dubbio, Squonk: stiamo parlando di me o stiamo parlando di una canzone? Perché se stiamo parlando della canzone e tu hai colto il senso di "non voglio che tu sia felice" - non crederai mica, vero, che Vecchioni o un qualsiasi altro padre sano di mente non si auguri la felicità dei propri figli -, la divergenza di interpretazioni è risolta in partenza. E sì, certo che Vecchioni ha un certo tipo di poetica, certo che è molto "partenopeo" nell'afflato sentimentale e non gli è propria certa sobrietà e asciutezza di stile che appartiene ad altri, ma che c'entra? Una canzone non è una summa theologica né un ricettario per il buon vivere. Già la citazione del solo testo la mutila in maniera imperdonabile e la espone a considerazioni parziali, ma dire che è "retorica" ha per me in questo caso poco senso. Sarebbe come a dire, mutatis mutandis, che è retorico un verso come "ciascuno sta solo sul cuore della terra", perché no, ci sono la mamma, il papà, gli amici, i fidanzati, i blogger... E vabbeh. Se invece stiamo parlando di me, allora ciao. Anzi, no, spiego. Il frustrato, il cupo o il livoroso qui e altrove evocato (e da me a quanto pare egregiamente rappresentato) esiste, a tutto tondo, solo all'interno di un artificio retorico (e dico questo, "artificio retorico", senza alcun intento svalutativo. Anzi. Per me la retorica è una gran cosa e ne ho già parlato, ma lasciamo perdere ora). All'interno di questa dimensione inscindibilmente legata alla parola, il topos del frustrato - che ingiustamente certo psicologismo priva di dignità letteraria ed esistenziale - richiama irresistibilmente quello del lustrascarpe, che si configura come polarità opposta di un intero. Questo era il senso dei due post che hai interpretato in maniera che io considero molto riduttiva. In definitiva, quel che mi stupisce è l'incredibile povertà di lettura che vedo in giro e che si siede su schemi teorico-interpretativi dati per scontati, manco fossero leggi fisiche. Sicché se una scrive in un certo modo ed esprime seccamente certe opinioni, è immediatamente etichettata come livorosa e incazzosa. Se fa l'umorista alla Gnocchi e si mette in posa per "la foto col sorriso deficiente" (sempre uguale, sempre quello), allora è l'icona della felicità contagiosa. Ommadonna, a parte che Polly Anna mi fa venire l'orticaria e a parte il fatto che io non credo minimanente alle maschere, cioè, etiomologicamente alle "persone", una cosa mi preme dire: le semplificazioni della psicologia americana e del pensiero positivo, che ormai sono luogo comune e che pure hanno punti di merito, sono esiziali se non vengono contestualizzate e ridimensionate. In altri termini, trovo che sia un mondo assai depauperato quello nel quale la devianza, la rabbia, la frustrazione, la depressione e quant'altro siano visti in un'ottica esclusivamente patologica e non se ne intuisca più - cosa che invece il mito si incaricava di rappresentare (le discese agli inferi, le carestie, le siccità, la peste, le caverne delle idee eccetera) - il valore euristico, in termini di comprensione del sé e del mondo. Non c'è crescita verso l'alto senza discesa: questo volevo rimarcare. Ecco perché reagisco sempre con fastidio a certi tentativi un po' castranti di bonificare a priori i terreni impervi della comunicazione, delle relazioni, della conflittualità e anche dell'aggressività che è parte della natura umana. Occhio a far torto ai demoni: vogliono essere riconosciuti e godere di diritto di cittadinanza. Se non glielo si concede, ci si ritrova in breve in mezzo alla peggior barbarie, inermi e incapaci di reagire. Un tempo la cosa era chiara ed era attraverso i riti sacrificali che si concedeva loro spazio espressivo, era all'interno di una comunità avveduta e profondamente religiosa (di quella religione cui anelo, in cui tutto è legato con tutto) che ciò che ora definiremmo borderline era trasfigurato in altro. Va bene, è una dimensione persa, inutile fare i passatisti. Tuttavia, apriamo gli occhi e guardiamo dove mettiamo i piedi. La blogosfera è un ottimo punto d'osservazione di questi fenomeni. E infatti a mio parere si va qui verso una normalizzazione delle potenzialità eversive attraverso la definizione di codici comportamentali ispirati a familismi un po' da clan. Non ci sarebbe nulla di male in tutto questo, non stessero diventando, il gioco, il calembour e il ballo sulle punte, l'uniforme che segnala la reciproca appartenenza degli alunni della sezione A. Ecco, se era di me che stavamo parlando, vorrei solo dirti che non sono tesa. A disagio sì, però. E alienata anche. Ma va bene così.
