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Volti, mari e bellezze senza tempo.
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30.10.07
I WILL SURVIVE
Il tavolo
Beato il poeta, che il licenziamento non lo rischia proprio e che ha ancora una mela, pur rosicata, della quale preoccuparsi. Sul tema sindacato and so on, io ci vedo doppio. Nel senso che - seppur a una certa distanza igienica - osservo le mosse di due organizzazioni geneticamente diverse.
Intanto, il sindacato sta - anche lui: ed è l'unico suo segno di modernità - su Second Life. Assemblea: una serie di avatar si avvicenda al microfono. Si levano alti discorsi fumosi e inconcludenti, che dopo dieci minuti nessuno ascolta più. La gente boccheggia, assiepata in un'aula fetida di sudore, in un'atmosfera satura di angoscia impotente. «Sono tutti d'accordo, hanno firmato», si sente dire. Si son fatti la fama dei notai. O dei curatori fallimentari. Di quelli, insomma, che mettono firmette in calce alla traduzione tutta italiota della libertà d'impresa. Dopo un'ora, il chiacchiericcio copre interamente la voce dell'oratore e tutti sono già allenatori, come nella miglior tradizione. Si replicano con nonchalance i vezzi del gergo: il tavolo, quattro gambe e un asse di legno, si trasfigura nel luogo fantasmagorico in cui si giocano tutte le trattative, levita sopra le nostre teste, gigantesco. Ci sovrasta. E' tutto maiuscolo, ormai. IL TAVOLO. Ti riempie la bocca, lo mastichi, lo rimastichi. Lo vomiti. E' lì, su quel piano, che si disseziona il cadavere. Un tavolo operatorio, ecco cosa.
«Avete visto: noi avevamo ragione», dicono le rappresentanze sindacali di base. Noi, voi. E' partito lo scontro tra divise, la recriminazione - «Se voi non vi decidete a iscrivervi, noi non abbiamo peso politico» -, la raccolta adesioni - «Al Sud si iscrivono tutti, svegliatevi». E «basta parlare di noi e voi: siamo tutti nella stessa barca», concludono. Si dipingono scenari apocalittici e soluzioni finali su uno sfondo di cartapesta grigio, dove tutto si riduce a normalità e prassi. Insieme con IL TAVOLO, fluttua nell'aria LO SCIOPERO. Occhi al cielo, sbuffi, moti di stizza. Qualcuno implora: «Dite qualcosa. Ma qualcosa di sinistra!». La platea ride, applaude e alla spicciolata si avvicina alle uscite.
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25.10.07
L'ARCO E LA FRECCIA
My own private SL
A casa, distrutta da angosce le più varie e insonnia per soprammercato, tocca inventarmi inesauribile e immaginifica. C'è il gioco dell'orso da fare, quello del venditore di macchine, del benzinaio, dell'autolavaggio, del meccanico, del contadino sul trattore.
C'è da imboccare la scimmia Poffa, dar mazzate in testa al troll di montagna e nuotare infine ad ampie bracciate nell'immenso oceano, schivare lo squalo, salutare il «pesce martello», accarezzare la razza, incontrare la balena, finire nella sua pancia e uscire poi dallo sfiato sul dorso.
E cucinare, infine, mentre l'Amministratore snocciola desiderata impossibili da soddisfare. Polenta, torta di mele, more, pomodori: la fantasia al potere. «Voglio la Cocalola», annuncia infine.
«Eccola», gli rispondo, mentre gliela verso nell'incavo del pugno.
«Ti piace, orso?», mi chiede.
«Buonissima, all'orso piace tanto». E beviamo, di gusto come mai.
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22.10.07
IL CIRCOLO DEI VASTASI
Io di amici non ne ho. Per fortuna
Il problema degli italiani? Gli amici. Per lo più più incapaci di vera, robusta e virile amicizia, gli italiani hanno, al più, un corteggio. Un gruppo di sodali ciechi. Un ambarabaciccicoccò. Una mafia senza palle. Hanno telefonini surriscaldati e carteggi infiniti che quando avrò tempo, gesummaria, risponderò, state bboni che tutti mi cercano. Gli italiani sono cani randagi. Soli, affamati. Hanno capito che qualche carezza la ottengono solo se si strusciano il pelo a vicenda, in androni bui dove ristagna il puzzo di piscio rancido con cui marcano presenza. Quando si incontrano, menano la coda e si annusano dietro. La fanno dappertutto, gli italiani, dove capita. Ne sono pieni i parchi, ne ritrovi le strisciate sui marciapiedi e i residui calcificati sul battistrada delle scarpe.
