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24.09.08

L'ARCO E LA FRECCIA

Perché non parli?

Questo post è dedicato a un bambino che ho incontrato quando stava ancora nel pancione e al quale auguro tutto il meglio, alla sua mamma, a tutti i piccoli grandi Amministratori che governano le nostre case, agli ottusangoli e a quelli che hanno capito che l'amore non è cieco, no: ha dieci decimi e la vista molto lunga.

Si narra che Michelangelo, incantato dal perfetto mimetismo realistico dell'opera da lui forgiata, prendesse a martellate il suo Mosè e gli chiedesse: «Perché non parli?». Ora so di ennemila bambini interrogati in modo analogo da occhi allarmati e angosciati. «Perché non parli, perché non parli?». L'Amministratore era tra questi. All'età di due anni - due anni e mezzo, inserito al nido, mio figlio era l'unico tra i suoi compagni di classe a non proferire verbo. Né sì, né no, né mamma, né papà, né nonno, né nonna. Niente di niente.
L'educatrice mi telefonava spesso e volentieri.
«Non risponde quando lo chiamo, nemmeno si gira» mi diceva presa dal panico.
«Oh, lo fa anche a casa: è semplicemente molto assorto nel gioco» le rispondevo.
«Uhm», replicava.
E capivo, capivo perfettamente tutto quel che le passava per la mente.
«E poi ogni tanto fa dei saltellini, cammina sulle punte...» rincarava.
«Sì a volte lo fa. Quando vuole scherzare» replicavo. E la chiudevo lì. Dovevo proprio sembrare uno di quei malati terminali che si presume essere all'oscuro della tragica verità. La sentivo infatti prossima a rompere gli argini, come un fiume in piena, trattenuta solo dallo scrupolo che io non fossi forte abbastanza forte o m'indignassi o chissà che. A tratti, la vicenda aveva del grottesco.
«Eh sì però... senti... ma non è meglio che lo fai vedere?» mi dice un giorno quasi sbottando.
«Da chi, scusa?» chiedo facendo la gnorri, giusto per stanarla e vedere fino a dove sarebbe arrivata.
«Magari non ci sente». La sta prendendo larga, ho pensato.
«Ah, dici? Soffre di continue otiti, in effetti. In ogni caso lo escludo: ci sente benissimo, anche meglio di me. Comunque, se vuoi star più tranquilla, gli faccio fare un esame audiometrico».
«Non è per me, lo dico per te. Per lui. Così almeno sappiamo».
Sotto pressione, mi piego al dio della diagnostica e lo porto a fare un esamino più o meno inutile, in cui è previsto che l'Amministratore sia distratto da lucine, palline e suoni a comando. Come temevo, lui insegue suggestioni sue e non si volta, stupito, nella direzione dello stimolo sonoro. O magari lo fa un attimo dopo, quando ha smesso di guardare il trenino che gli interessa, fermo sui binari. Io son lì in piedi che assisto e penso: «Ma porc, fa' un po' il pirla una volta tanto, adattati!». Mi guarda e sorride tra il birichino e il compito, consapevole di essere sotto esame.
La dottoressa, un tipo in gamba, gli controlla il condotto uditivo e con mio gran sollievo certifica che il soggetto fa il sordo (quando gli fa comodo), ma sordo non è.
Riferisco alla sua educatrice e lei sorride, dice «bene», ma in realtà sta pensando che se non è sordità, sarà qualcosa di peggio.
«Non interagisce con gli altri bambini, tende a giocare da solo» torna alla carica qualche tempo dopo.
«E quindi? Anch'io lo facevo a quell'età».
«Ma lui non parla».
«Eh no, non parla. Non ancora», acconsento.
«Alla sua età dovrebbe».
«Uh sì, le tabelle di apprendimento».
«Non sarebbe meglio farlo vedere? Magari ha bisogno di fare logopedia. E' meglio prenderli fin da subito, certi problemi».
Un tormentone. Ogni volta che accompagnavo io il bambino al nido, la solfa era questa. Potendo, infatti, evitavo. Allora mi telefonava mentre ero al lavoro. Lunghe ed estenuanti conversazioni nel corso delle quali mi rovesciava addosso tutta la sua angoscia passando alla moviola ogni singolo comportamento dell'Amministratore.