Shangri-La, 16:55
I WILL SURVIVE
Inferni e paradisi
Se vuoi veder morire una pianta, sradicala e spostala. Nove su dieci, secca. Lo stesso per le parole. Ciascuna cresce come fiore o gramigna nel proprio giardino ed è nell'hortus conclusus del senso che si fonda la comprensione. Lì e non altrove. Perciò il capire è sempre un viaggiare, un attraversar recinti, un prender confidenza. Più d'ogni altra cosa, il capirsi è reciproca seduzione, è un condurre a sé che passa attraverso la fascinazione. Non c'è Eden, infatti, che sfugga alla retorica estetica del proprio particolare intreccio di rami, radici, frutti e profumi. Che si tratti di geometria zen, macchia mediterranea o tappeto inglese, sempre si dà una regola e un ritmo. Sicché c'è uno scrivere che arrampica tra grattacieli e pareti a specchio e un altro che si fa strada tra i rovi. C'è un parlar colorito innato e orecchie per le quali il volume è troppo alto. Insomma, non dappertutto splende lo stesso sole e non sempre è canto di sirene per un Ulisse in ascolto. Tuttavia, se v'è qualcosa che abbia senso definire verità, essa dovrà tradursi in immagine del mondo ed esser retoricamente detta per uscire dalla consistenza umbratile cui la costringe l'esilio nella caverna. Ora accade che noi non si sappia più avere a che fare con l'aura immaginifica, con il magnetismo e la capacità evocativa della parola. Accade che noi si pretenda che la verità si appalesi come discorso nudo e "obiettivo", nell'asettico tacere delle passioni. E più pensiamo questo, più la brutalità bussa alla nostra porta e interroga il nostro quieto vivere.
Shangri-La, 14:45
11.05.04
I WILL SURVIVE
Vorranno la foto col sorriso deficiente
Io lo so che tu mi capisci con uno sguardo. Lo vedo da quel tuo riso sardonico, di là dal tavolo, e da quel tuo non chiedermi mai note a margine. Tra noi, poche parole, aspre discussioni, a volte, e intese di pelle. Troppo facile, lo so. La stessa pelle, gli stessi occhi, gli stessi capelli, noi, sarcastici e rabbiosi in ugual misura. Ma ora come la spieghiamo agli altri questa cosa che ci brucia dentro da sempre, come glielo raccontiamo il furore di uno che ha gettato il saio alle ortiche e la ricchezza che sfuma e la fame, l'Oceano di mezzo, i pozzi di petrolio, le rivoluzioni, le scarpe di un cadavere rubate e indossate, l'odore della divisa e il tizio che si nasconde sotto al letto ma gli spuntano i piedi, i truffatori, gli assassini, i morti di mafia, quello gettato in piazza, incaprettato, e lei sposata per forza che vola giù dalla finestra davanti ai due figli. Con che coraggio glielo diciamo che ci scorrono nelle vene uomini e donne con una testa così, che se solo avessero avuto un'opportunità, una sola nella vita, e invece manco quella, sempre a sopravvivere tacendo, frustrati, sì, e incazzati molto. Se solo avessero studiato. Ma studiare no, non serve a niente, lo sappiamo ben noi che siamo stati i primi e ci siam barcamenati come potevamo, alcuni a far lavori detestabili, righe di codice su righe di codice, if then else / if then else, e la sera, mentre discutiamo di quel che dicono questi che giganteggiano sui piedi d'argilla, ci va il sangue al cervello. Letteralmente. Come glielo diciamo che non siamo mica gli Americani e quasi ce ne rammarichiamo, perché solo tra italioti brilla sempre il più ruffiano, senza merito, e come glielo spieghiamo che la rabbia è cosa grande e umana. E che ci fa schifo quasi tutto, tranne lo schifo stesso, perché viene a dirci che non