Peccato. E' - sarebbe - così bella l'Italia. Ma non è nostra, non è vostra. Appartiene a rognose bande di amiconi quadrupedi, al loro familismo, al loro far quadrato ringhiante, a gengive scoperte. A un terrorizzante impaurito fanatismo. Li chiamano reti, adesso, questi branchi. Cercano di spacciarli per rapporti, connessioni, scambi di idee, ne parlano come dell'humus comune, del brodo di coltura di potenti anticorpi che promettono il sol dell'avvenire sulla nostra morta vita sociale, sulla letteratura e chissà che altro. Balle. Sono la negazione di qualunque estetica nonché di qualunque etica del vivere comune. Sono pura bava alla bocca. Schiuma e nient'altro.
All'inizio è l'homo homini lupus. Si disprezzano, ma più o meno di nascosto, ché non sai mai chi ti può tornare utile e se lo fanno in pubblico sono sveltissimi poi, potendo, a cancellarne le tracce quando il vento gira altrove. E infatti, a tempo debito, non appena sorge il luminoso profilo d'una qualche convenienza s'illuminano d'immenso e scoprono che il lupo in effetti è un chihuahua nient'affatto temibile. Che basta solo lisciargli il pelo per il verso giusto e il gioco è fatto. Poi diranno ai posteri che è perché loro valgono e che lì, sulla via di Damasco - miracolo! -, si sono conosciuti meglio, si sono scoperti e apprezzati. Entrati ufficialmente nel branco, riprendono ad abbaiare contro gli altri, di fuori. Quando passano, bisogna farsi da parte. Farsi da parte e star zitti. Se notano, ai margini della strada, smorfie di pietismo, insofferenza, financo indifferenza (ostentata, s'intende), subito ringhiano: cos'è quel sorrisetto, quella mezza ironia, cos'è, sei invidioso?
Ogni tanto l'ubriachezza da potere esplode in un rutto volgare e sincero: ed è lì che, al riproporsi acido del non digerito, ti intimano di star bene attenta a quel che dici, che la cricca (e la Forza) è con loro. Eccone un chiaro esempio, cui ho aggiunto - buon'ultima - la mia modesta testimonianza. Ah, volevo dire: mi pregio anch'io di questo, come di altri cadeu di questo genere, note di merito che mi fanno onore. Augh.
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19.10.07
IL PUNTO
Come spilli nella memoria
Parte in quarta, Armando Torno, nel recensire sul Corriere l'ultimo tomo di Emanuele Severino, Oltrepassare. Dapprima lascia intendere significativi sviluppi nell'impianto teorico del filosofo - si allude al profilarsi di una dimensione "salvifica" «infinitamente più ampia» e di una complessità inedita rispetto al precedente Gloria - poi conclude in modo paradossale, rispetto alle premesse: «Chi scrive, più semplicemente, rivede in Oltrepassare un foglietto volante (corsivo mio) inserito nella dispensa dell'Università Cattolica Ritornare a Parmenide». In quel «più semplicemente» e nel «detto in soldoni» di qualche paragrafo prima c'è tutta la postura del giornalista che parla al popolino di filosofia e lo fa: 1) senza conoscerla né comprenderne l'esprit, 2) senza crederci (nella filosofia e nel volgo), 3) senza timore, ma con la disinvoltura tipica del nato bene, con la camicia cifrata e cucita su misura. «Si può essere d'accordo o no con Severino- scrive Torno -, comunque gli va riconosciuta una coerenza estrema nel linguaggio e nel metodo». Non so, una frase così avrebbe potuto scriverla Afef, la nuova maître à penser de sinistra. Ora, a parte il fatto che di tutti i virgolettati del pezzo a sostegno della gran novità del libro non ve n'è uno che faccia minimamente intravvedere lo spostamento di uno iota nel sistema severiniano. I citati «oltrepassamento», «superamento delle contraddizioni» e «conservazione degli eterni» sono concetti già ampiamente sviluppati. Stendiamo un velo anche sul momento voodoo («Parlare con Severino è una continua sorpresa, alcune sue frasi si ficcano come spilli nella memoria»). Il punto sono queste recensioni dietro le quali s'intuisce il mezzo pomeriggio trascorso in un gaglioffo girare e rigirare il libro, con gli occhialetti a catenella inforcati sul naso, stirando all'inverosimile la pasta della quarta di copertina per arrivare alle battute richieste dall'articolessa, che come il mestiere insegna deve iniziare e finire col botto. «Che cosa angoscia l'uomo da sempre? - esordisce Torno -La risposta è semplice: la morte». Bum! Ma «la morte - conclude -, così come la intendiamo, non esiste». Ari-bum!
