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28.10.04
TRENDY
Ogni cosa sai far tu
Mariarosa Bertolli viene al mondo mentre una cometa attraversa il cielo ed è subito chiaro a tutti che qualcosa di eccezionale è avvenuto. I primi vagiti della piccola - che mostra in fronte una cicatrice a forma di emoticon - gorgheggiano un motivo di Mino Reinato. L'intera sala parto - incredula - è tutta un ohhh di stupore e le ostetriche fanno il coretto. I parenti invece, pazzi di gioia, sparano razzi e fuochi d'artificio nell'area di atterraggio dell'elisoccorso. Ne rimangono mutili a una mano tre e orbi a un occhio due, prontamente ricoverati nel reparto Grandi Imbecilli. La madre, intanto, viene ricucita al ritmo della compilation dell'ultimo Festivalbar e per Mariarosa tutto questo è segno di un chiaro destino. Da grande, sposerà Nek, farà licenziare Mario Luzzato Fegiz e scriverà un'appassionata recensione dell'ultimo disco del genio musicale di tutti i tempi, Biagio Antonacci. Riempiendo pannolini e pannolini di pepite d'oro, Mariarosa cresce sviluppando un'interessante escrescenza di carne molle tra il mento e l'ombelico, che ne decreterà la fortuna mediatica. Per immortalarla, si farà vivo il noto fotografo, nonché malato terminale, Richard Avedon che, dopo un solo scatto, esclamerà: "Grazie Signore, bastonaci Signore. Ora posso anche morire". A due anni, nel tentativo di risolvere le sue prime preoccupanti crisi autistiche, i genitori le regalano, nell'ordine, un Black&Decker, Il Grande Libro del Voodoo, l'abbonamento al cinema a luci rosse Pussy Cat, il pallone Wilson e la scatola del Piccolo Cinico. Dopo sei mesi, Mariarosa comincia a soffrire di crisi epilettiche e a parlare in diverse lingue, sempre rigorosamente in terza persona. Infila dunque le sue cose nello zainetto Hello Kitty, prende da sola un treno diretto in Moldavia e lì vive per qualche anno, riuscendo a convertire al satanismo tutti i bambini dell'asilo e trovando conferma della propria vocazione alla leadership. A cinque anni si laurea giornalista professionista, a sei - sotto il nume tutelare del poster di Ciaccio Sanfilippo, appeso nella cameretta - diventa editore e direttore del giornalino della scuola elementare. A sette, a titolo di spirito di conciliazione tra Occidente e Oriente, si fa ritrarre in chador e calze a rete nella quarta di copertina del suo primo libro, La mia vita è un romanzo. Seguono articolesse e pubblicazioni tradotte in tutti gli idiomi, swahili compreso, e trascritte anche in cirillico. A dodici anni assolda il suo primo killer e a tredici si sente matura per la sua prima biografia: "Brava brava Mariarosa", sottotitolo: "Quando la vita è sempre rosa". Il resto è storia. O storiella, fate voi.
inviato da Shangri-La, 15:37 | permalink
27.10.04
I WILL SURVIVE
In the name of love
Nel delirio di questi giorni e queste notti senza tregua, coi neuroni impastati di Fissan, le spalle umidicce di saliva, le maglie macchiate da rivoli di latte, il polso slogato e le ossa indolenzite, è con piacere che mi accascio alle due di notte di fronte alla lugubre faccia da iettatore di Marzullo. Che è bravo, bisogna dire, a far dell'intervista introspettiva un'arte, alla faccia della vulgata che lo vorrebbe insipiente raccomandato tout court. Buona la scelta degli ospiti, intanto, se il buon Gigi è capace di pescare perfino nel mazzo delle aspiranti Miss Italia o delle vallette del sabato sera ragazze dalla conversazione piacevole e non banale. Comunque, ieri sera era la volta di Antonio Catania che, rispondendo a una domanda sul senso della sicilianità, ricordava di aver assistito, per le strade di Acireale, a un episodio in cui si possono leggere in filigrana la paradossalità, la furia, l'irrazionalità ma anche il calore appassionato dell'amore. Padre e figlio, raccontava l'attore, camminavano fianco a fianco sul marciapiede. A un certo punto il bambino sfugge al controllo del padre e attraversa improvvisamente la strada proprio mentre sopraggiunge una macchina. Brusca frenata e incidente evitato, per fortuna. Senonché il padre, accecato dall'ira, acchiappa il ragazzino e gli gonfia la faccia a furia di schiaffi, imprecando e inveendo. Sfogata la rabbia, d'un tratto il genitore si calma. Guarda il figlio con benevolenza, lo prende affettuosamente per un braccio e gli dice: "Hai visto? Potevi anche farti male".