siamo morti dentro, anche se è così che ci sentiamo tutte le volte che diciamo a noi stessi ma chi te lo fa fare, sta' calmo, sta' tranquillo, tanto non serve a niente. Eravamo quelli che correvamo più veloci, noi, ma ci hanno passato il testimone cento metri indietro. E dentro il testimone c'erano tante cose, c'era la convinzione di valere, c'era l'orgoglio che non potevamo permetterci e la ruvidezza sociale che ai signori nessuno non si perdona. Nel testimone non c'erano viaggi all'estero, anzi, non c'erano viaggi tout court, solo professoresse d'inglese balbuzienti e la paura atavica di trovarci da soli, senza aiuti di sorta, com'era capitato ai nostri padri. C'erano libri che leggevamo quando si rideva del nostro leggere e libri che non tocchiamo più ora che tutti se la tirano con la cultura modaiola del passaparola. Perciò i teorici del reale che è razionale e del razionale che è reale sono nostri nemici giurati e le parabole sulle aquile che si credono polli ci fan venire l'orticaria. Ma di notte, a occhi sbarrati, ci chiediamo se per caso non siamo tutti sbagliati, se non facciamo un po' pena e se non siamo che dei falliti, come da copione familiare, e ci viene il dubbio che sarebbe preferibile non essere quelli che siamo. Ci strapperemmo i capelli e la pelle di dosso per avere un po' di quell'odore da salotto, per indossare un giorno una di quelle camicie bianche e intrufolarci là dove non ci lasciano entrare, a tradimento. Un giorno, un giorno solo, per scompigliare tutto. Ma poi quaggiù qualcuno ci ama, accarezza le nostre rabbie e ci porta al fiume, dove loro non sono più nulla.
E figlia, figlia, non voglio che tu sia felice, ma sempre contro, finché ti lasciano la voce. Vorranno la foto col sorriso deficente, diranno: "Non ti agitare, che non serve a niente" e invece tu grida forte la vita contro la morte.
Figlia, Roberto Vecchioni
Shangri-La, 15:27
10.05.04
I WILL SURVIVE
E se non puoi la vita che desideri
Le idee hanno il cuore barbaro, la zazzera ispida e rifuggono dalle lisciate di pelo. Non fanno salotto, non stringono tutte le mani e non si perdono nel troppo commercio con la gente. Sorridono, di tanto in tanto, sempre parche d'affettuosità, salamelecchi e pacche sulle spalle, ché ruvide o morte le vuole la vita e sempre affidate al segno. A pochi piace l'uomo di idee e ancor più rari conta gli amici. Tutto il resto è chiasso di bambini.
Shangri-La, 16:52
04.05.04
I WILL SURVIVE
M'è caduta giù l'Armanda
Così, d'un botto, non si sa perché e come. È cascata come un salame davanti all'amico dietro al quale arrancava (maledetto, perché cammini così veloce?), senza peraltro riuscire a tenere il passo. Lista danni: ginocchia e mani sbucciate, mezza storta al piede, calze nuove da buttare, prepotente incazzatura autoriferita e immediato sequestro giudiziario di tutte le scarpe tacco-dotate. Gli exit poll danno vincenti, al momento, il partito dei sostenitori del salopette e scarpe da tennis style, ma l'Armanda ha diramato un comunicato in cui fa sapere che tiene la cabeza di cemento e che non avrete il suo scalpo. Per oggi va così, gonna al ginocchio e scarpe basse, ma 'sta mise così elegantemente anni Cinquanta non dura una settimana, mi sa.
Shangri-La, 10:38
03.05.04
I WILL SURVIVE
Waitin' on a sunny day
È che a un certo punto se vuoi salire, devi discendere. Andare giù giù in fondo al pozzo. Distillarti, ecco cosa devi. E lasciare andare, sparire, rannicchiarti, che fuori piove un mondo cane e l'anima si rattrappisce.