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18.10.07
INDICE PUNTATO
Alla canna del gas
Ma quanto, quanto è insopportabile questa poetastra barbogia dell'Alda Merini e tutti i di lei sostenitori, vecchioni zuppi e con le orecchie piombate di cerume? Ad agosto si lagna ché i vicini hanno osato andarsene in ferie con miliomila d'altri cristiani e lei no, è rimasta a casa: intervistina sul Corriere per dire che è sola, non la ascolta nessuno (!) e l'edicola ha chiuso.
Pochi giorni dopo, tampina un conoscente al telefono: m'ammazzo, non m'ammazzo, mi faccio esplodere, no, mi faccio il the. L'amico le dà incredibilmente credito (il contrappasso!) e lancia l'allarme: la decrepita si fa saltare in aria, occhio. Arrivano le truppe cammellate del Comune, le tolgono il gas e lei: cretini, stavo scherzando. A settembre, altra geremiade: Milano qui, Milano là, è uno schifo, non posso più farmi il the. A ottobre, ripiglia tono: Messina le ha conferito la laurea (si vede che glien'avanzava una, ai compaesaneddi) e lei, contenta forse? Giammai: «non ho visto nemmeno un euro», commenta signorilmente. E poi: «tutti gli asini sono addottorati». E comunque «Milano è un'ingrata». Perché? Niente laurea e niente gas. E' che in realtà bisognerebbe prevenire, prima di curare. Quando la cassa è ancora di là da venire e si metton lì, in posa come lische di pesce con la veletta, e sollevano appena le gengive sui denti marci, con tutti i nervi scoperti a vista e ti guardano come a dire lo vedi come mi pulsa in vena l'arte? L'allacciamento, sì, credo proprio bisognerebbe ridarglielo.
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17.10.07
SENZA PAROLE
Cinico ufficio
Terzomondista e dedita al volontariato: «Voglio andare a tirar su tende per i profughi nel Darfur».
«Perché?»
«Come, perché?»
«Sono profughi, ma le mani ce le hanno».
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14.10.07
Sono andato al papocchio e mi sono impapocchiato
«Sono andato al mulino e mi sono infarinato»: si giustifica così l'alto prelato gay, ripreso a sua insaputa dalle telecamere di Exit mentre circuiva un ragazzo conosciuto in chat. Il monsignore pescato con le mani nella patta recita a soggetto (sublime!) e adduce, come motivazione, il presunto intento investigativo che l'avrebbe spinto a infiltrarsi in una community omosessuale «allo scopo di scoprire se c'è una regia occulta dietro questo attacco alla Chiesa». Applausi. E fischi, invece, per il pubblico in sala, che fa «Ohhh» ingenuamente scandalizzato. Non sanno, lor signori, che a qualsivoglia pretino è sufficiente osservare la norma igenica di confessarsi ogni tanto e di dichiararsi tanto ma tanto pentito, per continuare a consumare del buon sesso goloso con questo e quella sentendosi «affatto in peccato»? La Chiesa è un segno povero, son pronti a dire i colletti bianchi allargando le braccia, la carne è debole e l'uomo peccatore. E sì, la tv ti vede. Ma Dio no (Dlgs 196/2003).
