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21.08.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Quanto sa di sale

Il lavoro era una pena. Faldoni su faldoni zeppi di rogatorie, verbali di interrogatori e atti del processo. Su quelle carte si era consumata una resa dei conti feroce, finita a lanci di monetine davanti all'Hotel Raphael.
Io mi ci consumavo gli occhi e le giornate, passando il tempo a sognare i lussi che mi sarei concessa con un decimo degli spicci smazzettati a fine giornata da tal Pacini Battaglia.
Visionavo ogni pagina, la catalogavo, passavo sotto scanner e riversavo su dischetto. Il "Dottore" intascava dal Tribunale centinaia di milioni di lire, io nemmeno una lira. Neanche il pranzo pagato.
Furbo, il "Dottore". Il cognome siciliano lo autorizzava, secondo lui, a strizzarmi l'occhio ogni volta che faceva capolino nella stanza, che dividevo con il "Dottor K.". «Tutto bene?», chiedeva il titolare dello studio.
K. gli faceva da spalla: il Dottore gigioneggiava a gambe larghe, nominava politici, magistrati, raccontava mirabilie facendo danzare nell'aria i miliardi come coriandoli, mentre io simulavo la più impenetrabile e irritante indifferenza. Lo guardavo di sottecchi e pensavo che la moglie, avvocato con le mani in pasta e clienti facoltosi, dovesse averne non poche di ramificazioni in testa.
K., dal canto suo, mi detestava. Soldi, macchina sportiva, faccia di bronzo ed erre moscia, era solito far colpo. Di questa riservata presenza, poco incline agli ohhh! e alle chiacchiere, non sapeva che farsene. Allungato sulla poltrona, i piedi sulla scrivania, una mano alla cintura e l'altra alla cornetta, capitava che parlasse ora in tedesco ora in inglese.
Veniva spesso a trovarlo dalla stanza a fianco una collega dello studio, gran fenicottero e tacco deciso, che lui rimirava con gusto. «Questa sì che è una donna», gli indovinavo nella mente. Mi indicava col mento, mentre le parlava, e alzava gli occhi al cielo. Di spalle, comprendevo ogni cosa.
Un giorno andò nella stanza dell'avvocato e compose il numero dell'apparecchio sulla sua scrivania. Il telefono squillava e squillava, accanto a me, ed io lasciavo fare. Dopo qualche minuto entrò come una furia - «E rispondi, cazzo!» - afferrando con rabbia la cornetta. «Ha attaccato, ecco!». A pranzo, mangiavo un panino seduta a una panchina, in piazza Vetra. Sfaccendati di buona famiglia facevano correre sull'erba spelacchiata cani di grossa taglia, appetito sanguinario e muso stolido. Talvolta, erano dog-sitter sudamericani a occuparsene.
Li pascolavano un po' e poi li riportavano ad acciambellarsi sul parquet, ai piedi di enormi divani bianchi. Mangiavo piano, sotto un sole estenuato. Gli animali ringhiavano, trascinando al guinzaglio i padroni. Il panino sapeva di sale. Tranne il giorno che il Dottore mi disse: «Mi piacerebbe molto, sai, sei bravissima, ma non posso proprio assumerti».

Qualcuno con cui correre

Di seguito, l'orazione funebre del nobile. Vedi alla voce areté.

[CONTINUA...]

14.08.06

SENZA PAROLE

Medioriente

Rotola e spiana, la palla di ferro.
Con le mani nei capelli, impotenti, ne seguono il cranio liscio correre al mare, spremere i succhi dei nuovi germogli e inebetire nell'urto le cavità tarlate di tronchi radi, a ridosso dei tumuli.
Rasoiata da solchi feroci, l'intera vallata si rannicchia a capo chino sotto i colpi del metallo pesante.
E' tutta un gemito sordo, la terra, rapinata di una discendenza che le imputridisce nelle viscere come feto abortito o che si affaccia torva e spettrale a distillare linfa mortale.
Goccia a goccia, finché il riverbero lunare non la fa brillare, nella notte scura.

10.08.06

I WILL SURVIVE

Pupari e manichini

La carico pesantemente in macchina, in queste mattine già settembrine, ne occulto le occhiaie dietro lenti scure, la porto a prendere il giornale, le parcheggio la macchina in garage e le timbro il badge.
«Buongiorno». «Cià». Sospiro, giù a picco. Un'altra giornata in pasto alle zanne lunghe.
Ogni tanto m'assale per lei un'accorata tenerezza, che subito indurisce. Ma non so che fare e come prenderle la mano, di nascosto, senza umiliarla. La temo e la sfrutto, come tutti, sorda al suo pianto muto.
La parte la conosce, ormai è routine. Se la figurano un po' distratta, per lo più efficiente nelle minutaglie, ma un tantino disallineata e di mira debole nella caccia grossa.
Non si aspettano che sappia (e non sa, infatti) coltivare la cannabis del successo, perciò si accollano l'incombenza di guidarla, indirizzarla. Non a destra, attenta: dritta centro metri, poi a sinistra fino alla rotatoria.
Come da copione, si lascerà cogliere in fallo. Le faranno notare inadeguatezze varie, dirà sì sì, fingerà che le importi, si proporrà di migliorare.
A sera, all'ora opportuna, raccolgo le sue cose, le getto sul sedile dell'auto, la sistemo al volante, occhiali scuri, radio. Varcato il cancello, a casa, scendo di corsa, abbraccio la vita che mi si butta al collo ridendo e poi mi volto appena: lei è ancora lì, le mani sul volante, immobile come un manichino.
Borbotta da sola storie di sbavature, inciampi e vuoti di pancia. Rotea gli occhi come in trance, dibattendosi impotente, e si avvilisce per tempo, pronta all'indomani.

