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28.05.06
IL CIRCOLO DEI VASTASI
Venite parvulos
Festa della mamma e del papà che lavorano. Cominciano a fartela per tempo, la festa. "Porterete qui i figli?", chiede Tizio. Annuisco, seccata. La domanda è oziosa, s'intende, e provocatoria: sono anni e anni che a scadenza annuale si aprono i cancelli ai bambini. E sempre con puntualità disarmante, quelli che non ne hanno, di prole, si atteggiano in pose tediate e sussiegose - oh, no, oggi è il giorno dei mostri -, che dovrebbero suggerire chissà quale originalità rispetto al mainstream che vuole l'infanzia giardino edenico, da recintare rispetto al cinismo adulto. No, questi che ogni giorno si dilaniano in battute da Zelig nel vano tentativo di esibire lo spirito caustico che non possiedono e che, nel caso, li dovrebbe distinguere - tutti insieme e tutti uguali - dalla massa, costoro, dico, i bambini li odiano. Li detestano, non li sopportano, li manderebbero al rogo. (Risate. Applausi. Cachinni). "Ah, ho capito - insiste Tizio -: li portate per avere la scusa di non fare un cazzo". E' da giorni che ripete il leit motive. Quel paio d'ore di lavoro che io ed altri perdiamo nel pomeriggio di un venerdì più scazzato che mai gli stanno facendo venire l'ulcera. Credo che neanche l'amministratore delegato di questa baracca possa essere più disturbato di costui dall'intera faccenda. A un certo punto, non si tiene più ed esclama: "Cazzo, non è giusto che noi stiamo qui a lavorare e loro...". La malattia mentale sta raggiungendo il suo culmine. "Fregatene", mi suggerisce qualche anima pia, quando confesso l'intenzione di evitarmi sbattimento e fastidio. "Porta tuo figlio e pure il figlio di qualche amico, se puoi". Mi limito al diretto discendente. Prendo la macchina, vado a prelevarlo e torno. Quando arrivo, trovo la collega appena rientrata dalla maternità: ha portato il figlio e un paio di torte per tutti. Il clima sembra inclinare al festoso. Caio si alza, addenta una fetta di crostata e con la bocca ancora piena dice: "Va bene, adesso però quando finisce questa storia?". "Speriamo presto", replica Sempronia, che di figli, dice, giammai, e manco s'accorge di incarnare il più deteriore degli stereotipi materni, solita com'è a trattar tutti, senza eccezioni - ah, le sublimazioni in agguato -, come bambocci idioti, da rampognare coram populo senza riguardo, con tono saccente e umiliante. Ne ho a sufficienza. Il piccolo vorrebbe restare, è eccitato dalla novità e corre tra i tavoli divertito. Ho fretta di scomparire: lo sollevo a forza e, piangente, me lo trascino via.
Shangri-La, 09:07
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