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11.10.07
BOOKMARK
Premere Esc
Iera sera, debutto in Second Life. Appena uscita dall'uovo, mi ritrovo in una piazza dove ciondolano inebetiti una serie di personaggi dai nomi (e cognomi) improbabili. Quanto a me, Vita, Vendetta e Vattelapesca non erano più disponibili. Pausch invece era libero. Destino: avevo appena letto nel pomeriggio di quel professore americano supervitaminizzato, con dieci tumori nella pancia, Randy Pausch. Mio, mi son detta.
Capelli giallo paglia spioventi sulla fronte, labbra siliconate, ciglia da bambola di pezza e t-shirt scollata: dopo un'ora di restauro allo specchio sembro pronta per la tangenziale. Intorno a me, colgo smozzichi di incomprensibili conversazioni spanglish. Qualcuno mi chiede se sono nuova, rispondo che sì, è la prima volta e zompo via per l'imbarazzo. La "gente" si urta, come drogata, qualcuno si accascia su una panchina. Sgraziata e fuori controllo, mi spiaccico sui muri come una mosca impazzita. In cerca di un idioma familiare, clicco su Milano. Panorama realistico: a quest'ora, la città è deserta. In una piscina, due tizie ammollo chiacchierano. Mi vedono e una delle due chiede all'altra ma chi è questa?. Mi manca l'aria, fuggo a Roma. Pare il set di Ben Hur. Anche qui, nessuno: mi aggiro stranita in questa Cinecittà virtuale, poi getto la spugna. Quit e ciao, a domani. Forse.
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IL CIRCOLO DEI VASTASI
Ma ti pare!
Sbarbato, capello brizzolato, fresco di piega parlamentare come usa tra i manageroni capitolini, camicia, cravatta, scarpa lucida. Parla al cellulare, nel corridoio. «Giornataccia!Scusa se non ti ho cagato prima». Uhm.
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10.10.07
STRETTAMENTE PERSONALE
Baarìa
Cicciuzzo Tornatore mette insieme una bella accattata di siculi per il suo Baarìa (Bagheria, per i forestieri), dai fratelli Fiorello, ad Aldo Baglio a - forse, speriamo - Enrico Lo Verso. E' la volta che torno al cinema.
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09.10.07
IL CIRCOLO DEI VASTASI
Noi, cretini professionisti e patentati
Quel giorno lì, chi l'ha vissuto non se lo scorda. Intanto, l'equipaggiamento da incursore infilato con cura nel trolley il giorno prima: pantaloni con le tasche, giacca con la tasche, mutande con le tasche. E dentro le tasche, decine di bigliettini a grafia minutissima e pressoché illeggibile con date, articoli di legge e preghiere al Signùr. Infine, la notte insonne all'Ergife. Chi a scopacchiare, chi a scopiazzare e chi a scoperchiare a occhi sbarrati il pozzo nero e senza fondo della propria ignoranza. Poi la corsa, all'alba, all'edicola più vicina (qualche chilometro a piedi) per compulsare almeno due-tre quotidiani prima di andare a fare l'esame, sai mai che una delle tracce sia di stretta attualità. Il rientro veloce, infine, in albergo per la colazione - poi non si mangia più fino a sera - e per raccattare armi e bagagli, ché la stanza è prenotata solo per la notte e bisogna sbaraccare subito. Tutti d'umore abbestia, ascoltiamo la V-collega annunciarci, davanti a un cappuccino, la soffiata avuta da un membro della Commissione: «L'articolo di Moda sarà sulla minigonna, l'ho già preparato ieri sera». Non c'è tempo neanche per un V-augurio, è ora di correre all'appello. Carichi come tappetari di trolley, Olivetti e giacca pesante da milanese in trasferta, ci stipiamo in settecento, immobili, su un piano in discesa, coi piedi puntati per non scivolare sui garretti del tizio davanti, mentre il pacco di appunti infilato negli stivaletti ci arrota gli stinchi. Alle nove del mattino siamo già pronti per la sala rianimazione, stanchi, frastornati, sudati. Nel branco, come sospinti da uno spirito guida, riusciamo a trovare dove depositare i nostri bagagli e prendere posto. Dopo circa tre ore, ha inizio la distribuzione delle tracce d'esame e già c'è