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19.05.07

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Scusate il ritardo

L'ho cercato in libreria il 17 maggio, d'impeto, senza far caso a commemorazioni di sorta: Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi l'ho letto d'un fiato nello spazio di poche ore, il che. trattandosi di me, che assolutamente rifuggo dall'applicare la benché minima buona volontà alla lettura, è sorprendente.
Di fesserie campate per aria, del resto, di storie tirate per i capelli, intrighi da fiction di serie B, complotti, morti bombardati cosparsi di ketchup, servizi deviati, storie truculente di criminalità obesa che fanno rimpiangere Mario Puzo ne ho le tasche piene anche solo a sentirle nominare.
Senza contare il corollario delle idiozie fumose sulla letteratura e la potenza eversiva di stafava che circolano tra i coetanei miei, cavalli bolsi gonfi come otri di vuote ambizioni.
Ma Calabresi l'aspettavo al varco da tempo. Mi chiedevo quanto ci avrebbe messo a metter mano alla penna e a raccontare, dopo anni di silenzio (e di concioni altrui, peraltro), come si stava da quella parte.
Si stava che bastava girare l'angolo e qualcuno aveva scritto Calabresi assassino su un muro. O lo stava gridando in Piazza Fontana, il 12 dicembre. O a una festa, in mezzo ad altre merde secche milanesi, capitava che qualche brillantona discettasse su quanti soldi avesse preso la vedova dallo Stato, che almeno avessero ammazzato anche lei!, si augurava e che lo facesse, l'idiota - imperdibile scena narrata nel libro, sul genere Woody Allen-McLuhan - davanti all'orfano in persona.
Si stava che un'ottantina di altri pseudo intellettuali firmava appelli alla cieca, da cui si lanciavano le solite accuse chic ai poteri dello Stato, mettendo in mezzo sempre il medesimo cadavere, rimasto idealmente riverso per anni riverso in mezzo alla strada, e manco una targa (ma a Pinelli sì, addirittura due: una che emette una sentenza di colpevolezza per Calabresi - cara, vecchia teoria! - e l'altra che ci mette una pezza, da parte del Comune).
Si stava che non più di tre tra queste teste d'uovo dell'intellighenzia italiota si vergognasse dopo un ventennio e passa di certe porcherie e chiedesse ammenda. Ché erano giovani, perdio. E si sa, i giovani. E ancora scusate il ritardo dicono, ora che si sprecano a qualche riconoscimento. Scusate il ritardo, ma muovetevi, famiglie delle vittime, lasciano intendere, sbrigatevi a schiodare il culo e a perdonare pubblicamente gli amici nostri, che vogliamo graziare questo mondo e quell'altro, senza scontentare gli elettori di centrodestra, quei forcaioli.
E gliene fotte assai, delle vittime, in questo Bel Paese, che l'agente Antonio Custra, assassinato da un brigatista in via De Amicis, per anni l'hanno chiamato Antonino Custrà. E così pure io lo conoscevo e lo stesso Mario Calabresi (i figli degli sbirri, sapete, si dilettavano fin da bambini di cronaca, in quegli anni: giovani nonché figli di giovani, noi, non siamo mai stati), ché sui giornali sempre così hanno scritto. Custrà, con l'accento.
E la figlia, nata come l'ultimo dei Calabresi dopo l'assassinio del padre, una di quei privilegiati parenti delle vittime, che prendono barcate di soldi dallo Stato e gli trovano lavori d'oro, dopo anni di disoccupazione (e di dolore solitario, di psicofarmaci, anoressia, bulimia e quant'altro: forza, su, è passato tanto tempo, dicono in coro gli stronzi d'allora, che davano fiato alla loro coscienza critica) abbia finalmente avuto una mano tesa dal Comune di Napoli.
Che le ha messo in mano una ramazza e le ha offerto un impiego da spazzina. Questo racconta Calabresi. E val la pena di leggerlo, il suo libro, se volete sapere in quale letamaio vivete. Poi tornate pure a farvi uno shampoo curativo per la forfora con gli idoli vostri e a discutere, voi che avete del buon tempo, di letteratura, di eversione, di calli, duroni e bla bla bla.

02.05.07

TRENDY

Questione di Style

Mamma Macaria e papà Oronzo giurano che alla nascita Allegrotta Giulivi Sanfelice, invece di piangere, abbia riso di gusto: inevitabile, quindi, la scelta di un nome appropriato per una bambina così bendisposta nei confronti della vita. Nomade per vocazione familiare, ma ancestralmente legata al palazzo avito dietro il Duomo di Firenze, Allegrotta ha vissuto a Washington D.C., Londra, Parigi, Montecarlo, Sidney e a Dubai, prima che diventasse meta vacanziera di moda. Dalla famiglia ha ereditato, oltre al blasone, un carattere forte e saldi principi, che a volte spaventano i numerosi corteggiatori. Chi la conosce, dice che dietro i modi raffinati e l'aria algida, c'è una donna dolce e alla mano, pronta a sorridere e capace di stupire gli amici portandoli tutti in campagna, nella tenuta di famiglia, per un aperitivo fuori dai cliché. Solo per i più intimi, si esibisce al pianoforte (e chi l'ha sentita suonare sostiene che è impossibile non innamorarsene) e traduce poesie all'impronta dal francese, dall'inglese, dal greco antico e perfino dal russo. La sua prima galleria d'arte, a New York, ha riscosso un grande successo: ma donna Allegrotta, eclettica e mai doma, non si contenta della pittura. Cosmopolita e curiosa per indole, ha avuto modo di farsi apprezzare come reporter per i più noti magazine. Per coltivare l'ultima delle sue passioni, quella per la scrittura, Allegrotta è tornata a vivere stabilmente in Italia. Attualmente sta scrivendo un romanzo che attinge alle incredibili storie del suo casato. Chi ha letto i primi capitoli, giura che è un capolavoro, tant'è che una grande casa editrice s'è già fatta avanti. Nel tempo libero scrive per Il Foglio, porta a spasso Candido, il suo dogo argentino, e si diverte a scoprire piccole trattorie fuori mano con il fidanzato, figlio di un noto giornalista (ma i due non amano far pubblicità sulla loro relazione: presto la ufficializzeranno, del resto, terrorizzati dall'idea di essere definiti una "coppia di fatto").

Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

shangrila-blog@tiscali.it