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10.08.06
I WILL SURVIVE
Pupari e manichini
La carico pesantemente in macchina, in queste mattine già settembrine, ne occulto le occhiaie dietro lenti scure, la porto a prendere il giornale, le parcheggio la macchina in garage e le timbro il badge. «Buongiorno». «Cià». Sospiro, giù a picco. Un'altra giornata in pasto alle zanne lunghe. Ogni tanto m'assale per lei un'accorata tenerezza, che subito indurisce. Ma non so che fare e come prenderle la mano, di nascosto, senza umiliarla. La temo e la sfrutto, come tutti, sorda al suo pianto muto. La parte la conosce, ormai è routine. Se la figurano un po' distratta, per lo più efficiente nelle minutaglie, ma un tantino disallineata e di mira debole nella caccia grossa. Non si aspettano che sappia (e non sa, infatti) coltivare la cannabis del successo, perciò si accollano l'incombenza di guidarla, indirizzarla. Non a destra, attenta: dritta centro metri, poi a sinistra fino alla rotatoria. Come da copione, si lascerà cogliere in fallo. Le faranno notare inadeguatezze varie, dirà sì sì, fingerà che le importi, si proporrà di migliorare. A sera, all'ora opportuna, raccolgo le sue cose, le getto sul sedile dell'auto, la sistemo al volante, occhiali scuri, radio. Varcato il cancello, a casa, scendo di corsa, abbraccio la vita che mi si butta al collo ridendo e poi mi volto appena: lei è ancora lì, le mani sul volante, immobile come un manichino. Borbotta da sola storie di sbavature, inciampi e vuoti di pancia. Rotea gli occhi come in trance, dibattendosi impotente, e si avvilisce per tempo, pronta all'indomani.
Shangri-La, 08:00
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