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08.12.07

IL PUNTO

Essere e tempo (perso)

«In Essere e tempo - scrive Severino sul Corsera, giovedì scorso - si dice: "Che ci siano delle verità eterne potrà essere concesso come dimostrato solo se sarà stata fornita la prova che l'Esserci era è e sarà per tutta l'eternità. Fin che questa prova non sarà stata fornita, continueremo a muoverci nel campo delle fantasticherie". Heidegger sta dicendo - continua Severino - che, fino a quando non si proverà che l'uomo (l'Esserci) è eterno - eterno, non semplicemente immortale -, sarà solo una fantasticheria parlare di "verità eterne"».

«Severino scrive su un giornale, capisco dunque che della parola Esserci debba offrire una traduzione per il volgo, e che quindi dica: l'Esserci è l'uomo - commenta Azioneparallela -. Ma poiché Heidegger scrive "Esserci" proprio perché non vuol scrivere "uomo", e poiché la struttura d'essere di questo benedetto Esserci è di essere-nel-mondo, e poiché infine si tratta per Severino della domanda se vi sia qualcosa di eterno oppure no, sarebbe stato meglio sostituire "Esserci" con "mondo", e chiedere che si dia la prova che "il mondo [e con mondo non si intende il pianeta Terra, ma qualcosa come il tutto, posto che anche questa parola possa essere usata così impunemente] era è e sarà per tutta l'eternità".»

Davvero? Esserci=uomo è una banalizzazione per un presunto volgo (quale, quello che legge la pagina della cultura del Corsera? Il volgo che affolla le facoltà di filosofia? O forse quello che la filosofia la studia e poi la mastica male per il resto della vita? Mah), mentre invece Esserci=mondo=tutto è la corretta traduzione del pensiero heideggeriano? Vediamo quali sono gli aspetti costitutivi dell'Esserci. Niente di misterioso: basta aprire a caso Essere e tempo e pescare col retino le prime definizioni che vengono alla mano: l'apertura in generale (nel senso della totalità che è l'essere-nel-mondo ma anche l'esser-presso l'ente intramondano), l'esser-gettato, il progetto e la deiezione. Poiché nella deiezione si consuma l'esser perso nel suo mondo da parte dell'Esserci, l'esser cioè nella non-verità, quindi nell'inautenticità, ma è nel costitutivo esser progetto dell'Esserci che si annida la possibilità di stare nella verità, cioè nell'autenticità, comprendendosi (l'Esserci) a partire dal mondo e dagli altri (e va da sé che questa comprensione si assesta nella consapevolezza di essere-nella-non-verità - riedizione heideggeriana del so di non sapere socratico -), se ne conclude che l'Esserci è chiaramente molto più del mondo, degli enti e/o della loro somma-totalità. Uno a zero per Severino e per il volgo, quindi.

«Messa così, si può anche concedere ad Heidegger che certo egli non era in dubbio circa la possibilità di fornire la prova in questione - continua Azioneparallela -, e che doveva considerare abbastanza insensato domandare se il mondo, cioè il tutto, cioè quella cosa che precede immemorabilmente la domanda sulla sua durata o sulla sua eternità, e quindi anche - purtroppo per lui - il domandare di Severino, sia eterno oppure no». Che Heidegger considerasse insensata la domanda è un'illazione (non credo proprio: al limite il filosofo tedesco pensava di avere in mano la risposta, che è tutt'altra cosa). Che il "mondo" preceda immemorabilmente qualunque domanda su se stesso è, dal punto di vista della filosofia contemporanea, un'ingenuità. Qualcosa come il mondo-totalità appare dentro quella domanda.

Pone invece una questione che condivido (e che ho già posto all'interessato, più di una decina d'anni fa) Giulio Stevanato: «Io, invece, sostengo che  elemento essenziale per la verità sia quello di farsi carico del suo riconoscimento. L'essere è eterno in quanto riconosciuto come tale. Non può  esistere una verità che  stia in piedi e che non sia riconosciuta dagli altri come verità. La verità ha qundi bisogno di altro da sè per riconoscersi. L'essere ha quindi bisogno  dell'altro da sè  per riconoscersi. Sicchè anche l'eternità di Severino da ultimo non può accampare la pretesa di poter sgombrare il campo dai dubbi, poichè l'eternità così conseguità  esclude almeno per un momento il suo riconoscimento. Ma ciò non può accadere proprio in base allo stesso principio di non contraddizione».

Non si tratta nemmeno di un'aporia così semplice, giacché il superamento di tutte le contraddizioni (la verità o Gioia che dir si voglia) è già sempre accaduto, in quanto eterno. L'affacciarsi dell'immagine della terra non più isolata e il suo pubblico rispecchiamento di là da venire, il suo non essere ancora ed essere tuttavia pre-vista e pre-detta nel pensiero che la testimonia si spiegano con un'indagine sul senso filosofico profondo dell'inconscio (in cui la verità dimora). Toccherà leggere Oltrepassare per vedere se e in che misura ci sono sviluppi su questo fronte.