Shangri-La, 14:40
29.04.04
I WILL SURVIVE
Telepatia
Torno in ufficio oggi, dopo qualche giorno di assenza, e mi piovono addosso una serie di novità. Non ultima, la modifica del dominio della mail aziendale. Ne sento parlare e chiedo: "che, cosa, come faccio?". "Non hai ricevuto la mail di ** che spiegava il da farsi?". "No. O più probabilmente l'ho cancellata senza leggerla. Ora gli chiedo di rimandarmela". Intuisco dallo spaesamento generale - come diavolo lo configuro l'account? E come faccio a impostare il nuovo indirizzo come predefinito? - che non sono l'unica a cascare dalle nuvole. E infatti il tecnico così risponde:
Da stamattina sei la n-ma persona che mi fa la stessa domanda. Sospetto che sia andata, per tutti i richiedenti, più o meno così:
- arriva la mia mail - buttata via con commenti tipo: "mavaaffan..." e sollevamento del sopracciglio destro - oggi qualcuno deve aver fatto circolare il: "allora? Pronti? Configurato tutti?". - e quindi tutti a chiedere il re-invio, con giustificazioni tipo: - "devo aver involontariamente cestinato la tua mail". - "l'avevo messa tra le cose urgenti, ma ha preso fuoco il pc". - "dei ladri hanno effratto il mio appartamento, avviato il pc e rubato proprio quel messaggio" - ...
Shangri-La, 16:44
28.04.04
I WILL SURVIVE
Autoscontro
Qui, mio caro, è come sulla pista dell'autoscontro: un urto dietro l'altro e raccomandazioni, consigli, rimproveri, infiniti dover essere e dover fare. Dieci volte al giorno vorrai buttargliela lì, questa vita che ti sta attaccata addosso come un moscone molesto. Ma non illuderti, non molleranno mai. E sappi: per un giorno di parole, mille altri di silenzio, per uno slancio del cuore, diecimila passi indietro, per uno sbaglio, centomila fucili puntati. Tu aggrappati al volante, corri libero e schiva, guizza, ridi e piangi: il gioco è tutto tuo, lucido e scaltro.
Shangri-La, 17:52
23.04.04
I WILL SURVIVE
L'appartenenza
"Apolide". "Che, cosa dici?", mi prendevano in giro i miei coetanei. "Apolide: non sai cosa vuol dire?". Una battaglia persa. Avevo imparato quella nuova parola - che sentivo tagliata su misura per me - leggendo il diario di Anna Frank. Così come mi colpì molto il Pavese che diceva: avere un paese è importante. Tra il non averne mai avuto uno e l'esser sradicata da quello d'origine, come capitava ai miei, non avevo dubbi: di gran lunga era preferibile morire di nostalgia piuttosto che sentirsi la terra franare sotto i piedi. Ricordo che quand'ero ragazzina, non poter vantare tre generazioni di lombardi alle spalle era ancora una cosa di un certo peso. E ricordo anche il paginone che una volta il giornaletto locale dedicò al "problema" dell'immigrazione - allora unicamente nella direzione da Sud a Nord -, con il virgolettato che attribuiva a mio padre una frase da lui mai pronunciata, del genere: "Io qui sto bene, ormai mi sono integrato". "Integrato io?", sbraitò leggendo l'articolo, "Questo idiota d'un padanicolo non ha capito niente o ha fatto finta di non capire. Io non mi devo integrare con nessun nordonzolo! Questi stanno indietro di duemila anni!". Non sapevo se ridere delle sue solite sprezzanti invenzioni linguistiche - che ormai fanno parte integrante del mio lessico familiare - o se piangere dell'intera idiozia leghista ante litteram. Ogni tanto gli dicevo: "Beh, dai, papà, non si sente poi così tanto l'accento" e lui rideva della mia ingenuità e della sua cadenza marcatissima, che nessuna distanza ha mai stemperato. Ci misi un bel po' ad accettare chi ero, la faccia che portavo in giro e il mondo a tinte forti che mi cresceva dentro. Tuttavia, la pena di sentirmi un pesce fuor d'acqua non è mai venuta meno, anche se con gli anni ho imparato che gli dèi della comunità se ne stavano andando a gambe levate da queste campagne lambite dalle risaie. Il che spiega il successo del leghismo. Mica Roma, le tasse e palle varie. La disperazione di essere niente, questa è la benzina che ha alimentato le brigate lumbard. I sintomi erano visibili molto prima che due fidanzatelli andassero in giro a scrivere sui