inviato da Shangri-La, 16:01 | permalink
26.10.04
IL CIRCOLO DEI VASTASI
Francamente, me ne infischio
Ciuffo alla Crepet e occhialetti alla Pietropolli Charmet, oggi circola con un'elegante ventiquattrore Bridge e s'infila in un portoncino, proprio di fianco al Castello, dove riluce una targa in ottone: "Dottor ***, Psicoterapeuta". Se mai banda d'idioti vi fu, al liceo, lui certo non ne fu estraneo. E con lui una masnada di stimati (si fa per dire) professionisti in grisaglia, che ora insegnano (!), fanno gli avvocati, i manager, i travet in banca o sailcavolocosa. Tutti comunque con quel genere di curriculum buon sangue non mente che continua gloriose tradizioni familiari. Allampanati alcuni, imbolsiti da eccesso d'ormoni adolescenziali altri, spendevano cinque delle ore quotidiane dei sedici anni d'allora nella classe che tallonava per età e grado la mia. Tra i loro compagni di ventura, brillavano due o tre miei coetanei, ingloriosamente caduti tra la prima e la seconda guerra punica ginnasiale. Ed erano quelli più infervorati dalla voglia di spaccare tutto. Andava così: a metà mattina, il rifornimento di benzina era garantito da un buon numero di bottiglie di vino nascoste in bagno e naturalmente dal rituale giro di spinelli. Verso mezzogiorno, gli occhi erano lucidi quanto bastava, le guance rubiconde e la voglia di ridere tanta. Dopo l'una, prima di tornare a casa, cominciava la festa: sedie e banchi distrutti, la classe sottosopra, i bidelli costernati. Allora come oggi era vero ciò che un ragazzo ha detto ai microfoni di Radio popolare, all'indomani del fattaccio al Parini: "la scuola è lì per essere distrutta". Li guardavamo, noi che avevamo solo un anno di più, e ci sentivamo dei matusa. Onestamente, non so se per amore della res publica (ne dubito) o per antipatia epidermica, avremmo volentieri riservato al loro deretano trattamento analogo a quello subito dall'arredamento della scuola. L'alternativa tra punire ed educare non si poneva, per noi. Ci stavano solo francamente sulle palle. Così immagino avrei anch'io qualche prurito alla punta dei piedi, se mi trovassi oggi tra i turnisti del Parini. Ma non lo sono. Perciò mi concedo il lusso di provare una profonda compassione nei confronti di quei cinque mentecatti, contenta di non conoscerli personalmente, così da poter una volta tanto mantenere e vantare un educato atteggiamento di sinistra, alternativo a quello che può apparire biecamente destrorso del mio fraterno figlio dell'Arma. Li compatisco perché scommetto che l'anno scorso, quando avevano allagato qualche classe col medesimo sistema, queste menti acute siano state fregiate di galloni dorati dagli stessi compagni che ora avanzano col cappio in mano. Non solo. Penso che davvero la cosa sia andata al di là delle intenzioni (comunque vandaliche, d'accordo) per il banale motivo che questi sedicenni dall'età mentale di un undicenne non sanno minimanente valutare - e non per colpa loro - l'entità del danno provocato dall'acqua che filtra nei muri per una notte e un intero weekend. Nel loro mondo povero di cose e ricco