Alla finestra
Volti, mari e bellezze senza tempo.
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29.06.05
I WILL SURVIVE
O mangi questa minestra o salti da questa finestra
Francesco vive in una città del Sud. La più brutale, la più viva tra quelle trapanate dal sole. Forse la più disoccupata. E' una bella gara, del resto, per le metropoli a fondo stivale, a chi la somma delle disgrazie ce l'ha più grande.
In quest'angolo acuto tra vulcano e mare, Francesco stringe in mano il suo tessoro. Uno stipendio a fine mese.
Un lavoro sfangante, d'accordo, ma pur sempre volano di sogni, amore, progetti. A 31 anni, poi, è pure ora di smetterla di guardarsi solo la punta dei piedi. C'è un futuro da costruire.
Tira una brutta aria intorno al piccolo orto di Francesco, spirano venti di sbaraccamento. Tant'è che un giorno di questi lo chiamano. Capisce che non è una promozione.
Discorsetto di prammatica. Opportunità, occasioni, salti di qualità. Flessibilità, la parola magica. Quella che piroetta allegra nell'aria, gira e rigira, poi t'infila da dietro. Gli rintrona la testa, mentre ascolta, ma una cosa la capisce con chiarezza: trasferimento.
Mica scemi. Non lo licenziano, no. Né lui né gli altri. E non lasciano tracce: niente e-mail, niente lettere. Tutto via voce. Se non fai armi e bagagli, gli fanno sapere, e non ti catapulti a mille chilometri da qui, è stato un piacere. Fanno pure i generosi, gli sciacalli incravattati, e gli concedono cinquecento euro in più per l'affitto, che aggiunte allo stipendio medio terrone, in una città cara quanto New York, quasi non bastano manco per un buco in periferia in condivisione. Non volevi l'aumento, caro Francesco? Eccoti accontentato. Tu e tutti gli altri tuoi compagni di sventura, molti con moglie e figli. Il tutto, per un anno. Poi si vedrà. O mangi questa minestra, gli ripetono tutti, o salti da questa finestra. Si rassegna, capisce che non c'è niente da fare. Sale sul treno con la morte nel cuore come una pecora al macello ed entra in apnea per mesi nel grande Nord, accampato alla bell'e meglio con qualche amico. Nei corridoi dei nuovi uffici lo vedono camminare sempre a testa bassa, ogni giorno più schiacciato. E' a pezzi, depresso, annichilito. Chiede malattia e torna a casa, tra vulcano e mare. O mangi questa minestra o salti da questa finestra, gli torna continuamente all'orecchio. Si sporge dall'affaccio al terzo piano, apre e vola di sotto. La sua storia d'ordinario mobbing diventa un tazebao appeso alla macchinetta del caffè, scritto con le lacrime agli occhi dai colleghi di deportazione, quelli che stringono i denti ogni giorno, pensando agli affetti lasciati a casa. Quelli che oggi hanno un motivo in più per cercare di sopravvivere alla soluzione finale. Un motivo che si chiama Francesco.
Shangri-La, 19:24
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