«Lancia in giro i giocattoli, fa terribili capricci perché non vuole sedersi sulla sedia», lamentava.
«Sì, lo so. Spesso provoca. Ha il gusto del dispetto e non tollera imposizioni disciplinari che non condivide. Specie se lo distolgono dal gioco».
«E la logopedia, hai provato a chiedere?».
«E' troppo presto, mi dicono all'Ospedale», rispondo. Già perché per farla star tranquilla m'era pure toccato portare il bambino al Centro neuropsichiatrico infantile, un orrendo casermone verde e scalcinato, che già solo il nome metteva freddo. Ricordo la visita, la dottoressa che lo osserva, lui che gioca, lei che mi fa delle domande e che mi chiede se lo stimolo a sufficienza. Al termine dell'incontro viene redatto un rapporto che non dice nemmeno un decimo di quel che già so dell'Amministratore. Si decide di rimandare ulteriori verifiche verso la fine dell'anno scolastico per far sì che l'interazione coi coetanei faccia il suo corso e sblocchi il bambino. Mi dichiaro subito concorde (per prender tempo e per sgattaiolare fuori da quel posto fatiscente il più in fretta possibile), sicura, sicurissima che non sarà affatto l'asilo, col suo corredo di sguardi indagatori, pressioni subliminali e umiliante confronto con gli altri, con conseguente frustrazione, a indurlo a parlare.
Quasi a fine anno, infatti, non ci eravamo mossi di un millimetro. L'Amministratore si avvicinava al terzo compleanno muto come il Mosè, che manco le martellate.
«Pensavo che con gli altri... invece niente. Bisogna proprio farlo vedere da qualcuno, uno specialista di... non so...» mi dice l'educatrice.
Ci siamo. La paroletta difficile le scoppia dentro. Decido di darle una mano.
«Senti - le dico -, lo so che pensi che sia autistico: ti sbagli, fidati. Ma se vuoi star più tranquilla...». Rimane impietrita e tira un sospiro di sollievo. Mi dice che è una fortuna che io sia così lucida (oh sì, è tutta la vita che me lo dicono) e che abbia il coraggio di prendere coscienza della realtà e bla bla bla. Mi rendo conto che di tutto il discorso le rimane in mente solo la parola autistico e ignora psicologicamente il resto.
Nel frattempo mi informo. E scopro su web tutto un mondo di madri angosciate perché i loro figli non parlano all'età comandata e, contestualmente, tutto un moltiplicarsi di tabelle e diagnosi paragnoste quantomeno agghiaccianti. Tra forum e siti specializzati, racimolo statistiche in base alle quali solo l'infinitesima percentuale dei casi analoghi si risolve spontaneamente col tempo e che comunque un bambino che comincia tardi a parlare si porterà dietro fino e oltre l'età scolare un significativo ritardo cognitivo.
Da qui il comprensibile panico delle madri coinvolte, nonostante i forum siano anche pieni di messaggi incoraggianti di genitori o conoscenti di bambini che se la son presa comoda ai quali non è cresciuto nessun strano bozzo in mezzo alla fronte, poi. Il piccolo, che comprendeva tutto, sentiva continuamente parlare di sè come di «quello che non parla». Nelle conversazioni, 'sta cosa veniva sempre fuori.
«Oh, è presto ancora» dice ridendo un giorno un muratore venuto in casa per un piccolo intervento. Lo fissiamo straniti.
«Mio figlio - continua - non ha detto niente di niente fino a dopo i quattro anni. L'abbiamo portato da tutti i medici possibili e immaginabili. Alla fine ci siamo rassegnati e ora... beh, è laureato in Scienze delle comunicazioni. Glielo rinfacciamo sempre. Scienze delle comunicazioni: ma si può?».
Storie ricorrenti. Ma per molti la casistica positiva sembra non esistere se non in qualche dimensione miracolistica. Il che contrasta con le esperienze e il buon senso dei più.
Intanto io guardo l'Amministratore crescere, lo osservo giocare, sorridere, abbracciare, baciare, costruire con i Lego, guardarsi uno dopo l'altro tutti i film Pixar che ci sono in casa (altro segnale preoccupante per i gufi), indicare col ditino impertinente per far capire, a tavola, che vuole l'acqua e la vuole subito. Mi rendo conto che l'osservazione dello stesso bambino rassicura me e inquieta la sua maestra. Sono tentata da uno di quei fanculo cosmici miei tipici, ma l'irrazionale senso di colpa della cattiva madre mi induce a dubitare di me stessa: «E se poi...?».