di astrazioni, non c'è spazio per la maturazione di questa capacità di previsione molto terra terra. E' un mondo in cui le uova non le cova la gallina, ma il supermercato. Li compatisco infine perché mi pare che la punizione - pesantissima - sia già contemplata nel peso della vergogna, del senso di colpa, della pubblica riprovazione e del danno economico provocato alle loro famiglie. Tutte cose che incideranno non poco nella loro storia personale. Tuttavia la mia compassione è fredda, li schiaccia ancora di più sotto il peso di responsabilità che non sono tutte loro, e dimostra una fondamentale sfiducia nei confronti loro, dei genitori e della scuola tutta che, non sapendo tematizzare la propria insensatezza, la dissimula dando inconsapevolmente la stura a sintomatiche manifestazioni di isteria, disagio e noia. Le pedate più o meno metaforiche, invece, e i cliché delle minacce d'espulsione da tutte le scuole del Regno insieme con i brutali inviti ad andare in miniera (et similia) sono invece reazioni calde, passionali, tipiche dell'amore paterno e più auspicabili - per i protagonisti della vicenda - di qualsiasi bonarietà pedagogica che fa tanto pensiero debole in loden e Clarks.
inviato da Shangri-La, 17:33 | permalink
TRENDY
Desidero, ergo sum
La cosa buffa di tutti questi antioccidentali e buddhisti della domenica, infatuati di yoga, "filosofia" new age, non violenza, dieta vegetariana e ricette esistenziali insaporite da spezie orientali è che nessuno di loro prova mai a mettere seriamente in discussione la tirannia del desiderio. Eppure il nocciolo della questione è tutto lì.
inviato da Shangri-La, 14:07 | permalink
L'ARCO E LA FRECCIA
Impara l'arte
In piedi, a gambe leggermente divaricate, studia la sagoma delle lastre di serizzo che ha adagiato a terra come carte da gioco sparigliate. Poi con passo deciso s'avvicina alla pietra scelta, la posa piano, la preme un poco nella malta e nel mucchio individua sicuro la compagna adatta all'incastro perfetto. Procede così, senza esitazioni, a comporre il suo puzzle, mentre alla finestra noi due lo osserviamo e io ti dico guarda, guarda com'è bravo, un giorno anche tu. T'infili la lingua tra le gengive, sorridi e gorgheggi. Ghhhhh.
inviato da Shangri-La, 13:46 | permalink
19.10.04
TRENDY
Buon appetito
Lo senti latrare fin dall'inizio della via e ringhiare a denti sguainati per ogni passo che avverte prossimo al cancello. E' un cane di successo e s'immagina invidiato, mentre ulula alla luna e al palmizio che rabbrividisce nella nebbia. Signoreggia, il tarantolato, nel piccolo quadrilatero a ridosso del vascone di cemento e delle sdraio di questa patetica Rimini casalinga, dove d'estate si sguazza coi boxer fiorati a ritmo di tunz tunz. E' un cane di successo, sì, e tutti si fa a gara a lanciargli bocconi di carne trita e crocchette, certi del suo avventarvisi ingordo e sconsiderato. Lungo disteso, con l'occhio rovesciato all'indietro e le mascelle rilasciate, l'altro giorno dormiva satollo. O così sembrava. Oggi, invece, la sorpresa di un inedito silenzio. Polpette avvelenate, pare.