Commenti: Essere e tempo (perso)

In primo luogo ti ringrazio per la tua citazione su di me.
In secondo luogo una postilla alle tue frasi che chiudono il post. Severino ritiene come tu giustamente rilevi che le contraddizioni sull'essere sono già da sempre tutte superate.
Ma questo passo non è così innocente. Infatti dopo la pubblicazione di "Essenza del Nichilismo" tutti i suoi sforzi sono stati tesi a torcere e deviare il discorso, da una critica che certuni gli hanno mosso. Ossia la necessità dell'errore, che finora ha dominato, secondo la sua disamina, la storia della Terra.Ragion per cui non si capirebbe come e perchè, la sbandierata necessità ed ineluttabilità della verità dovrebbe in qualche modo apparire.
Le dimostrazioni date per tappare questa falla, personalmente mi convincono poco. Ma ammetto di essermi fermata alla lettura di Tautotes come ultimo libro importante di Severino.

linkato!

Che storia. Complimenti per questo blog!

Mi si scusi l'intrusione.

Necessità e apparire sono cose distinte, Giulio. La verità è necessaria e tuttavia non appare (ma dobbiamo aggiungere: non appare come incontrovertibile, perché in un certo qual modo appare nel discorso filosofico che la testimonia). E' un discorso complesso: Tautotes lo affronta per certi versi, ma la faccenda è sviscerata meglio in Destino della necessità. Ti cito un passo: "Il linguaggio che incomincia a testimoniare il destino dice già che il destino vuole tutto ciò che accade; ma ancora non sa dire se il destino, in quanto abitatore intramontabile del cerchio finito dell'apparire del Tutto, voglia l'accadimento del tramonto dell'isolamento - cioè non sa dire se in quel cerchio appaia la necessità di questo accadimento". (Per il senso di quella finitezza del Tutto, ti rimando allo stesso Tautotes o a La struttura originaria). A margine: grazie. Grazie perché ti interessa la filosofia per se stessa. Il che è ormai cosa rara.

Ciao, baltic man. :)

se non sbaglio anche buttiglione condivide il pensiero di severino.

Su Severino si è pronunciata (con una condanna) la Congregazione della Fede. Saluti a Bottiglione.

Ciao Carissimo. Grazie dei complimenti che ovviamente ricambio di cuore!
Certo hai ragione.
Necessità ed apparire della verità sono differenti.E vanno tenuti distinti.
Tuttavia.....
"Il linguaggio che incomincia a testimoniare il destino dice già che il destino vuole tutto ciò che accade; ma ancora non sa dire se il destino, in quanto abitatore intramontabile del cerchio finito dell'apparire del Tutto, voglia l'accadimento del tramonto dell'isolamento" dire questo è problematico. Severino se ne rende conto e finisce sostanzialmente il "Destino della Necessità" come fosse un cantiere aperto per lavori in corso. Intendo drie che in quest'opera le parole della verità che Severino cerca di testimoniare sono INDECISE ed INCERTE. Ed è per questo che poi Severino a distanza di molti anni consapevole del problema pubblica la GLORIA col sottotitolo di Risoluzione di "Destino della Necessità" . - Che non ho letto.
Però ragionando mi viene da dire.
Che Severino non può pensare conformemente al Pdnc (=P.non contraddizione) di separare la necessita dal suo apparire. Si chè Quella da lui rilevata è un'abbaglio ed un granchio. Non può esistere un necessità che però non appaia attualmente. Perchè se la necessità è essere si ha che:

necessità=essere=non niente=il tutto=apparire=gioia=eterno.

Solo così il discorso sta in piedi. A sto punto vanno però ripuntellate le fondamenta del suo discorso . Ossia il capitolo - 4 di SO - Struttura Originaria...... Ma qua forse divaghiamo perchè qua andiamo al nocciolo centrale del discorso di Severino.
A risentirti presto.
Ciao Giulio

ps
guarda l'altro mio neonato blog se ti va:

barhotel.splinder.com

Apparire-non apparire: sono entrambi degli eterni. Il non-apparire è una condizione, non una diminuzione. Sicché non capisco il legame che poni tra necessità e apparire. PS.: la prima volta ho pensato a un refuso, la seconda m'è venuto il sospetto che tu mi abbia preso davvero per un uomo. :)

Si ti ho preso per un uomo ...del resto non ho letto in nessun dove il tuo profilo . Be se sei donna , mi fai impazzire.... come amica non devi essere male, ma come morosa forse ti eviterei.

vabe, bando alle ciance.

.Il non apparire non esiste. E qui che Severino fa
cilecca. Perchè come Sev è spiegato a denunciare la follia che identifica ente e non ente, dovrebbe essere altrettanto rigoroso nel dire che apparire appare sempre e il non appare è appunto un NON quindi niente. Questo in base alle sue stesse premesse. E' per questo che è tutta fatica, e carta - ahime poveri alberi - sprecata quella di tenerli assieme. Come è una falsa contraddizione quella di dire che la verità sia problematica.
La verità è una carnevalata.

Va be ...spero di sentirti presto e viemmi a trovare se hai tempo sui miei blog

Il non-apparire è. ci si mette il non perchè, coerentemente, non si può dir nulla su ciò che non appare. Ma dire che sia nulla, è una fede.

.

.

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