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20.01.05
INDICE PUNTATO
In definitiva, una farsa
Si consideri il paradosso: sul tavolo delle "trattative", c'è il riconoscimento del valore d'uso degli embrioni per due ordini di finalità: curative tout court da un lato e curative della sterilità, quindi in seconda battuta "generative", dall'altro. Il paradosso sta in questo, a mio avviso: l'attribuzione all'embrione d'un valore d'uso è premessa indispensabile perché, qualora l'accrocchio fecondativo riesca, l'embrione si trasformi in qualcosa/qualcuno che ha in se stesso la propria finalità e che smette d'avere valore d'uso pena il decadere dell'acquisita sua dignità umana. Quando e come avvenga questa trasmutazione di senso, a prima vista legata semplicemente al successo d'una tecnica, non è dato sapere. L'embrione non è persona, si dice, ma quando avviene il passaggio dal non esserlo all'esserlo non mi è chiaro. Ve lo ricordate, no?, il paradosso di Achille e della tartaruga? Ecco. Siamo in panne in egual modo. Mi chiedo anche cosa significhi "persona". Immagino, nelle possibili risposte, un elenco di attributi riconosciuti anche dai codici (l'inviolabilità di principio, per esempio), ma mi sfugge l'atto o la circostanza fondativa dell'esser persona (il concepimento, la nascita, la formazione del dna, cosa?). Insomma, mi sono distratta io, si tratta di ignoranza o forse non è ancora stato elaborato un discorso serio su queste che sono ormai espressioni correnti, tanto diffuse quanto concettualmente nebulose? Ora mi si può dire: queste son quisquilie accademiche, qui c'è gente che muore di gravi malattie, si può avere il cuore di stare a soffermarsi su questioni teoretiche? Tra l'altro, leggo proprio ora, da un'intervista a Luca Coscioni sul Corsera Magazine: "Non credo a nessuno di loro. Non posso credere che considerino l'embrione davvero una persona, che possa soffrire per l'embrione: nessuno potrebbe farlo, perché la sofferenza, la compassione per gli altri sono legate a sentimenti, idee, emozioni che si incrociano nel mondo delle persone e non in cellule osservate al microscopio". Vorrei che si riflettesse su questo, intanto: l'umoralità che taluni lamentano pesare su queste disamine, il sentimento vibrante, la compassione, il Talitha, cumi che si vorrebbe pronunciato, se non da un dio che si dice morto, quantomeno dal dio moderno della tecnica, ebbene tutto questo pathos è nettamente sbilanciato a favore di chi è qui tra noi, visibile e tangibile col carico delle sue sofferenze. Quel che accade nell'infinitesimale non ci scuote altrettanto. Così come le guerre non testimoniate ci toccano di meno, così come tutto era diverso prima che qualcuno dimostrasse la sofferenza del feto abortito, così come tutto ciò che è lontano dagli occhi, è lontano dal cuore. Ma non è su questo piano che voglio scendere. La gara a chi si commuove di più e per cosa non mi interessa. A me interessa l'Essere. Il mio, il vostro, quello degli embrioni. L'Essere con la e maiuscola. E su questo tema ho già fatto in passato le mie riflessioni. Poiché considero assurdo - d'accordo con Severino - il concetto di "essere in potenza" (perché implica l'idea di nihil absolutum e quindi di un divenire che è continuamente nientificazione di ciò che è stato e creazione ex nihilo di ciò che è e che sarà), e poiché convengo nel ritenere il divenire il manifestarsi degli eterni nel cerchio (eterno) dell'apparire, ne consegue che tale (cioè eterno) è anche l'embrione, nell'ambito di questa visione, e necessario il legame che unisce il suo manifestarsi in quanto primo agglomerato di cellule al manifestarsi dell'individuo adulto ch'esso è destinato a diventare. Data questa premessa, va da sé che se la soppressione dell'individuo adulto è da considerarsi omicidio e se l'eventuale finalizzazione della sua esistenza al servizio di qualsiasi scopo è da intendersi come un insopportabile asservimento, tali principi morali sono da estendersi anche all'embrione. (Ricordo che questa tesi è considerata fuori dalla Chiesa e che si tratta - non ci sarebbe bisogno di ribadirlo, trattandosi di filosofia, quindi di un sapere interessato alla ricerca della verità e non alla fede - di una posizione assolutamente laica). La legge sulla fecondazione assistita cerca di salvare capre e cavoli operando un compromesso tra le possibilità messe a disposizione delle coppie sterili dalla tecnica e l'imperativo morale di garantire a ogni "essere in potenza" il suo svilupparsi in "essere in atto". L'accrocchio non riesce granché e s'arrampica su limitazioni (l'impianto di non più di tre embrioni per volta, che rappresentano il limite massimo di feti che in generale una gravidanza riesce a sopportare senza sicuro rischio di morte per qualcuno dei feti) che di fatto - lamentano i critici della legge - rendono inefficaci le tecniche di fecondazione assistita. (Anche qui però i pareri dei medici sono discordi). La fragilità del compromesso dipende in parte dalle premesse teoretiche (Severino ha mostrato perché a suo dire la difesa cattolica dell'embrione abbia i piedi d'argilla), in parte dallo scarso senso, quando non dall'impossibilità, di limitare l'efficacia della tecnica. La tecnica non è, infatti, se non è lasciata libera d'agire al massimo della sua potenza. Ora io ho qui espresso una tesi filosofica indigeribile