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18.01.05

INDICE PUNTATO

In ricordo di S.

La prima volta ne sentii parlare quindici anni fa, al telefono.
"Sai, speriamo nelle staminali".
"Le staminali?".
"Sono cellule... stanno portando avanti delle ricerche. Così ci ha detto il professore, almeno".
"Speriamo".
La ricordo vent'anni fa al liceo, curva nel banco a fianco al mio, la bocca semiaperta sull'intrico contorto dei denti, gli occhi sfuggenti, i capelli un cespuglio spinoso.
Nell'insieme, una vita con la sufficienza in pagella e il fiato corto di chi corre a recuperar palloni e sa che gli applausi e gli inviti, mai e poi mai.
Eletta a raccogliere le sue rare e pudiche confidenze, io sola la conoscevo com'era, caustica e tagliente quant'altre mai, dimessa all'apparenza ma brillante tra le mura protette dell'amicizia.
Dopo qualche suo commento sibilato a mezza bocca, mi si sentiva ridere all'improvviso dal fondo dell'aula. "Che cos'hai, ti diverti?", mi chiedeva il prof. interrotto. Sì, mi divertivo parecchio e anche imparavo.
Più puntigliosa e precisa di me, si costruiva a prezzo di nottate in bianco una cultura rocciosa, puntellata da una memoria di ferro che mi impressionava.
Sua madre alle tre di notte la trovava ancora alzata, china sui libri, ed erano rimbrotti continui. "Dille qualcosa almeno tu", mi chiedeva.
In qualche modo uscimmo dall'incubo liceale e ognuna andò per la sua strada, lei con l'occhio al microscopio, io con Platone sottobraccio. Mi pareva contenta, a dire il vero, e stranamente a suo agio coi compagni di università.
Poi un giorno sua madre, al telefono: "Non sta bene, sai. Tutte le cose che studia, quelle che vede in laboratorio, la impressionano. Lascia perdere le ho detto". Io non capivo, mi pareva tanto strano. Dico, si può mica rimanere turbati dalla foto di una cellula?
Un anno dopo, "Ho cambiato facoltà", mi disse, "ho scelto Lettere".
"Ma sei sicura, è una scelta ponderata? Pensavo ti piacesse tanto quello che facevi". Niente, ormai aveva deciso. Contenta lei, pensavo.
Un giorno alla stazione, in attesa del treno per Milano, la vidi arrivare. Guardai due volte, incredula.
Disarticolata dalle manovre di un burattinaio ubriaco, incedeva a passi incerti col piede piegato a uncino, cercando a tentoni un appoggio sicuro. E così seppi.
"Non è sclerosi, guarda. Non riescono a fare una diagnosi", mi disse, raccontandomi del suo peregrinare per gli istituti di mezza Europa specializzati in malattie degenerative del sistema nervoso.
I suoi spesero parecchio per tentare tutte le cure possibili, ma dopo un anno fu costretta ad abbandonare definitivamente l'università, ormai derubata della propria indipendenza.
E vennero le telefonate difficili, con la voce rotta e affannosa, ché la malattia influiva anche su quello.
"Come stai?".
"Al solito".
"Uhm".
"Ma speriamo nelle cellule staminali".
Sono passati quindici anni e tre comete.

In Tv, ieri sera, ho sentito due scienziati esprimere, a proposito di queste ricerche, due opinioni opposte. Uno dei due sosteneva che assolutamente la cura di parecchie gravi malattie dipende esclusivamente dagli studi sulle cellule staminali embrionali. L'altra diceva invece che quanto ai risultati di ricerca non ci sono statistiche significativamente sbilanciate a favore della ricerca sugli embrioni rispetto a quella sulle cellule staminali adulte. Ora, ammesso e non concesso che la disamina di questo punto sia decisiva nell'orientare il comportamento elettorale in sede referendaria, io mi chiedo come si possa essere così superficiali da definire questa una scelta di coscienza. Pare a me questo sempre più un mondo di capezzoni di minchia.


Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

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