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27.04.05
I WILL SURVIVE
Il vaso di Pandora
Laccato d'innocente candore, elegante e discreto, si apre a scrigno. Pandora lo guarda, lo sfiora. Non resiste. Ormai sedotta, cede e dischiude l'inferno. Nemmeno il tempo di rendersi conto. In un lampo, guerre, odi e cieche passioni accendono il mondo, lo avvelenano di effluvi pestilenziali, paranoiche maldicenze, giugulari gonfie e presunzioni infinite. Corre la mano incauta, vanamente pentita, a richiudere l'orcio, premendo a forza il coperchio. Ma è tardi. In un recesso remoto, accucciata, rimane prigioniera Elpis, la Speranza che attende.
inviato da Shangri-La, 14:08 | permalink
IL PUNTO
Gli antenati
"Ogni neonato arriva al mondo preparato per uno stile di vita tipico dell'età della pietra".
Paul F. Klein, The Needs of Children from the Dual Perspective of Evolutionary Biology and Psychoanalysis
"(...) se è vero che discendiamo da centomila generazioni di cacciatori-raccoglitori, cinquecento generazioni di agricoltori e solo una decina di generazioni dell'età industriale, allora, psicologicamente e fisicamente, noi ci siamo evoluti soprattutto durante l'età della pietra. Anche se diecimila anni di agricoltura sembrano un periodo molto lungo, non sono che un istante nel processo dell'evoluzione umana. Ciò che siamo oggi, fisicamente e psicologicamente, è il risultato della selezione naturale durante il periodo della caccia e della raccolta. (...) Gli ultimi due o tre secoli di questa storia, un breve istante in milioni di anni di evoluzione, non hanno mutato la nostra "programmazione", ma stanno invece mettendo sempre più a dura prova la nostra capacità di adattamento a scenari in rapidissimo cambiamento. Anche per i bambini si dovrebbe parlare di sviluppo sostenibile. A me sembra davvero pericolosa questa forma di hybris, di tracotanza, che spinge taluni a fare a meno dell'esperienza della specie".
Maurizio Scaparro, La bella stagione - Dieci lezioni sull'infanzia e l'adolescenza
inviato da Shangri-La, 10:15 | permalink
24.04.05
IL PUNTO
The promised land
Siamo in ballo, balliamo fino in fondo, mi son detta. Così stamattina, per la prima volta nella vita, ho ascoltato tutta l'omelia domenicale - quella inaugurale per Benedetto XVI - da piazza San Pietro. Un discorso perfetto, devo dire. Nei toni, innanzitutto, per il suo esser stato colloquiale e solenne al tempo stesso, caloroso senza tuttavia cedere all'emozione, cristallino eppure profondo. Nei contenuti anche, dove pressoché nulla è stato trascurato, dall'esortazione all'unità dei cristiani, al senso ultimo della fede, fino al monito contro chi pensa di salvare il mondo lancia in resta ("è il Crocifisso, non i crocifissori, a salvare il mondo"). Un'omelia, insomma, che a pieni voti supera l'esame del dopo Wojtyla e senza tentennamenti imbocca la strada nuova di questo pontificato. Pur sotto il segno della continuità con l'impegno ecumenico del predecessore, Ratzinger cambia significativamente la rotta e punta l'accento sul senso della fede cristiana oggi. Una scelta intelligente, un ritorno alla cosa stessa del cristianesimo in cui si ravvisa chiaramente il segno lasciato dagli studi filosofici. Un'omelia che lascia presagire che la battaglia antimodernista, lungi dal qualificarsi come uno degli aspetti salienti di questo pontificato, sarà messa in ombra dall'impegno a un'evangelizzazione radicale, che osi parlare - e Ratzinger lo fa molto più spesso di quanto si noti - della gioia e del senso autentico della felicità. In questa direzione vanno i diversi accenni al guadagno pieno della scommessa di fede, alla promessa irrevocabile di Dio e alla pienezza dell'esistenza. Esortazioni, mi pare, all'enthusiasmos, nel senso etimologico del termine. Dal trono petrino, quindi, in un momento di massima attenzione mondiale, un'intelligenza raffinata, rigorosa e appassionata parla a un uditorio vastissimo ed eterogeneo. All'approssimarsi del paradiso della tecnica, il tiratore scelto bavarese prende la mira e centra subito il bersaglio: l'angoscia e la progressiva desertificazione che inaridiscono l'esistenza. E' questo il tema su cui si parrà la nobilitate di laici, non credenti e atei: su cosa si edifica la vera felicità. Su cosa, come, in vista di che e perché. Se si vuol reggere il confronto, è ora di dare una bella pettinata a discorsi raffazzonati, atteggiamenti blasé e take it easy, pose nichilistiche e chissenefrega avanguardistici. E' ora di provare a immaginare e a costruire davvero una terra promessa laica. Se no, infelici e scontenti come prima e ciascuno per la sua strada.