chi, terrorizzato, si gira verso le ultime file chiedendo a gesti la soluzione del quiz tre e quattro. Cazzo ne so, dico io, la risposta è nel vento, amico. Scrivendo sui gomiti, trasformo la poltiglia cerebrale sulla devolution in un'apparente concatenazione di idee. Il pezzo è sgarrupato - ma non più delle intenzioni della Lega, mi autogiustifico. Colpa mia, del resto: avrei dovuto figheggiare nella classe di moda invece che in quella di politica interna, e mal me ne incoglie. Termino l'articolo, sbrigo la pratica della sintesi di un editoriale, do un'occhiata alla lista delle domande-quiz e mi si annebbia la vista: conosco una risposta su dieci, non ricordo nulla e, presa dal panico, mi dirigo come un'automa verso il bagno, lookin’ for a savior. Nel cesso delle donne, ci ritroviamo io, Giovanni e una sibilla vaticinatrice, che declama le risposte con tono monocorde. Sotto dettatura, scriviamo: lui sul coperchio del water, io col foglio appoggiato al muro. Non tutto mi convince, vorrei verificare, ma non riesco a tirar fuori gli appunti dagli stivaletti. Ormai sono cementati lì, amen. «Fermi tutti - dico - ho il palmare». «Ohhh», replicano. Estraggo l'aggeggio dalla tasca interna della giacca, provo ad accenderlo. Non reagisce. Riprovo, riprovo ancora. Niente. Morto. Il calore del corpo l'ha mandato in tilt. Improvvisamente, la declamatrice mi pare più convincente: decido di darle retta e trascrivo tutte le risposte. Usciamo madidi e stravolti. Fuori, c'è uno che sbraita: «Mi scappa, devo andare in bagno!». Lo guardiamo straniti: è la guerra, amico, in battaglia non si piscia, non te l'hanno detto? In aula, un puttanaio indescrivibile. I membri della Commissione circolano dando una mano alle loro protette, è tutto normale, tutto assurdo. Sono quasi le sette, tempo scaduto: è andata. Corro all'aeroporto, perseguitata dal ticchettio di mille Olivetti che m'inseguono come erinni scatenate, mi affloscio sulla poltrona e faccio un rapido calcolo di quanto m'è costato questo scherzetto. Volo di andata e ritorno, albergo, 700 euro per il corso di preparazione, ennemila serate e sabati spesi a far prove e a prendere appunti, quotidiani letti e studiati allo sfinimento, numero 4 manualoni di Cicciabruzzo - i primi due da buttare perché «è uscita l'edizione aggiornata, sapete». E, all'orizzonte, il luminoso sol dell'avvenire di un'estate infernale di studio matto e disperatissimo. Se tutto va bene, poi, cento e più euro da versare sull'unghia per il tesserino. Infine, in nota spese, decine e decine di scioperi da un centone ciascuno, stato d'animo alle stelle e un futuro da eterno problema in un catino editoriale precarizzato, al collasso e benevolo solo con gli amici degli amici, quelli del genere perché io valgo:
«L'anomalia dell'Ordine dei giornalisti è tutta italiana, ma stai tranquillo, mi "spaccio" per giornalista solo se incaricata (da giornalisti) di farlo. Comunque è molto diverso da spacciarsi per avvocato o dottore, se consideri che un non-giornalista può dirigere una testata (se specializzata o di partito politico). Giornalisti anche molto famosi non sono ancora iscritti all'ordine o hanno passato l'esame molto tardi nella loro carriera, lo sapevi?».
V-ciao, eh. Senza rancore.
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05.10.07
TRENDY
Mi son fatto tutto da me, mi son fatto tutto di merda
La solita arteriosclerotica scampanata di palle mosce nelle mutande lasche, cui seguono nell'ordine: vigorosa grattata, dondolìo su un piede e poi sull'altro, scrollata di spalle, scatarrata, sputo in terra e bestemmia sui ggiovanidimmerda. Ma schioppa, va.
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04.10.07
L'ARCO E LA FRECCIA
Andiam, andiam, andiam ad insegnar
«Ma', lascia perdere» le dico mentre allontano dai timpani, insieme con il cellulare, il crescendo polemico che mi è familiare, prossimo ormai al sibilo penetrante dell'ebollizione.
