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18.09.09
INDICE PUNTATO
Scemi di guerra in missione di pace
Dunque, a metà giugno Berlusconi va a Washington a colloquio con Barack Obama, che tra le altre cose sottolinea il «contributo cruciale» che l'Italia dà alla stabilizzazione (?) dell'Afghanistan. Già alla vigilia della partenza per gli Usa, il premier si era detto pronto a un rafforzamento del nostro contingente: un'ipotesi di maggior impegno pare poi ridottasi all'invio di altri 200 Carabinieri con funzioni di addestratori (ma secondo alcune indiscrezioni gli Usa avevano chiesto altri 700 militari italiani). A luglio muore il caporalmaggiore Di Lisio, quattordicesima vittima italiana in Afghanistan. Napolitano dichiara: «Il dolore per la morte del parà non metta in discussione la missione». Senonché alla serata di Miss Padania, Bossi dice che basta, è ora di far tornare a casa tutti i soldati. Dà man forte anche Calderoli. Imbarazzo nella maggioranza: Berlusconi teme l'irritazione degli Usa, sicché Frattini corre a ricucire lo strappo con la diplomazia statunitense mentre due capigruppo leghisti ci mettono la faccia (per quel che vale, tanto) per dire che il Carroccio non si tira indietro e voterà i rifinanziamenti alla missione. Il tutto viene rubricato alla solita voce "cazzate a uso e consumo degli elettori della Lega". Peccato che - come sottolinea la Bonino - in un mondo globalizzato le minchiate sparate da un Bossi qualsiasi finiscano subito su Al Jazeera. «Non si cambia assolutamente linea per quanto riguarda la missione italiana in Afghanistan - ribadisce Berlusconi -. Capisco che in estate bisogna riempire i giornali, ma questa polemica è aria fritta». Le figure internazionali da cioccolatai si sprecano, ma va tutto bene: siamo italiani, il mondo sa che siamo buffoni di proporzioni cosmiche. Siamo a settembre: all'indomani dell'attentato talebano che uccide sei nostri parà, La Russa tuona: «Vigliacchi, non ci fermeremo» mentre Bossi sentenzia: «La missione italiana in Afghanistan è esaurita» e aggiunge: «A Natale tutti a casa». Casini gli dà dell'«irresponsabile», Cicchitto dice che no, «un Paese serio tiene ferme le sue scelte anche nel momento del lutto», il capo dello Stato questa volta se ne lava le mani e dice che un eventuale ritiro sarà «discusso in Parlamento», Maroni sostiene che andarsene equivarrebbe a una «resa alla logica del terrorismo», mentre cuor di leone Berlusconi prima parla di missione «essenziale», salvo subito dopo parlare di «exit strategy» concordata e annunciare il ritiro di cinquecento soldati. Anche Frattini ci ha ripensato: «Ora serve una svolta», annuncia. Tutto questo mentre i familiari delle vittime, ancorché tutti terroni (a proposito: ma quand'è che lo fanno questo esercito padano, che avremmo bisogno di un po' di carne da cannone da sparare in Medioriente?), lungi dallo strepitare come prefiche secondo copione, si dicono «orgogliosi» di aver perso i propri congiunti in servizio per la patria e la libertà. Senza contare che, all'insaputa della stragrande maggioranza degli italioti, sono da tempo cambiate le regole di ingaggio dei nostri soldati sicché la nostra da un pezzo non è più tecnicamente una «missione di pace», il che ha ovviamente vieppiù esposto i nostri militari ad attacchi terroristici. Last but not least, il vate Capezzone non rinuncia a far sentire la sua vocetta da gallina strozzata e invoca, nell'ora estrema, «l'unità della politica». Mo' me lo segno, avrebbe chiosato Troisi.
Shangri-La, 10:55
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