08.08.06

I WILL SURVIVE

Il mestiere di morire

Si contristano tutti, mentre passa il feretro. Fermano le biciclette, abbassano lo sguardo, si fanno il segno della croce.
La morte incede con la prima innestata e chiede che la s'insegua a falcate decise, mentre io arranco, rischiando a ogni passo che il tacco mi s'infili tra una mattonella e l'altra di porfido.
Anelo l'asfalto, nel timore di un imbarazzante inciampo dietro alla cassa. La prossima volta, penso, scarpe da jogging.
Studiatamente assorto nei momenti giusti, ma sbrigativo come una massaia mentre pulisce il calice e vi appoggia piattino e tovagliolo, il prete intercetta il labiale smemorato e fuori tempo delle mie litanie. Mi sento come un evasore fiscale di fronte all'esattore delle tasse.
Prima della funzione, viene a sincerarsi sul nome della defunta, della quale non sa né chiede null'altro, sicché mi chiedo cosa s'inventerà durante l'omelia.
Nessun blocco creativo: è un professionista, segue la traccia delle Scritture, le rimastica alla buona e infine allarga le braccia nell'estrema supplica: «Signore dacci la fede affinché possiamo vivere la nostra vita illuminati dalla fede».
Arrivati al cimitero, il don ci fa strada verso il colombario: benedice la bara appoggiata sull'argano, recita l'Eterno riposo e poi guarda in su. Lo facciamo tutti. Prima dell'assunzione in cielo, la «nostra sorella» verrà issata nell'ultimo loculo a sinistra.
Gli addetti alle onoranze azionano la leva di sollevamento a mano, la macchina cigola cigola cigola, il feretro sale, un centimetro alla volta, tutti noi a naso per aria.
«Quant'è duro morire», aveva detto il prete (vabbeh, ma un aggeggio un po' più moderno, no?): dov'è andato a finire, a proposito?
Sparito. Non ha stretto mani, manco ciao ha detto. S'è dileguato, con l'aspersorio nella sinistra e il turibolo per l'incenso, penzolante dalla destra.
«È diventato un mestiere anche quello», dice qualcuno. Ma sì. Come l'agonizzare al mondo, del resto, e il liberare un letto, alla fine, alla casa di riposo.

07.08.06

INDICE PUNTATO

Jukebox

Simpatici, tutti quei Cocorito ai quali parte l'embolo del «Signora mia» ogni volta che a costo zero vogliono portarsi a casa la loro sportina di ragioni. Da spellarcisi le nocche, contro siffatti parrocchetti.
Non ti piace la carta straccia rilegata, con le mutande dell'autrice in allegato et Lines idea sottile ripiegato con ali in omaggio?
In men che non si dica vien dato l'allarme: l'ambulanza sgomma a un centimento dal tuo naso, quattro barellieri ti immobilizzano, l'infermierina del Drive in ti punta il siringone al braccio facendoti il verso - «Signora mia, signora mia!» -, mentre il medico ti ipnotizza ondeggiando sul mignolo un paio di slip e ammaestrandoti sulle ultime novità della metafisica da spiaggia (non essere patetico, non fare il bambino, la verità non esiste, blablabla).
Nel giro di un'ora, tutto è sistemato. Aggiornato il rapporto sull'operazione Laudator temporis acti, il catturato viene internato per direttissima in una clinica riabilitativa, dove sarà costretto a fare l'editing delle opinioni di Dooyoo. Per il prossimo bestseller. («Signora mia, signora mia!»).

I WILL SURVIVE

Vasi e travasi

Leggo che in Cina - autentico girone di inconsapevoli dannati - migliaia di orsi sono costretti a vivere in gabbia con un catetere infilato nel ventre. Lo scopo? Raccoglierne la bile per farne uno shampoo.
Musi gialli, io ne secerno a litri di primissima qualità, garantita per scrostare lavabi, bulbi e cazzabuboli: interessa?

04.08.06

IL CIRCOLO DEI VASTASI

Entusiasmi diarroici

Fantafico forza leggi imperdibile geniale t'innamori ti sganassi non ti tieni le budella ti ci pisci te lo cachi in mezz'ora sotto il sole se lo vedi già lo speri te lo compri te lo succhi quanto godi te l'orgasmi troppo bello ti ci tuffi poi saluti dalla spiaggia finché affoghi in mezzo ai flutti

Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

shangrila-blog@tiscali.it