ANIME SALVE


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29.04.09

SENZA PAROLE

Cose che voi umani

Sghignazzi con le lacrime agli occhi, stamattina. Leggiamo a voce alta.

Ma ti rendi conto questa? Senti qui: «Papi? Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che lui desidera da me. Poi, cantiamo assieme». Come quelli che vanno dalle puttane solo per parlare!

28.04.09

TRENDY

Chiuso il Bagascino

Giusto in tempo per le candidature alle europee.

15.04.09

SENZA PAROLE

Uno vale per me diecimila se è il migliore

E così, travolto in bicicletta da un'auto, se n'è andato Franco Volpi, esegeta, traduttore e filosofo tra i più acuti, puntuali e profondi, intellettuale di raffinata ironia e autentico maestro. Al pastore tedesco che ciarla a vanvera di Nietzsche converrebbe studiarselo bene, Volpi. Lo stesso se volesse capire qualcosa di Heidegger. Ahinoi, i geni ci lasciano, gli zuccotti restano.

«Nietzsche non vuole essere un «predicatore di morte». Non intende adagiarsi nella negazione dei valori e nel cupio dissolvi. Al contrario, vuole superare il nichilismo: vuole far sì che esso si compia in modo da «averlo dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé». (...) La sua critica della mentalità e della morale «del gregge», la sua difesa di quello che potremmo definire un «diritto all'eccellenza», è un tentativo di superare la sterilità della semplice proibizione, dell'abnegazione e della rinuncia, che mortificano la vita. Nietzsche vuole che la vita si realizzi in tutte le sue potenzialità. (...) In tal senso la sua nuova morale è una sorta di «estetica dell´esistenza» il cui imperativo raccomanda: «Diventa quello che sei!» (...) Uno dei problemi della Chiesa attuale è che la produzione della felicità le è sfuggita di mano. Ma non è colpa di Nietzsche se la forza dei Vangeli svanisce e la condizione dell’uomo occidentale è sempre più paganizzata» (l'ultimo articolo di Franco Volpi, apparso su Repubblica il 10 aprile scorso).

09.04.09

IL PUNTO

Delle donnette vecchie e giovani

Uomini che vogliono diventare donne, donne che vogliono diventare uomini: a quanto pare, in Italia si mettono in coda almeno un centinaio di cristiani l'anno per cambiare i connotati. Parlo con un medico che segue il calvario cui si sottopongono questi martiri: la terminologia corrente rubrica l'intero iter alla voce «richiesta di riattribuzione chirurgica di sesso». Ri-attribuzione: termine sintomatico. Dunque l'identità di genere è qualcosa di «attribuito».
Il che, a logica, presuppone un soggetto che attribuisce (e un oggetto passivo, va da sé, di attribuzione). Una cieca volontà di potenza, in sostanza, si erge su un soggetto-oggetto minore, che la subisce inerme. La natura, Dio, il Caso? Non è chiaro. Resta il sostrato del luogo comune. Che ha tutti i suoi bravi perché, beninteso, ma poiché risulta inindagato, a esso si sovrappongono concetti inavvertitamente contraddittori.
Chiedo se in quest'ottica sia ancora pensabile il concetto di «naturale». Certo che no, veniamo mica giù con la piena: «Siamo realtà incarnate - mi si risponde -, la dicotomia platonica mente-corpo è superata. Anzi, la natura non sbaglia mai» eccetera eccetera (doppio carpiato). Eh, grazie: siamo dei Dasein. E tuttavia nella nostra gettatezza qualcosa (il corpo) va al traino di una mente/anima/ego/psiche/nonsisa in grado di guardare alla propria carne a partire da un altrove. E quest'Altrove sentenzia dall'alto: questo corpo mi sta bene (mi descrive, mi appartiene, è mio), oppure: questo corpo è uno sbaglio. Anzi: questo corpo è «da adeguare». Sul banco degli imputati, il sesso, che ci definirebbe in modo radicale.
Così io (anima/psiche/ego/nonsisa), in profondo disaccordo col mio pene o con la mia vagina, chiedo di poter riposizionare tutti questi fattori carnali nella direzione che mi è più gradita. Sicché, stabilito che l'intervento s'ha da fare, l'adeguamento al cliché sessuale procede attraverso una massiccia somministrazione di ormoni e operazioni varie di riempimento o svuotamento, a seconda dei casi. La volontà di potenza subita, ora diventa agita: il cerchio si chiude.
Mi scrive una lettrice: si sente da sempre un uomo, mi confessa, e mi chiede aiuto con parole accorate. La compagna e la famiglia, dice, sono al corrente e approvano la sua intenzione di cambiare sesso. Lì per lì soprassiedo e non rispondo. Lei/lui non molla l'osso e mi contatta su Facebook. Provo a cavarmela indicandole qualche numero di telefono di uno dei centri cui ci si rivolge per problemi analoghi. Non le basta. Tanti complimenti e poi la richiesta: vuole conoscere una come lei. Cose che capitano. segno che la scrittura ha fatto il suo dovere.
Rimane il fatto, e a questo punto mi tocca dirglielo, che per me l'intera faccenda (sono così, ma "mi sento" cosà, ergo devo "diventare" cosà), risulta impensabile in questi termini. Vissuti diversi? Non solo. Il punto è che per me non si potrà che "sentirsi" (nel senso dell'immaginarsi, del proiettarsi e del "costruirsi") se non in una tensione verso l'altro da sé, giacché quel che si è rimane una tonalità di sfondo.
La femminilità è un aver da essere e da fare, per me, che non tematizzo: è consuetudine quotidiana che nel suo modo di manifestarsi si dà a vedere per altri, non certo a me. Assume un'emergenza eventualmente non nel senso dell'appartenenza, ma al limite della co-appartenenza: è attraverso i rapporti con altre donne (diretti, indiretti e/o mediati attraverso un'immagine sociale) che mi ripenso, eventualmente, come parte del genere femminile. Ed è lì che scatta la misoginia fondata, la presa di distanza, financo il rifiuto per il caos uterino e dionisiaco. Volersi uomo è cosa che appartiene alla femmina più autentica, è l'apollineo che si affaccia a controbilanciare le Baccanti fuori controllo. Il resto è macelleria insensata di bassa lega.

Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

shangrila-blog@tiscali.it