inviato da Shangri-La, 18:29 | permalink
22.04.05
IL CIRCOLO DEI VASTASI
Oggi mi voglio proprio rovinare
Frequento come quasi tutti la subcultura psicologica che si fa chiacchiera globale nel salotto buono di settimanali e mensili. E lì mi pare si vada ripetendo un po' in tutte le salse che la robustezza dell'ossatura psicologica dell'individuo dipenda dalla duplice relazione con una madre e con un padre. Maschile e femminile. Regola e accoglienza. Limite e relazione fusionale. Così avevo capito io. Anche quel po' di pedagogia, di psicologia dinamica e dell'età evolutiva che ho studiacchiato non ricordo che contraddicessero questo assunto. Ciononostante, due signore vanno a comprarsi un semino, lo piantano nell'utero di una delle due, diventano felicemente mamma e mammà, e tutto tace. Non uno psicologo che, letta l'edificante storiella, intervenga a commentare. Ci prendono in giro allora? Non gliene frega niente? Ognuno, come cantava Tenco, è libero di fare quello che gli va? Provo a formulare delle ipotesi. Magari la polarità maschile e femminile è un habitus socioculturale e comportamentale che prescinde dalla differenza di genere. Sarebbe quel che si dice "portare i pantaloni" (sì, ma la gonna? Anche quella, no problem). Magari c'è un po' di storia della materia da riscrivere. Magari si tratta di relativizzare e contestualizzare. Insomma, che ci facciano sapere, tanto per curiosità. Zapatero è convinto, buon per lui, ma avranno bene chiesto il parere di qualche esperto, voglio augurarmi. O siamo al supermercato legislativo, con reparto gastronomico self service?
Astenersi commentatori con esempi di vedove o abbandonate che tirano su i figli da sole. Una relazione col padre nella modalità dell'assenza è una cosa. Una relazione di provenienza con uno spermatozoo di donatore sconosciuto, tutt'altra.
inviato da Shangri-La, 18:17 | permalink
INDICE PUNTATO
Panzer Kardinal all'esame di logica
Io sono una che se la beve un po'. Se mi dicono che un settantottenne coi capelli bianchi si fa il culo quadro da una vita su testi di filosofia e di teologia, tendo a dar per buona la fama che s'è fatto di uomo colto e intelligente. Poi lo sento parlare, leggo qualcosina di suo pugno e mi dico che sì, i tomi non devono solo preso polvere sui suoi scaffali. Ma nella vita non si sa mai. Spesso è tutta propaganda e menomale che qualcuno pronto a disilluderci lo si trova sempre. Ed è così che, di fronte all'ormai celebre lamento di Ratzinger sulla "dittatura del relativismo", m'imbatto in un epitaffio senza appelli: è una stupidaggine. Oh, addirittura. Non è un po' troppo così, senza minimamente articolare l'argomento? Si pensa davvero che Panzer (ormai ex) Kardinal non abbia presente l'intima contraddizione in termini dell'espressione? Evidentemente no. (Tra parentesi: questa cosa non finirà mai di stupirmi. Oggi tocca al bavarese, altre volte, l'ho già detto, a Severino, che si prende dello scemo un giorno sì e uno no. Mah). Menomale che qualcuno, oltre al motore e alle ruote, ha montati i freni: "tutto è relativo" (laddove per "relativo" s'intenda l'impossibilità che vi sia alcuna verità assoluta) è una proposizione contraddittoria, dice Adinolfi, richiamando Aristotele. La contraddizione è perciò tutta interna al relativismo, che a rigore non può porre fermamente se stesso. Sicché l'enunciato "nessuna verità si può imporre sulle altre" è come un tavolo a tre gambe, un congegno dotato di dispositivo autodistruttivo, un nulla di fatto. E' un po' come dire che tutto è una pratica e che anche i soggetti sono al più "soggetti alla pratica": tutte proposizioni che devono, per così dire, mettersi di sbieco. Una posizione di uno scomodo pazzesco, un po' come dondolare su tacchi altissimi. Del resto, essere alla moda ha il suo prezzo. Parla di dittatura, Ratzinger, per un motivo banalissimo e sotto gli occhi di tutti: oggi, se ti appelli alla verità e sei fuori dal sacro orticello della scienza, ti tirano le pietre. Gratta gratta, sotto la vernice modernista e relativista ti trovi il solito intollerante con la verità in tasca. Esagero? E' che dovrei leggere meno blog, ecco cos'è. Ora l'analisi del discorso