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24.04.05
IL PUNTO
The promised land
Siamo in ballo, balliamo fino in fondo, mi son detta. Così stamattina, per la prima volta nella vita, ho ascoltato tutta l'omelia domenicale - quella inaugurale per Benedetto XVI - da piazza San Pietro. Un discorso perfetto, devo dire. Nei toni, innanzitutto, per il suo esser stato colloquiale e solenne al tempo stesso, caloroso senza tuttavia cedere all'emozione, cristallino eppure profondo. Nei contenuti anche, dove pressoché nulla è stato trascurato, dall'esortazione all'unità dei cristiani, al senso ultimo della fede, fino al monito contro chi pensa di salvare il mondo lancia in resta ("è il Crocifisso, non i crocifissori, a salvare il mondo"). Un'omelia, insomma, che a pieni voti supera l'esame del dopo Wojtyla e senza tentennamenti imbocca la strada nuova di questo pontificato. Pur sotto il segno della continuità con l'impegno ecumenico del predecessore, Ratzinger cambia significativamente la rotta e punta l'accento sul senso della fede cristiana oggi. Una scelta intelligente, un ritorno alla cosa stessa del cristianesimo in cui si ravvisa chiaramente il segno lasciato dagli studi filosofici. Un'omelia che lascia presagire che la battaglia antimodernista, lungi dal qualificarsi come uno degli aspetti salienti di questo pontificato, sarà messa in ombra dall'impegno a un'evangelizzazione radicale, che osi parlare - e Ratzinger lo fa molto più spesso di quanto si noti - della gioia e del senso autentico della felicità. In questa direzione vanno i diversi accenni al guadagno pieno della scommessa di fede, alla promessa irrevocabile di Dio e alla pienezza dell'esistenza. Esortazioni, mi pare, all'enthusiasmos, nel senso etimologico del termine. Dal trono petrino, quindi, in un momento di massima attenzione mondiale, un'intelligenza raffinata, rigorosa e appassionata parla a un uditorio vastissimo ed eterogeneo. All'approssimarsi del paradiso della tecnica, il tiratore scelto bavarese prende la mira e centra subito il bersaglio: l'angoscia e la progressiva desertificazione che inaridiscono l'esistenza. E' questo il tema su cui si parrà la nobilitate di laici, non credenti e atei: su cosa si edifica la vera felicità. Su cosa, come, in vista di che e perché. Se si vuol reggere il confronto, è ora di dare una bella pettinata a discorsi raffazzonati, atteggiamenti blasé e take it easy, pose nichilistiche e chissenefrega avanguardistici. E' ora di provare a immaginare e a costruire davvero una terra promessa laica. Se no, infelici e scontenti come prima e ciascuno per la sua strada.
Shangri-La, 18:29
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