muri "Padania libera". Il paesotto, infatti, già diviso tra due campanili, era attraversato da correnti di insofferenza reciproca, tra gruppetti di neo-parvenu, bande di terroncelli che abitavano il cosiddetto Bronx e cattolici integralisti, che già non potevano vedere quelli dell'altra parrocchia, figuriamoci gli "infedeli". Il giornaletto locale - allora odiatissimo feudo democristiano - ora è nulla più che un'accolita di scoppiati, che in nulla si distinguono, oggi, da quelli che, come si diceva, "non avevano il dono della fede". Stessi divorzi, analoghi fallimenti, medesimi tradimenti e la pillola contraccettiva in tasca. Ci fu un tempo in cui ancora si davano pena di scrivere quanto fosse difficile organizzare una qualsiasi manifestazione che trovasse risposte entusiaste nella gente. Ora non sprecano più nemmeno il fiato. Quasi tutti i cinema hanno chiuso, le stagioni teatrali non si fanno più e i locali non se la passano meglio. I ragazzi si vergognano di questo posto e non vedono l'ora di prendersi la patente per passare le serate fuori di qui, possibilmente tornando tutti interi. Non c'è uno straccio di vita sociale e nessun trascorso tentativo di innescare qualsivoglia dibattito è riuscito a far parlare tra loro questi morti viventi. Vivo in un dormitorio, ma - paradossalmente - ora non lo sento più come un problema mio. Un paese ora ce l'ho. Me lo sono scoperto dentro, allo specchio, nei libri e lungo le linee della mia fisiognomica. E questo paese l'ho trovato contenuto in uno più grande, cui sento di appartenere. Per la prima volta, non mi sento più apolide. Ho messo radici nella vita e ne ho messe in ciò che mi circonda, pur mantenendo la mia irriducibile vocazione alla solitudine. Sono un'adulta, insomma, e il mio bisogno d'appartenenza non lo spendo più in giochini che lasciano il tempo che trovano, né in professioni d'amicizia pronte a svanire come neve al sole, quando cambiano stagione e passatempi. "Appartenere a una comunità è importante" ha detto una volta Springsteen in un'intervista "e quando un uomo è sradicato e sente di non appartenere più a nulla, la situazione si fa pericolosa: può succedere di tutto". E infatti è così: sta succedendo di tutto.
L'appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme non è il conforto di un normale voler bene l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
L'appartenenza non è un insieme casuale di persone non è il consenso a un'apparente aggregazione l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
Uomini uomini del mio passato che avete la misura del dovere e il senso collettivo dell'amore io non pretendo di sembrarvi amico mi piace immaginare la forza di un culto così antico e questa strada non sarebbe disperata se in ogni uomo ci fosse un po' della mia vita ma piano piano il mio destino è andare sempre più verso me stesso e non trovar nessuno.
L'appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme non è il conforto di un normale voler bene l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
L'appartenenza è assai di più della salvezza personale è la speranza di ogni uomo che sta male e non gli basta esser civile è quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa che in sé travolge ogni egoismo personale con un'aria più vitale che è davvero contagiosa.
Uomini
uomini del mio presente non mi consola l'abitudine a questa mia forzata solitudine io non pretendo il mondo intero vorrei soltanto un luogo, un posto più sincero dove un bel giorno magari molto presto io finalmente possa dire: questo è il mio posto dove rinasca non so come e quando il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo.
L'appartenenza non è un insieme casuale di persone non è il consenso a un'apparente aggregazione l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
L'appartenenza è un'esigenza che si avverte a poco a poco si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo è quella forza che prepara al grande salto decisivo che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti in cui ti senti ancora vivo.
Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.
La canzone dell'appartenenza, Giorgio Gaber
Shangri-La, 17:19
15.04.04
I WILL SURVIVE
Il deserto dei Tartari
Poi dicono, i vecchi, che la guerra bisogna provarla per capire. Hanno ragione, lo so, ma sapessero loro. Sapessero. Qui entriamo ogni giorno in mimetica ed elmetto, attenti a scansare i colpi dei cecchini alle finestre. A cadenza fissa, entra uno che intima: dieci di voi, al muro!, esecuzione sommaria. A volte, si consuma pure il rito della convocazione: "occorreva scegliere uno da immolare per la causa e abbiamo pensato a te, che ne dici?". Dovessero mai darvi questa lieta novella, il consiglio è: calma e sangue freddo. Non muovete un solo muscolo della faccia. In questi casi, la risposta giusta è: "ne sono onorato". A meno che non accettiate di essere seduta stante indottrinati sui pregi di una morte eroica. Lasciate perdere. Almeno vi risparmiate l'irritazione. Uno stillicidio, insomma, senza contare il balletto delle voci di corridoio.
"Ci fanno saltare tutti entro dicembre". "Ma che dici, entro giugno: l'ho saputo da fonti attendibilissime". "Finiremo tutti carbonizzati qui dentro o forse ci finiranno prima con esalazioni di gas. Vogliono uscirne puliti". "Non fate gli idioti: ci vendono ai primi beduini che passano". "Ma chi vuoi che ci compri? Costiamo troppo. Nessuna tribù ha cammelli a sufficienza per noi. E poi siamo troppe bocche da sfamare". "È sicuro, gente: entro la primavera verremo tutti deportati. Stanno già preparando i convogli: ecco le prove fotografiche".
In tempo di guerra, ci sono sempre i beninformati, quelli che stanno tutto il giorno con l'orecchio attaccato a Radio Londra. E poi non possono mancare i collaborazionisti, i doppiogiochisti e quelli che sperano di cavarci qualcosa di utile per se stessi. Sono loro gli untori del panico, che tutti i minuti ne sanno una nuova, direttamente dai "piani alti". Da anni indossiamo queste divise, gli anfibi, i giubbotti antiproiettile. In lontananza, l'aria sibila e l'orizzonte tuona, mentre ci guardiamo, perplessi: un temporale? Un terremoto? Cos'altro? Nulla di nulla. La guerra è un rombo remoto, la morte non arriva e questa sopravvivenza in perenne attesa ci ha stancati. Siamo pronti da tempo e sappiamo già. Ci intimassero, domani, riunitevi tutti nel cortile ed esprimete l'ultimo desiderio: va bene, risponderemmo, veniamo dopo il caffè.
Shangri-La, 15:54
31.03.04
I WILL SURVIVE
Italiane e crucchi: attrazione fatale
A Mandello le cose non vanno bene da un po' e l'adozione della casa motociclistica da parte di Aprilia, qualche tempo fa, non è stata la panacea di tutti mali che tutti si auguravano. La crisi del mercato è un dato di fatto, ma Guzzi sembra soffrirne più di altre case, al punto che il mancato pagamento di alcune commesse e la conseguente mancanza di forniture ha suggerito ad Aprilia la chiusura temporanea degli stabilimenti di produzione e la cassa integrazione di quattro settimane per i dipendenti. Ora è chiaro che solo l'affacciarsi di un acquirente serio e motivato potrebbe salvare questo marchio storico. Insomma,
circola insistentemente il nome di BMW. Beh, signori guzzisti, era scritto nel destino e di avvisaglie ne avete avute parecchie: quante volte, fermi a un distributore, siete stati circumnavigati e concupiti, voi e la vostra bella, da un centauro tedesco, tutto pelle borchiata e tatuaggi? Questione di curve, voce caliente, carena robusta e chiappe sode.