Sicché, quando in un forum vedo citato un professorone superesperto in disturbi del linguaggio e patologie correlate, rompo gli indugi e fisso un appuntamento. Alla data e all'ora convenute, varchiamo la soglia del tempio dell'autismo. Mentre attendiamo per una mezz'ora buona che il vate si degni, notiamo un bambino alquanto corrucciato, accucciato a fondo scala. Il papà è imbarazzato. Si preoccupa della presunta brutta figura e cerca di fare il disinvolto. Si avvicina al bambino e fa un po' il pagliaccio per farlo forzatamente ridere. Manca solo che gli dica: «Su dai, non fare l'autistico». Per tutta risposta, il bambino corre in fondo al corridoio e si siede per terra. Lui lo raggiunge, insiste, quello piange e mena calci. L'Amministratore osserva la scena, mi guarda. Gli sorrido. E penso che comunque stiano le cose, malato o solo calunniato, non c'è un cazzo da ridere e ha ragione lui, il bambino, a menar calci, a far la faccia scura e a piangere nell'androne buio e sporco di quel palazzo d'epoca, a ridosso della tangenziale. Non c'è proprio un cazzo da ridere, no.
Finalmente ci chiamano. Saliamo le scale e veniamo ricevuti dal professorone. Antipatico a pelle, supponente. Ci fa accomodare. Notiamo un trolley nella stanza: il vate fa su e giù per l'Italia illuminando le menti confuse di frotte di genitori e bambini. Noi tra loro.
Per terra ci sono dei giochi e l'Amministratore ci si butta immediatamente. Il vate lo osserva, fa domande («Lo stimolate?». Uaz uaz). Squilla il cellulare. Cinque minuti di cazzi suoi. Su carta intestata riporta i suoi commenti al comportamenti del bambino (banalità che avrei saputo descrivere meglio io) e dice qualche altra cosa (ricordo che attribuisce l'aumento dei disturbi del linguaggio alle vaccinazioni su larga scala. Aggrotto le sopracciglia, mi sfugge il nesso logico-scientifico. Fa niente, il vate è il vate. Avrà ragioni sue). Squilla ancora il telefono. Dieci minuti di cazzi suoi (e intanto continua a scrivere). Terminata la chiamata, si alza, prende una pallina di gomma, va vicino al bambino e gliela fa rimbalzare forte al suo fianco. L'Amministratore è comprensibilmente disorientato. Il vate dice: «Ripeti con me: pa-pà». Una sillaba, un rimbalzo. L'Amministratore cerca di prendere la palla, quello insiste che gli dica pa-pà, gli prende una mano e se la mette sulla bocca, poi un altro rimbalzo. «Prendila, adesso!». La palla schizza alle spalle dell'Amministratore che si gira, cerca di afferrarla, non ci riesce al primo colpo. Lui torna alla scrivania dicendo: «Ha difficoltà a fissare l'attenzione, è poco reattivo». E mette a verbale.
Poi ricordo che mi cazzia perché sorrido a non so più quale reazione del bambino e lui mi dice che il mio è un rinforzo positivo a un comportamento sbagliato. In pratica dovrei far la faccia dura perché il bambino non parla. Mi legge quel che ha scritto, mi piega il foglio, si raccomanda che io inizi un percorso di logopedia per il piccolo («Meglio se lo fa qui da noi») e ci accompagna alla porta dopo circa venti minuti di "visita" dei quali non più di cinque-sette dedicati al bambino, al netto delle telefonate.
La segretaria alla reception mi dice: «Son duecento euro». Per un attimo credo di aver equivocato. Domando di nuovo, per sicurezza. Eh no, son proprio duecento euro. Mi chiede anche, la stronza: «Devo fissarle già gli appuntamenti per la logopedia?». Mi guardo intorno. Vedo ragazzotte con troppe reincarnazioni ancora da vivere e smaltire ricevere i bambini per la terapia. Le rispondo che ci devo pensare e che comunque lì è troppo scomodo per me. Insiste dicendo che quello è un centro specializzato, che loro sono i migliori e poi fa spallucce, come a dire: «Il figlio è suo, se lo vuole rovinare e non vuole dargli gli aiuti migliori...».