La maestra taglialegna l'ha bloccata all'uscita, mentre mia madre riaccompagnava a casa l'Amministratore. «Signora, guardi, io magari sarò anche un po' noiosina...». «Cosa c'è?». Mia madre si protende, aquilina e unghiuta, ad artigliare la mosca che svolazza impazzita sotto la zazzera della boscaiola, che la fissa di rimando con l'occhio imbambolato da un pesante tratto nerofumo, tracciato di malagrazia. «Il bambino non vede i pericoli». «Come, non vede i pericoli?». «Siamo usciti in giardino, oggi». «E allora?». «Appena abbiamo aperto la porta, s'è messo a correre». «E allora?». «Può farsi male!». «E' un bambino. Corre». «Ma qui ci sono le radici degli alberi che affiorano, è pericoloso». «Diteglielo». «Voi a casa dovete abituarlo». «Alle radici? A casa non ne abbiamo». «Bisogna insegnargli a vedere i pericoli. Anche in classe...». «Cosa fa?». «A volte saltella. Così, guardi». La taglialegna in grembiule a fiori azzarda, con le pantofole a zeppa, qualche goffo saltello nel corridoio. Mia madre la guarda, a mascella cascante e sconcertata. «Ha capito adesso, signora?».
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02.10.07
L'ARCO E LA FRECCIA
Cristoincroce
Il primo giorno, l'Amministratore punta i piedi.
«Non fare così, stella, è un bellissimo grembiulino, ce l'hanno anche tutti gli altri bambini».
«No, no, no!» strilla coi pugni chiusi.
Mentire, mentire, spudoratamente mentire. Posso mica dirgli che schifa pure me la palandrana a quadrettini azzurro stoviglia: «Scherzi? Guarda, c'è anche un bel missile ricamato sopra!».
Maschietto e missile: facile come pigiare un bottone. A malincuore, mi allunga il pugno chiuso e si lascia infilare la manica.
«Bravo, amore, vedrai come ti divertirai oggi».
Mentire, mentire, spudoratamente mentire. Posso mica dirgli che in classe lo attendono due bersagliere tagliate con l'accetta, che manco vicine di case le vorrei, 'ste beghine di paese.
Il secondo giorno, l'Amministratore annuncia festante, al risveglio: «Vado a scuola!». E' fatta penso, non ha sgamato la gabola. Illusa.
Il terzo giorno l'Amministratore annuncia incazzoso, al ritorno: «Arrabbiato con la maestra».
Il quarto giorno, l'Amministratore annuncia deciso, al risveglio: «Vado dai nonni».
Mentire, mentire, spudoratamente mentire. Posso mica dirgli che è cominciata la vita, l'autunno, le levatacce, l'ufficio, il prof., il capo. «I nonni non ci sono, amore, dai che facciamo tardi».
Il quinto giorno, l'Amministratore ci riprova speranzoso, al risveglio: «Andiamo a trovare i nonni».
Mentire, mentire, spudoratamente mentire. Posso mica dirgli che lo prenderei e lo porterei via. «Su, non fare il capriccioso. Chissà quante belle cose impari».
«Com'è andata oggi?», chiedo ansiosa a sua nonna, a sera.
«Oggi ha avuto lezione di religione».
«Stai scherzando».
«No».
«Religione a tre anni? Cosa porco gli raccontano?»
«Boh. Si è addormentato secco mentre spiegavano, dicono le maestre».
«Benedette sceme».
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TRENDY
Autonomia consumatrice
- Senti, mi dicono che all'Esselunga di ***, previa richiesta di aggiornamento carta Fidaty con nuova fantastica feature....
- Eh?
- Che ora la spesa si può fare così: acchiappi all'entrata tennologico aggeggio, scegli orata fitusa, passi il suddetto sul codice a barre e arrivi alla cassa con lo scontrino già fatto. Niente-sbattimento-tira-fuori-rimetti-dentro. Paghi tutto contento.
- Ah, però.
- E alla fine ti clonano pure il bancomat. Comodo, no?
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01.10.07
SENZA PAROLE
Murder incorporated
Franca Leosini in tv: «Uccidere è una cosa che può capitare a chiunque». Oggi a me, insomma, domani a te. Il rischio val bene una polizza: furto, incendio e omicidio.
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