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11.10.04
I WILL SURVIVE
L'uomo è ciò che non mangia
La mattina esce di casa prestissimo, senza bere nemmeno un caffè. "Non fai colazione?". "No, grazie", risponde, "non mangio mai". A cena, spilluzzica qualcosa e nulla più. "Come mangi poco!", gli si dice. Per tutta risposta, mostra una fototessera di qualche anno fa per sottolineare, orgoglioso, quanto sia dimagrito da allora. Si vede un volto solo un po' più pieno e rotondo, non certo il cascame di un doppio mento che reclama una drastica dieta. "Beh, mia sorella è peggio". In effetti sì, ormai è tutt'ossa. E l'altro fratello non è da meno: svogliato alquanto, a tavola accetta solo porzioni da nouvelle cuisine che nemmeno finisce. A un certo punto mi si fa chiaro un preoccupante quadro di anoressia familiare, una sorta di ritirata dal mondo e dalla soddisfazione dei sensi che accomuna tristemente tutti e tre. La cosa peggiore è che nessuno in famiglia sa prestare ascolto al muto disagio che l'inappetenza esprime. Mi sembra anzi che l'orgoglio materno si nutra anche del compiacimento d'avere tre figli magri magri, come detta la moda. D'altra parte capisco la strategia inconscia. Rifiutare il cibo e limitarsi allo stretto indispensabile è un modo per riservarsi uno spazio d'autonomia - per quanto alla lunga autolesivo - ai margini di un'adolescenza perenne, innaturalmente prolungata dalla difficoltà di trovare lavoro e di uscire di casa per vivere la propria vita. Sicché mettere in atto una sorta di politica della sottrazione dà voce al timore di non sapersi svincolare e di finire fagocitati nel ventre materno, senza tuttavia turbare apertamente il quieto vivere di chi non vuol vedere.
Shangri-La, 19:34
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