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13.08.07

I WILL SURVIVE

Il Bronx

Lo chiamano il Bronx, qui. L'ultimo giornalista che si è avventurato nei cortili di questi tre-quattro caseggiati malmessi che si son guadagnati la nomea, ne è uscito con una manciata di «non so», «non posso parlare», «incontriamoci altrove: possono vederci» e le gomme forate.
Appena il tempo di accorgersene, alza la sguardo sulle serrande abbassate: tutto tace. Solo un gruppo di ragazzi, appoggiato a un muretto, lo guarda e scuote la testa. L'avevano avvertito, del resto.
Li han tirati su con lo sputo negli anni Settanta, questi palazzi destinati ad alloggi popolari, oggi abitati per lo più da extracomunitari, più o meno abusivi, e da pochi superstiti della povertà della prima ora, intimiditi e zittiti da mille minacce mute, continuamente allerta e spesso a rischio loro stessi, come l'anno scorso, quando scoppiò un incendio in uno degli appartamenti e tutti fuggirono in strada.
Non che i casermoni più recenti, costruiti a ridosso del Bronx, siano esteticamente tanto migliori: freschi di cazzuola eppure già fatiscenti, chiassosi di un ocra troppo violento, sono l'escrescenza tumorale periferica di una cittadina piena di pretese, sobborgo di lusso per milanesi danarosi in fuga dalla metropoli, paesone in pieno isterismo di ristrutturazione, sepolcro imbiancato di morti viventi ripittato da capo a fondo, con un cinema sempre deserto e un teatro parrocchiale ormai lasciato ai ragni.
Vivo a pochi passi dal Bronx, in un quartiere che affianca, nel giro di poche centinaia di metri quadrati, ville di superlusso, tane per topi, abitazioni senza infamia e senza lode e palazzi nuovissimi, case circondariali per gli ergastolani dei mutui. In mezzo, tra ricchi, poveri e poveracci, un complesso scolastico, dal nido alle scuole medie, dove si rimescolerà (si spera) questo melting pot, e un campo da calcio bello, grande, misteriosamente abbandonato per anni. Fino a che non sono arrivati loro, gli ispanici.
Non passa domenica che la comunità non faccia festa, qui o in un campetto vicino al cimitero, dove andavo da adolescente a sognare chissà che. Addobbano gli alberi con i palloncini colorati, accendono lo stereo a tutto volume, cantano, ballano e organizzano tornei di calcio. Ieri ce n'era in corso uno, con un tifo da stadio accesissimo: roba seria, con tanto di maglie numerate (non ce n'erano due dello stesso colore, ma sono dettagli).
A pomeriggio inoltrato, finita la partita, sono arrivati gli indiani (o giù di lì) e hanno giocato a cricket. Egiziani e compagnia bella, che frequentano il centro islamico già oggetto di un paio di attentati, sostano invece (gli uomini, solo loro) nel bar vicino, frequentato ormai solo da qualche inguaribile terrone, o davanti a qualcuno dei "kebabbari" aperti di recente.
Gli italiani rimasti in città al fiume ci vanno da soli, con la bici ultimo modello. I propri coetanei non li incontrano più, al massimo li incrociano una volta l'anno all'Esselunga, per lo più sospettano siano stati rapiti tutti dagli alieni. Le sponde del fiume sono colonizzate da gruppi di slavi, con sedioline e tavolini pieghevoli, che nei weekend di bella stagione mangiano salamelle alla brace.
E' tutto qui, il Ticino, la campagna, i campi di calcio e le strade. Non per noi, però, indigeni ma stranieri alla vita.


Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

shangrila-blog@tiscali.it