The road is dark and it's a thin thin line But I want you to know I'll walk it for you any time Maybe your other boyfriends couldn't pass the test Well if you're rough and ready for love honey I'm tougher than the rest
Shangri-La, 15:02
24.03.04
I WILL SURVIVE
Le cose che non ho fatto
Son di quelli che al massimo possono permettersi una non-biografia. Allora sì che ne avrei da dire. Le avventure che non ho vissuto, i viaggi che non ho fatto, quelli che non ho amato, quelli che mi hanno fuggita, gli altri che mi hanno lasciata andare, i sogni che non ho avverato, le pagine che non ho scritto, quelle che non ho letto, le cose che non ho detto e le comunicazioni della banca che non ho messo a posto e stanno ancora sulla mensola della cucina. Ma giuro che domani, domani lo faccio.
Shangri-La, 12:23
10.03.04
I WILL SURVIVE
Parole parole parole
Note a margine della querelle sui commenti.
L'aria è rarefatta, da queste parti, i pensieri non sempre lucidi, il fiato corto. O è mare aperto, spesso, e ondate di parole forza otto che ti rollano trascinandoti sul fondo, mentre ti chiedi dove sia la sponda, dove la terraferma e quale la misura. Già, dove. Non qui, questo è certo. Non nell'inafferrabile battito d'ali di corpi immaginati, non nelle loro rare epifanie carnevalesche, non nel loro materializzarsi sempre e solo in scrittura. Polline che gira nell'aria queste parole che ora accarezzano e ora schiaffeggiano, neve al sole, bolle di sapone e poco più, che per ubriachezza pensiamo nostre, dette a noi, proprio a noi. Ma non c'è nulla di questo nostro virtuale amarci detestarci ignorarci che sia in grado di resistere a un solo vero sguardo. Nulla.
Shangri-La, 12:01
03.03.04
I WILL SURVIVE
Oblio
Per restare nel mood di cui sotto, sto girellando tra blog che hanno almeno dieci anni meno di me. Vi scopro un mondo di palpiti, lacrimucce, vetri appannati e - immagino - sedili reclinati che suona come un'eco lontana. Mi sento millenaria.
Shangri-La, 17:46
18.02.04
I WILL SURVIVE
Vivi e lascia vivere
Mi hanno sempre tremendamente irritato quelli con in tasca il proverbiale vivi e lascia vivere. E non ho amato di più quelli che mi hanno ripetuto fino alla noia di lasciar correre e di non fare la Giovanna d'Arco, che il mondo va avanti da solo e non sarò io a cambiarlo. Tutte le guerre erano la mia guerra, le scazzottate, inderogabili questioni di vita o di morte, le liti, un richiamo irresistibile. Saranno gli anni, chissà, sarà la natura che mi prende per mano, ma mi sono stancata. E sai, mi vergogno anche un po', di vivere, ora, lasciando campare.
Shangri-La, 15:07
15.02.04
I WILL SURVIVE
Getto la spugna
Capita che un giorno qualcuno venga e ti metta in testa un berretto da capotreno e che ti raccomandi di far partire i convogli in orario, di sorvegliare sugli scambi e di organizzare il lavoro altrui. Capita che tu sia da sempre un'autarchica per vocazione o per compromesso, una che fatica ad assumere ruoli e compiti ingrati che sa perfettamente la renderanno invisa agli altri per principio, una che s'ammazza di lavoro piuttosto che chiedere ad altri di fare qualcosa, una che per quieto vivere non s'azzarda a dire nulla che possa ferire l'amor proprio degli altri. Capita, per soprammercato, che tu sia una della quale s'intuiscono, dietro una maschera d'accondiscendenza sorridente e uno stile low profile, pensieri affilati, intolleranza alle debolezze e una buona dose di severità, cose particolarmente intollerabili per certi maschietti. Capita che tu, cresciuta in pressoché perfetta solitudine e con durezza militare, ti ritrovi a essere profondamente disadattata di fronte a questi quasi coetanei indulgenti con se stessi, pronti a caragnate vittimistiche, incapaci di sottoporsi ad alcuna disciplina, usciti da scuole sbracate e quasi tutti raccomandati. Non uno, dico, che si sia trovato questo lavoro affrontando umilianti trafile di anni di disoccupazione, curricula mandati a vuoto, colloqui irritanti, stage gratuiti e lavori detestabili. Li prenderesti a pedate dalla mattina alla sera, ma ti rendi anche conto che sono figli di un dio minore, allevati in un clima culturale che progressivamente mette al bando qualunque iniziazione alla fatica, alla privazione e alla frustrazione. Sai bene che nulla raddrizza ciò che è nato storto. Sicché, dentro di te, irriferibili scudisciate fanno da contraltare alla pazienza afferrata coi denti che mantieni all'esterno, al superlavoro, a occhi e orecchie chiuse alle loro lagnanze. Ma ora sei allo stremo. E adesso, bambini, si cambia gioco e vada come vada.