Al ritorno, in macchina, ci penso un po'. Mi sembrano squali in cerca di clienti e decido che non ne voglio più sapere niente. Che l'Amministratore avrà da me tranquillità, amore e fiducia incondizionata. E non tenaglie per tirargli fuori le parole di bocca. La scuola finisce, l'educatrice ha sempre quell'espressione un po' così, io me ne frego.
A luglio, un mese prima di compiere i tre anni, mentre giochiamo sul letto dice in sequenza: «pede», «schena», «mano». Sono le sue prime parole subito dopo «mamma», «papà» e «no», pronunciate nello stesso giorno. Impara anche a dire «pesce» e passa tutta la vacanza a ripeterlo. A settembre, quando entra alla scuola materna, inizia le frasi con «se fosse...».
E' passato un anno e un mese. Ieri ha disegnato uno dei suoi Gormiti, di cui sa morte e miracoli, e mi ha chiesto come si scriveva "Magmion il Signore del Vulcano Magma". Si è fatto sillabare il tutto e poi lettera per lettera ha scritto l'intera frase. Curiosissimo, sfoglia vecchi libri naturalistici e di astronomia per ragazzi sulle ginocchia del nonno, «leggi qui, leggi qui», gli dice, e assorbe tutto come una spugna. Poi torna a casa, mi ripete il nome in latino di questo o quell'animale e me ne descrive i comportamenti. Ha più di un libro sui dinosauri e ne ha imparato i nomi spesso impronunciabili. Memorizza in fretta quel che gli viene letto e poi ripete, da solo col libro in mano, scorrendo il dito sotto le parole. «Hai visto che leggo?» dice poi.
L'altro giorno, quando l'ho accompagnato a scuola, appena entrato in classe è corso subito a fare un puzzle con i suoi compagni. I pezzi erano enormi. Campa cavallo, ho pensato: a casa, per tenerlo impegnato almeno un po', gli do puzzle da duecentocinquanta pezzi, perché quelli da cento li finisce in un attimo, da solo, e poi viene subito a chiamarmi: «gioca, gioca». Già l'anno scorso aveva preso, di sua iniziativa, a firmare i suoi disegni. Ora s'è messo in testa di scrivere. Lo assecondo senza cavalcare l'onda.
Quel che ho imparato da tutta questa vicenda è il senso profondo dell'intuizione di Jung: «Gli dèi sono diventati malattie». L'anima si esprime attraverso (vere o presunte) patologie perché queste sole il mondo intende. Si incoraggia la cecità di fronte alle qualità, alla bellezza delle stranezze, all'irripetibile originalità del daimon di ciascuno. Persa, insieme con l'attitudine alla contemplazione artistica dell'esistenza, un'autentica capacità ermeneutica, la persona diventa un inesplicabile coacervo di sintomi. E funziona un po' come con gli oroscopi, poi. Che tutte le patologie del mondo sembran proprio la tua. Eh già, sì, quei saltelli sul posto, il camminar sulle punte, il pannolino ancora lì, la parola che non esce... Menomale che ci sono gli americani. Loro arrivano sempre prima. Una volta "definito" il corteo di sintomi dell'autismo, si son chiesti come definire il comportamento di quelli che all'inizio sembrano autistici e son gli ultimi della classe, poi in un attimo sbugiardano tutti e diventano i primi.
Thomas Sowell ha coniato il termine di «sindrome di Einstein». Anzi, mo' c'è pure quella di Asperger, che accomunerebbe «Newton, Einstein ma forse anche Socrate, Darwin e Warhole» e che caratterizzerebbe persone che «si comportano in modo inopportuno in contesti sociali, spesso egocentrici ed ipersensibili, mancano di buonsenso ma sono in grado di avere idee eccezionalmente originali, hanno un vocabolario molto esteso ma tendono ad essere pedanti ed hanno interessi molto circoscritti e la loro intelligenza è in genere al di sopra della norma». E questa sarebbe una forma di autismo! A questa stregua, autistico è bello (e autistico anch'io, grazie). E chi lo nega, lo investo a marcia indietro.


