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22.04.05

INDICE PUNTATO

Panzer Kardinal all'esame di logica

Io sono una che se la beve un po'. Se mi dicono che un settantottenne coi capelli bianchi si fa il culo quadro da una vita su testi di filosofia e di teologia, tendo a dar per buona la fama che s'è fatto di uomo colto e intelligente.
Poi lo sento parlare, leggo qualcosina di suo pugno e mi dico che sì, i tomi non devono solo preso polvere sui suoi scaffali.
Ma nella vita non si sa mai. Spesso è tutta propaganda e menomale che qualcuno pronto a disilluderci lo si trova sempre.
Ed è così che, di fronte all'ormai celebre lamento di Ratzinger sulla "dittatura del relativismo", m'imbatto in un epitaffio senza appelli: è una stupidaggine.
Oh, addirittura. Non è un po' troppo così, senza minimamente articolare l'argomento? Si pensa davvero che Panzer (ormai ex) Kardinal non abbia presente l'intima contraddizione in termini dell'espressione?
Evidentemente no. (Tra parentesi: questa cosa non finirà mai di stupirmi. Oggi tocca al bavarese, altre volte, l'ho già detto, a Severino, che si prende dello scemo un giorno sì e uno no. Mah).
Menomale che qualcuno, oltre al motore e alle ruote, ha montati i freni: "tutto è relativo" (laddove per "relativo" s'intenda l'impossibilità che vi sia alcuna verità assoluta) è una proposizione contraddittoria, dice Adinolfi, richiamando Aristotele.
La contraddizione è perciò tutta interna al relativismo, che a rigore non può porre fermamente se stesso. Sicché l'enunciato "nessuna verità si può imporre sulle altre" è come un tavolo a tre gambe, un congegno dotato di dispositivo autodistruttivo, un nulla di fatto.
E' un po' come dire che tutto è una pratica e che anche i soggetti sono al più "soggetti alla pratica": tutte proposizioni che devono, per così dire, mettersi di sbieco. Una posizione di uno scomodo pazzesco, un po' come dondolare su tacchi altissimi. Del resto, essere alla moda ha il suo prezzo.
Parla di dittatura, Ratzinger, per un motivo banalissimo e sotto gli occhi di tutti: oggi, se ti appelli alla verità e sei fuori dal sacro orticello della scienza, ti tirano le pietre.
Gratta gratta, sotto la vernice modernista e relativista ti trovi il solito intollerante con la verità in tasca. Esagero? E' che dovrei leggere meno blog, ecco cos'è.
Ora l'analisi del discorso papale, pubblicata su Il Riformista, rimbalza l'accusa di fondamentalismo sulla pretesa cattolica di imporre la fede.
Intanto, contesto assolutamente che sia espressa, nel magistero cattolico, tale intenzione. Lo fosse, essa rappresenterebbe un assurdo logico e dottrinale (una fede imposta non è una fede), un atteggiamento contrario allo spirito cristiano quale è tramandato dalle Scritture e una cosa di fatto impossibile.
Penso che Adinolfi avesse in mente, nel muovere quest'accusa, la contrarietà cattolica a tante leggi (sull'aborto e sul divorzio ieri, sulla fecondazione assistita oggi o sulle adozioni alle coppie gay cui Zapatero ha appena dato il via libera).
Ma qui di nuovo dissento, perché bisogna essere coerenti, signori, e concedere che anche i cattolici (o i musulmani o gli ebrei, quale che sia la loro posizione in merito) votino secondo coscienza e, sempre secondo coscienza, esercitino, laddove credono, il diritto all'obiezione.
Dico, lo si è concesso a quelli che non volevano prestare servizio militare, non lo si vuole ammettere ora, di fronte a questioni ben più impegnative che non dodici mesi più di noia che di naia?
Ma ecco appunto la malafede dei relativisti (l'ho detto, che basta una grattatina e viene fuori): il cattolico è un fondamentalista, vuole imporsi. (Ma che fesserie andate dicendo, che le chiese son semivuote e tutte le loro battaglie sono perse in partenza? Al più sarete proprio voi, con la vostra protervia travestita di liberalismo democratico, a far tornare la gente in chiesa, vedrete. Siete riusciti a far vincere questa destra scassatissima, vi riusciranno altri miracoli, altro che Wojtyla).
Poiché credo che un dialogo proficuo si fondi sulla disponibilità di ciascuno ad addentrarsi il più possibile nella noosfera in cui si muove il proprio interlocutore, ritengo non si possa trascurare, nel dialogo-scontro col cattolicesimo, la centralità, per la dottrina della Chiesa, dei temi della perdizione e della salvezza. Dell'inferno e del paradiso. E' su questi scalini che avviene un salto esperienziale dalla dimensione strettamente logica a quella di fede. Se non si tiene conto di questo e si appiattisce tutto il discorso su menate sillogistiche con le quali si spera di poter mettere alla berlina la tanto celebrata cultura di Ratzinger (ma fatemi ridere, va), non si va da nessuna parte. La questione non riguarda solo il rapporto tra i laici non credenti e i cattolici, ma anche quello con i musulmani, che hanno al loro interno più preoccupanti problemi di interpretazione del dettato coranico, con risvolti politico-sociali incandescenti per tutti. (E non hanno nemmeno un papa, maledizione!)
Quelle suddette sono questioni radicali che bastano da sole, se inquadrate con l'attenzione che meritano, a far comprendere quale sia il dilemma di un cattolico che nella propria vita pubblica, politica e sociale è chiamato a mettere in gioco la "propria" verità come fosse una qualsiasi tra le altre (e così non è per lui) e ad acconsentire ad atti che rappresentano peccati gravi nell'ordine divino delle cose che le Scritture gli rappresentano e in cui lui ripone la propria fede.
Certo, poi io mi ritrovo a chiedermi, al pari di parecchi altri, come sia esistenzialmente sostenibile la fede in Cristo, soprattutto quando sento gente che dice: ho sentito la chiamata, ho avuto la vocazione, l'ho incontrato. E' un tipo di esperienza per me inimmaginabile. Tuttavia cerco di entrare nei panni di chi, con tutto il fervore di cui è capace, fa queste affermazioni in un tempo in cui - diciamocela tutta - parlare in questi termini significa esporsi al ridicolo.
Trovo davvero sorprendente che ci sia ancora così tanta gente che vive in una dimensione anacronistica e indicibile, mentre tutto corre in direzione contraria.
Constato semplicemente che avvicinarsi al "ridicolo" anche solo per raccontarne le ragioni significa esserne in qualche modo contagiati. Ecco perché molti pensano che giovi di più, alla propria allure intellettuale, il trattare di questi argomenti con le pinze, piuttosto che prenderli con le nude mani, e con ciò produrre critiche che parlano a se stesse, con sottile ma sterile compiacimento.


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