ai più. E mica pretendo di convincere nessuno. Dico questo, anche a quelli cui questo approccio non importa un fico secco: definito genericamente l'embrione un "non ancora" o anche solo nient'altro che "materia organica", quale peso si intende conferire alla decisione di deviare il corso degli eventi che porterebbero lo stesso alla maturità di feto? Insomma, accade o non accade qualcosa di importante in questa decisione, che non merita d'esser liquidata con pressappochismo, trascuratezza ed eccessiva disinvoltura? Per indole, io che non gradisco sconti di nessun genere, amerei che si dicesse: sì, in quest'atto si decide un destino e si compie un sacrificio sull'altare di maggior bisogni e sofferenze. Si può arrivare a dire "io uccido", come dicevo in un post di qualche tempo fa, o anche soltanto - ma almeno! - "io interrompo un processo inevitabile che porterebbe a una vita umana". L'indifferenza no, non l'accetto. La sbrigatività e la noncuranza nemmeno. E mi piacerebbe anche che non si sbertucciassero le opinioni di chi considera l'embrione un individuo (in potenza o in atto), perché il dilemma morale che si pone non è da poco: essere cittadini di uno Stato democratico, che cerca di garantire a tutti eguali dignità, diritti e doveri, significa rimanere inerti e permettere ciò che si considera un omicidio? Siamo sicuri che la posizione, mettiamo, di un cattolico debba esser tacciata di illiberalità? Io per esempio, che ho detto come inquadro la questione, mi pongo questo problema: liberalizzerei tutto proprio perché sono convinta della giustezza di ciò che ho sopra esposto e perché, nella convinzione sperimentata giorno per giorno che la volontà di potenza vuole l'impossibile e non ottiene mai ciò che realmente vuole, se non nella propria illusione, lascerei andare questo fiume in piena dove vuole andare, cioè verso il paradiso della tecnica - e il massimo dell'angoscia - che l'attende. Dall'altro lato, so che così facendo mi renderei complice di questa violenza e firmerei la resa contro ciò che più mi ripugna, cioè la consapevolezza che il limite di ciò che si può fare venga spostato ogni volta sempre più in là e che la tecnica crea altrettanti bisogni indotti e dolori e angosce di quanti prometta con la sua faccia d'angelo di risolverne, sicché nulla, ma proprio nulla viene ormai accettato come parte del proprio destino, ma tutti si è spossessati della propria storia. Tutti pronti per amara ironia a tradurre l'antico conosci te stesso in un moderno "guardati dentro perché quel che t'accade te lo scegli". Finché però non si profili all'orizzonte la Soluzione. La pilloletta, l'operazione, la cellula magica, la provetta. Allora basta, non capiamo più niente. Completamente accecati, corriamo come forsennati dietro l'ultimo ritrovato miracoloso e tutto ciò che è d'ostacolo dev'essere travolto. Figuriamoci poi se si tratta di qualche insignificante cellula che non ride, non piange e non ti guarda negli occhi. Ed è impressionante il martellamento mediatico. La ricerca, la ricerca, la ricerca, vogliono bloccare la ricerca! Come se la Grande Cura fosse lì, dietro l'angolo. Invece sono anni e anni e anni che si favoleggia di queste staminali embrionali. C'è gente, tanta gente, che ride di Gesù Cristo in croce, gente che non crede a niente, ma guai quando parla il luminare, guai quando parla lo scienziato. Il filosofo no, una bella pernacchia. Il dutùr in camice bianco è invece il Vangelo. Ma un po' di misura, un po' di sano scetticismo, no? Gente, io spero che abbiate ragione voi. Io spero che non salti fuori un giorno uno che ci venga a dire, com'è successo per le questioni climatiche e ambientali: basta allarmismi, l'elenco delle balle è questo. Per finire, l'altro dilemma che turba chi pensa agli embrioni come vite umane in divenire è che sottozero ci sono 30mila embrioni sovrannumerari. Che farne? Buttarli via o usarli per fare del bene (detto col tono un po' enfatico)? Questo fatto a mio parere chiude la bocca a me, a quelli che, per tutt'altre ragioni, sono del mio stesso avviso, ed è la prova provata che la legge è splendidamente inutile, perché tutto quel che cerca, nello spirito, di impedire è già accaduto. C'è una legge sull'aborto, intanto, che ha già stabilito cosa una società civile pensa degli embrioni e financo dei feti. E ci sono 50mila aborti l'anno solo in Italia, dicono le statistiche (mi pare pazzesco, ma così ho letto sul Corsera). I radicali dicono che sono diminuti del 44% quelli clandestini, ma intanto né l'aborto, né gli anticoncezionali, né le associazioni di aiuto alle madri impediscono l'accadere continuo degli infanticidi. Il che dovrebbe far riflettere un po' certi positivisti e progressisti, che pensano di bonificare in quattr'e quattr'otto il lato oscuro della vita. Dunque, la legge è inutile, dicevo. Tutto questo lungo discorrere, anche. Perché la tecnica non aspetta, non considera obiezioni morali e/o filosofiche di nessun genere, non tollera alcuna limitazione e soprattutto produce coscienze tecniche. Ecco perché, in definitiva, irrido alla cosiddetta "scelta di coscienza", ne sostengo l'impossibilità - a meno di fingere di vivere in un mondo altro, fuori dalla Storia e dal nostro tempo - e sempre più mi domando il perché di tutta questa farsa.
Shangri-La, 19:59
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