inviato da Shangri-La, 20:00 | permalink
IL CIRCOLO DEI VASTASI
Il lumacone
Avida e prensile la lingua, acquoso l'occhio, mutante la pelle: del suo passaggio era testimone la lunga scia di bava che correva lungo gli usci di tutto l'isolato. "E' stato qui, guarda. Se non gli lasciamo almeno un tozzo di pane, ci imbratterà di nuovo la cassetta delle lettere". "Uff. E' uno stracciapalle. Si fa mantenere da tutto il vicinato, il lumacone. Comunque, per quel che mi costa...". Che ti scoppi il ventre, pensavo, mentre ti lasciavo all'ingresso il sacchetto degli avanzi. Poi, poco a poco, ti sei dileguato e il serpentone vischioso che ti lasci dietro s'è trasferito nei quartieri alti, dove mi dicono ti sia fatto costruire una tana minimalista e scabra dall'architetto di grido, roba che io, neanche la cuccia del cane. Qualche vicino t'ha incontrato, di recente, e tu, infame, hai stortato il collo dall'altra parte, strisciando altrove fiero e altezzoso. Del resto, mangi succulenti topi di fogna, ora. Altro che pane e frattaglie.
inviato da Shangri-La, 18:23 | permalink
13.10.04
GLORY DAYS
Fuga per la vittoria
C'erano mattinate, al liceo, in cui la sola idea di entrare in classe mi stomacava. Urgeva cambiare aria per salvarsi l'anima. Specialmente nei giorni della settimana messi in croce da una raffica di italiano-latino-matematica-greco-filosofia. Cinque ore capaci di stroncare un fachiro. Sicché andavo alla stazione e prendevo il treno in direzione opposta a quella della scuola. Il giorno dopo, il controllo incrociato nelle rispettive classi rivelava che io e il Genio ci eravamo di nuovo ammalati nello stesso giorno. Non che ne facessimo un mistero. "Vi siete divertiti?", chiedeva provocatorio il prof di filosofia, quando presentavo la giustificazione. "Siamo andati a una mostra", rispondevo. "E poi le solite cose. Giro alla Ricordi e focaccina fantasia del Motta mangiata sui gradini del Duomo". Queste evasioni dal carcere mi insegnavano parecchio. A baciare, d'accordo, ma non solo. Intanto, scoprivo che le città non erano abitate solo da reclusi, carcerati a scuola o negli uffici. No. C'era gente, in giro. Tanta gente. Mi stupiva che vi fosse ancora una vita, là fuori, e aria fresca, luce, negozi e tram affollati a metà mattina. E anche - incredibile a vedersi - persone per le quali pareva normale concedersi in un giorno feriale il lusso di visitare con calma una pinacoteca, guardare cos'è uscito di nuovo in libreria o godersi l'ultimo tepore dell'autunno su una panchina davanti al Castello. Mi capita oggi di vivere una di queste strane parentesi fuori dalla solita routine. Con immutato stupore, mi chiedo come allora di cosa viva tutta 'sta gente che mi brulica attorno alle dieci del mattino, com'è che li hanno messi tutti in libera uscita a quest'ora, che incinti o post partum sicuramente non sono, e quale tra questi figuranti da trumansciò circoli abitualmente con una parrucca bionda e goda della mia vita dalle nove alle sette, lasciandomi a sera la lavatrice da fare e i panni da stirare. Chi è l'impostore, voglio sapere. Ché se lo becco, lo prendo, lo chiudo nel bagagliaio dell'auto, l'abbandono come un cane in autostrada e vado a reclamare la mia vita all'ufficio Oggetti smarriti.
inviato da Shangri-La, 19:42 | permalink
11.10.04
TRENDY
Dimmi come parli
Venti, trent'anni fa, in questo Paese, si insisteva nel sottolineare la differenza fra terrorismo e stragismo (di Stato, si precisava). Deduco si trattasse, allora, di una questione di lana caprina, se nessuno si dà ora pena di resuscitare questo distinguo lessicale.