Commenti: Perché non parli?

Commosso e contento taccio.

Di' la verità: ti senti affetto dalla sindrome di Asperger. :)

Hahaha, grazie così incremento la mia collezione.

Bisognerebbe dirle un po' più spesso cose come queste e urlarle dentro le orecchie. Ma forte, eh.

Si fa molto più che dirle, queste cose. Le si incarna. A volte ad alta voce, altre volte più sommessamente, altre volte ancora senza parere, come significando altro. :)

bellissimo racconto. Io ero una bambina strana e fino a 3 anni e mezzo non ho proferito verbo, ma neanche uno. Maestra privata per anni. Poi, innumerevoli disagi a scuola. Non comunicavo, non socializzavo, non parlavo, assolutamente non facevo branco, non ero come tutte le altre. Non seguivo, ero con la testa per aria (letteralmente per aria, non guardavo mai i prof). Vivevo in un mondo tutto mio.

Ora parlo anche troppo, e spesso vogliono farmi stare zitta.

Mi pare che non vada mai bene.

Già. Difficilmente l'anima - i suoi silenzi, i suoi inciampi, i presunti fallimenti, il suo nascondersi, l'arrivar tardi, il sabotarsi e i suoi eccessi, infine - è ben accolta. Con gli anni, ho imparato a diffidare di quanti lamentano a gran voce di sentirne la mancanza. In genere, si tratta dei peggior sordi che non vogliono sentire e dei peggiori ciechi che non vogliono vedere.

E' un grande piacere rileggerti.

Grazie, Sergio. :)

Era bellissima la Gatta col pancione quella sera. E anche tu, che stavi quasi per. :-*

Sì, ricordo molto bene. :)

le cose che hai scritto sono bellissime,mi hanno convinto fino alla tua descrizione sull'autismo e la sindrome di asperger,il figlio di un'amica ne e' colpito e tutto direi fuorche' autismo e' bello.
sono la madre di un bambino affetto da dislessia,che accetta e sostiene un metodo di apprendimento diverso ,sono tre anni che fa' logopedia e viene costantemente aiutato,i risulati ci sono e come,quindi non facciamo di tutt'erba un fascio,esistono gli squali ma anche persone preparate che offrono la loro esperienza.
buona giornata.