Shangri-La, 12:39
10.02.04
I WILL SURVIVE
Guardami negli occhi
Credo mi sia passato l'estro di offrirmi a sguardi estranei, a curiosità spicce, a baci di circostanza rigorosamente-numero-tre, come vuole il birignao milanese, a battute lesse e a misurazioni ottiche circonferenza seno e solidità glutei.
Shangri-La, 17:23
07.02.03
I WILL SURVIVE
Bassa marea
E' come se non mi importasse più nulla di nulla. Eppure c'è stato un tempo in cui non dimenticavo una faccia, un nome, una vicenda. Anzi, ero ossessionata dai ricordi. Ora c'è bassa marea. Vorrei dire d'aver acquistato in profondità quel che ho perso in volume, ma non sarebbe vero. La tonalità emotiva s'è appiattita e sbiadita su una quotidianità saputa, a tratti isterica e brutalizzata da eventi che assumono un'importanza impiegatizia, a orari sindacali. Gente, facce e parole che esistono dalle nove alle sei di sera tra il lunedì e il venerdì.
Shangri-La, 22:07
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04.02.03
I WILL SURVIVE
Ars moriendi
Ci sono stata. Io come mille e più persone, tutte stipate all'inverosimile dentro il Teatro. Scene da concerto rock, con battibecchi astiosi per via dei posti okkupati (il k ci vuole, si addice al grugno della studentella che aveva sdraiato il cappotto su quattro poltrone accampando non meglio precisati diritti pure sulla quinta. K come kaputt, bambina!) e con l'imprevisto svenimento di una signora bionda e très chic. André Ruth Shammah - decisa a sperimentare la penetrabilità dei corpi - li ha fatti entrare tutti, proprio tutti, accampandoli fin sul palco, dietro i relatori. Abbiamo sofferto, dunque. Platone può compiacersene: la filosofia è esercizio di morte e noi ci siamo andati vicini.
[CONTINUA...]
Shangri-La, 21:57
24.01.03
I WILL SURVIVE
Professione: consolatore
Il sociologo Francesco Morace di Future Lab, istituto di ricerca milanese, non ha dubbi: le figure professionali più richieste nel prossimo futuro saranno quelle "che soddisfano il nostro bisogno di consolazione e rassicurazione". Vedi alla voce "psicoterapeuti, consulenti per gli acquisti, addetti alla sicurezza". Non solo. Perfino la bufala internettiana darà ancora grasse mozzarelle.
Magnifiche sorti e progressive per tutti, dunque. Stressati e dottorini, lavoratori e psicologi del lavoro, mali e rimedi peggiori del male. Nel 2010 si prevedono infatti due milioni di posti di lavoro in più rispetto al 2000.
Protagonisti assoluti, il net-manager e il suo consolatore di fiducia. Appuntamento alle dieci di sera, dopo l'ufficio. Ciuffo frondoso, occhio glauco, artigliato e suadente come un gatto, il saprofago curatore fallimentare d'anime perse inviterà il manager a entrare nello studio con gesto ampio e generoso. "Prego, s'accomodi". L'altro, rigorosamente calvo e col cranio tirato a lucido, si avvicinerà con passo marziale e piglio manageriale. Un sospiro di sollievo e un tuffo nella poltrona. "Dottore, ma lei come fa... con i capelli, dico".
Shangri-La, 16:49
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