papale, pubblicata su Il Riformista, rimbalza l'accusa di fondamentalismo sulla pretesa cattolica di imporre la fede. Intanto, contesto assolutamente che sia espressa, nel magistero cattolico, tale intenzione. Lo fosse, essa rappresenterebbe un assurdo logico e dottrinale (una fede imposta non è una fede), un atteggiamento contrario allo spirito cristiano quale è tramandato dalle Scritture e una cosa di fatto impossibile. Penso che Adinolfi avesse in mente, nel muovere quest'accusa, la contrarietà cattolica a tante leggi (sull'aborto e sul divorzio ieri, sulla fecondazione assistita oggi o sulle adozioni alle coppie gay cui Zapatero ha appena dato il via libera). Ma qui di nuovo dissento, perché bisogna essere coerenti, signori, e concedere che anche i cattolici (o i musulmani o gli ebrei, quale che sia la loro posizione in merito) votino secondo coscienza e, sempre secondo coscienza, esercitino, laddove credono, il diritto all'obiezione. Dico, lo si è concesso a quelli che non volevano prestare servizio militare, non lo si vuole ammettere ora, di fronte a questioni ben più impegnative che non dodici mesi più di noia che di naia? Ma ecco appunto la malafede dei relativisti (l'ho detto, che basta una grattatina e viene fuori): il cattolico è un fondamentalista, vuole imporsi. (Ma che fesserie andate dicendo, che le chiese son semivuote e tutte le loro battaglie sono perse in partenza? Al più sarete proprio voi, con la vostra protervia travestita di liberalismo democratico, a far tornare la gente in chiesa, vedrete. Siete riusciti a far vincere questa destra scassatissima, vi riusciranno altri miracoli, altro che Wojtyla). Poiché credo che un dialogo proficuo si fondi sulla disponibilità di ciascuno ad addentrarsi il più possibile nella noosfera in cui si muove il proprio interlocutore, ritengo non si possa trascurare, nel dialogo-scontro col cattolicesimo, la centralità, per la dottrina della Chiesa, dei temi della perdizione e della salvezza. Dell'inferno e del paradiso. E' su questi scalini che avviene un salto esperienziale dalla dimensione strettamente logica a quella di fede. Se non si tiene conto di questo e si appiattisce tutto il discorso su menate sillogistiche con le quali si spera di poter mettere alla berlina la tanto celebrata cultura di Ratzinger (ma fatemi ridere, va), non si va da nessuna parte. La questione non riguarda solo il rapporto tra i laici non credenti e i cattolici, ma anche quello con i musulmani, che hanno al loro interno più preoccupanti problemi di interpretazione del dettato coranico, con risvolti politico-sociali incandescenti per tutti. (E non hanno nemmeno un papa, maledizione!) Quelle suddette sono questioni radicali che bastano da sole, se inquadrate con l'attenzione che meritano, a far comprendere quale sia il dilemma di un cattolico che nella propria vita pubblica, politica e sociale è chiamato a mettere in gioco la "propria" verità come fosse una qualsiasi tra le altre (e così non è per lui) e ad acconsentire ad atti che rappresentano peccati gravi nell'ordine divino delle cose che le Scritture gli rappresentano e in cui lui ripone la propria fede. Certo, poi io mi ritrovo a chiedermi, al pari di parecchi altri, come sia esistenzialmente sostenibile la fede in Cristo, soprattutto quando sento gente che dice: ho sentito la chiamata, ho avuto la vocazione, l'ho incontrato. E' un tipo di esperienza per me inimmaginabile. Tuttavia cerco di entrare nei panni di chi, con tutto il fervore di cui è capace, fa queste affermazioni in un tempo in cui - diciamocela tutta - parlare in questi termini significa esporsi al ridicolo. Trovo davvero sorprendente che ci sia ancora così tanta gente che vive in una dimensione anacronistica e indicibile, mentre tutto corre in direzione contraria. Constato semplicemente che avvicinarsi al "ridicolo" anche solo per raccontarne le ragioni significa esserne in qualche modo contagiati. Ecco perché molti pensano che giovi di più, alla propria allure intellettuale, il trattare di questi argomenti con le pinze, piuttosto che prenderli con le nude mani, e con ciò produrre critiche che parlano a se stesse, con sottile ma sterile compiacimento.