Sì, Barbara, lo so e ci credo. C'è in quell'"autismo è bello" un'evidente e voluta esagerazione a fronte di una sorta di epidemia culturale che guarda il mondo e le persone attraverso lenti patologizzanti. Un abbraccio a te e al bambino.

Grazie anch io sono fiduciosa su mio figlio,ho sentito dire esattamente tutto ciò che hai descritto tu...sono stanca molto stanca e se fossero loro gli anormali?mio figlio ha tre anni e mezzo è un ex prematuro di 23 settimane,pesava mezzo kg ovviamente sta tardando nel parlare dice poche parole e quando proprio deve.io ho fiducia in lui,ne ho tanta,nel tempo ha concesso a me molte ragioni in cui altri non avrebbero scommesso mai.Lui parlerà..
una madre:Maria Pastorelli Taranto

Vagabondando nel web alla disperata ricerca di qualche parola di incoraggiamento ho letto ciò che hai scritto e ne sono rimasta profondamente colpita. Ho un figlio di quattro anni che da più di un anno sta frequentando il centro di neuropsichiatria della mia città dove cercavano di capire - fino a poco tempo fa - cos'avesse!!!! Il percorso vissuto da te e tuo figlio è molto, molto simile al nostro... con una "sentenza" di spettro autistico! Mi chiedo: ma come si fa a dire ai genitori ci troviamo in tale ambito se non ci sono ancora indagini strumentali a suffragare l'ipotesi???
Se nel mio cuore inizialmente potevo averne il sospetto ora invece sono convita del contrario. Credo si sbaglino...
Alterno momenti di profondo sconforto a momenti di quiete attesa... Si attendo, attendo che tutto sia sfatato e che questo figlio tanto desiderato, che mi ha fatto vivere una gravidanza di continua ansia per la sua salute si confermi ancora una volta UN VINCENTE!
Antonella

Vagabondando nel web alla disperata ricerca di qualche parola di incoraggiamento ho letto ciò che hai scritto e ne sono rimasta profondamente colpita. Ho un figlio di quattro anni che da più di un anno sta frequentando il centro di neuropsichiatria della mia città dove cercavano di capire - fino a poco tempo fa - cos'avesse!!!! Il percorso vissuto da te e tuo figlio è molto, molto simile al nostro... con una "sentenza" di spettro autistico! Mi chiedo: ma come si fa a dire ai genitori ci troviamo in tale ambito se non ci sono ancora indagini strumentali a suffragare l'ipotesi???
Se nel mio cuore inizialmente potevo averne il sospetto ora invece sono convita del contrario. Credo si sbaglino...
Alterno momenti di profondo sconforto a momenti di quiete attesa... Si attendo, attendo che tutto sia sfatato e che questo figlio tanto desiderato, che mi ha fatto vivere una gravidanza di continua ansia per la sua salute si confermi ancora una volta UN VINCENTE!
Antonella

Vagabondando nel web alla disperata ricerca di qualche parola di incoraggiamento ho letto ciò che hai scritto e ne sono rimasta profondamente colpita. Ho un figlio di quattro anni che da più di un anno sta frequentando il centro di neuropsichiatria della mia città dove cercavano di capire - fino a poco tempo fa - cos'avesse!!!! Il percorso vissuto da te e tuo figlio è molto, molto simile al nostro... con una "sentenza" di spettro autistico! Mi chiedo: ma come si fa a dire ai genitori ci troviamo in tale ambito se non ci sono ancora indagini strumentali a suffragare l'ipotesi???
Se nel mio cuore inizialmente potevo averne il sospetto ora invece sono convita del contrario. Credo si sbaglino...
Alterno momenti di profondo sconforto a momenti di quiete attesa... Si attendo, attendo che tutto sia sfatato e che questo figlio tanto desiderato, che mi ha fatto vivere una gravidanza di continua ansia per la sua salute si confermi ancora una volta UN VINCENTE!
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