inviato da Shangri-La, 17:10 | permalink
20.04.05
I WILL SURVIVE
Una su tutte
La pelle si è ormai fatta, il disincanto è maturo. Piaccia o no, la zuppa è questa, s'è detta. Da allora finge la sorpresa della prima volta ogni volta che lui, credendosi inedito, arriva e pianta la bandierina. Non immagina nemmeno, l'illuso, lo stillicidio sul bagnato del complimento a denti stretti, dell'insulto più o meno velato, della carezza o del rimbrotto paternalistico. Né la noia molesta delle diagnosi psicologiche, coi loro dotti referti, e il veleno annacquato della complice, pronta a giurare, la mano posata sul Qohelet, che lei un uomo su mille lo trova, una donna su tutte, giammai. Risaputi anche l'entrata a gamba tesa, la parola ardita sussurrata a fiato corto, il corteggiamento obliquo dietro lo sprezzo esibito. E la pesa pubblica, tarata in eccesso sui chili e in difetto sul resto, sui centimetri di appeal, il valore, l'autorevolezza o l'esprit de finesse: il piatto piange sempre e quando va bene scatta, registrata, la solita risata della forca. Cieca fede, quella dei sequestratori di amor proprio, che il ricatto abbia presa eterna. Che il cervello dondoli, sbullonato da un corpo in attesa di revisione, e lei non abbia alternative, condannata a sculettare autoironica cinguettando al microfono qualche buona facezia da bar sport, perché la si possa almeno dire spiritosa, o a languire in un tunnel depressivo. Si danno di gomito, gli stolidi. Sbatti una volta le ciglia e loro lì, pronti a giurare sta piangendo, ce l'abbiamo fatta. Dirglielo o no, che era solo un granello di polvere sotto la lente a contatto? Dirglielo o no che è tutto un noioso déjà vu e che il loro genio è più deludente d'una fumata nera, più involuto di un souffle malriuscito, veritiero come i consigli per gli acquisti? Dirglielo o no che il re è nudo e oscena la sua imbolsita nudità? O tacere, attendendo in silenzio il prossimo originale esploratore di aiuole condominiali, orgoglioso della sua bandierina, e più in là, suggerirgli, ché se la pianti lì resta in ombra dietro centomila altri vessilli?
inviato da Shangri-La, 18:41 | permalink
19.04.05
SENZA PAROLE
Per le amiche, Cassandra
Sfacciatamente mi complimento con il mio istinto.
inviato da Shangri-La, 18:59 | permalink
11.04.05
INDICE PUNTATO
Cattolico!
Irritazione. Profonda irritazione. Letti in giro i commenti degli Intelligenti a corollario di queste esequie papali, m'è preso un gran prurito alle mani. E anche alla punta dei piedi, a essere onesta. Pare insomma che anche le lacrime facciano differenza se provengono dalla tasca destra (fascista, catto-clericale, ottusa, stupidamente emotiva, ignorante, influenzata dai media e tipica del popolo bue) o dalla tasca sinistra (santa - questa sì - per acclamazione popolare, progressista, illuminata, colta, razionale e via, virtù cantando). In folla a piangere per Berlinguer va bene, in coda a piazza San Pietro per il feretro del papa polacco, no buono. Caragnare de visu, in corteo, su carta e online per Occhioni Sgrenati, quasi-martire dell'informazione, è cosa nobile, nobilissima. Commuoversi per Wojtyla è roba da deficienti. Si potrebbe continuare ad libitum, ma il concetto è chiaro. Cattolico è il nuovo insulto post-moderno, è l'adesivo che gli idioti ti appiccicano sulla schiena se tenti un discorso che non sappia di cicca rimasticata. Irritazione. Profonda irritazione.
Update: ringrazio chi mi ha segnalato questo post di Mozzi. Linko e sottoscrivo le domande lì espresse.
inviato da Shangri-La, 16:01 | permalink
04.04.05
IL PUNTO
La forza che manca al mondo laico
Il mondo laico, ormai, si limita a galleggiare. Non vede più la potenza che all'inizio del nostro tempo ha distrutto la tradizione. La potenza del pendio. E' divenuto a sua volta una fede che si oppone a quella religiosa; un dogma in cui si ripete che Dio è morto o si esibisce un sussiego dietro il quale non c'è alcuna profondità. Continuando a voltare le spalle all'essenza della filosofia, oltre a galleggiare, si taglia il ramo su cui si è seduti. Forse si intravede la tragedia che, a valle, aspetta il torrente, ma si evita di guardarla in faccia e di assumersi la responsabilità del tempo presente. Che porta lontano dalle sicurezze del passato, ma di cui non si sa comprendere il senso, le possibilità, l'esito.
Emanuele Severino, sul Corriere della Sera di oggi
inviato da Shangri-La, 21:27 | permalink
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