inviato da Shangri-La, 19:50 | permalink
I WILL SURVIVE
L'uomo è ciò che non mangia
La mattina esce di casa prestissimo, senza bere nemmeno un caffè. "Non fai colazione?". "No, grazie", risponde, "non mangio mai". A cena, spilluzzica qualcosa e nulla più. "Come mangi poco!", gli si dice. Per tutta risposta, mostra una fototessera di qualche anno fa per sottolineare, orgoglioso, quanto sia dimagrito da allora. Si vede un volto solo un po' più pieno e rotondo, non certo il cascame di un doppio mento che reclama una drastica dieta. "Beh, mia sorella è peggio". In effetti sì, ormai è tutt'ossa. E l'altro fratello non è da meno: svogliato alquanto, a tavola accetta solo porzioni da nouvelle cuisine che nemmeno finisce. A un certo punto mi si fa chiaro un preoccupante quadro di anoressia familiare, una sorta di ritirata dal mondo e dalla soddisfazione dei sensi che accomuna tristemente tutti e tre. La cosa peggiore è che nessuno in famiglia sa prestare ascolto al muto disagio che l'inappetenza esprime. Mi sembra anzi che l'orgoglio materno si nutra anche del compiacimento d'avere tre figli magri magri, come detta la moda. D'altra parte capisco la strategia inconscia. Rifiutare il cibo e limitarsi allo stretto indispensabile è un modo per riservarsi uno spazio d'autonomia - per quanto alla lunga autolesivo - ai margini di un'adolescenza perenne, innaturalmente prolungata dalla difficoltà di trovare lavoro e di uscire di casa per vivere la propria vita. Sicché mettere in atto una sorta di politica della sottrazione dà voce al timore di non sapersi svincolare e di finire fagocitati nel ventre materno, senza tuttavia turbare apertamente il quieto vivere di chi non vuol vedere.
inviato da Shangri-La, 19:34 | permalink
08.10.04
GLORY DAYS
La prossima volta sarai più fortunata
M'è tornata alla mente chissà come quella tal Cinzietta, bellezza d'asino dei tempi che furono, protagonista delle nostre soap scolastiche nelle vesti d'una vezzosa Elena da spend poc. Si giocava quel giorno nell'erba fradicia del campo da calcio, fresco di pioggia. In scarpette rosa e tutina fichetta in tinta, lei correva come una forsennata alle mie calcagna. A proprio rischio e pericolo, visto ch'ero allenata e veloce di mio. Ma c'era tanto di quel desiderio di rivalsa nel suo lanciarsi oltre le proprie forze che mi fece quasi tenerezza quando, giunta alla meta e segnato il punto per la mia squadra, compresi, voltandomi, perché tutti ridevano a crepapelle. Indelebile monito a guardarsi dall'hubris, mi è rimasto il ricordo di lei distesa a corpo morto, con la bocca nel fango e inzaccherata da capo a piedi. Ne ho conosciute diverse altre, di Cinziette smaniose, nel corso degli anni, e per ciascuna mi sovviene l'immagine premonitrice di una tuta rosa confetto, grottescamente imbrattata di melma. La prossima volta sarai più fortunata, penso ogni volta, sorridendo sardonica tra me e me. Forse.
inviato da Shangri-La, 16:33 | permalink
I WILL SURVIVE
Non è la gelosia quello che sento
A volte è rosso passione. Altre, giallo gelosia. Altre ancora, bianco verginità. Un colore per ogni stato d'animo: questo dice di sé al mondo l'uomo con la rosa in mano, addossato alla solita colonna sotto i portici. E non una parola, nessuna a nessuno. Se ne sta solo, in piedi, e impugna alto il fiore per il gambo, come fosse quella l'unica fiaccola accesa nel buio della sua mente. E' di quelli che fuma con piglio igienista, con la sigaretta tra pollice e indice, lo sguardo fisso alla brace, dopo ogni boccata, e le labbra strette strette, quasi inghiottite. Me lo immagino, dopo l'amore, affrettarsi in abluzioni purificatrici, perché forse sì, è di troppa purezza di cuore che s'impazzisce. Qualche tempo fa ne scrisse il giornale locale. Pare avesse perso la testa, quel poco che rimaneva, per una commerciante del centro. La importunava di continuo - denunciò lei - stazionando tutto il giorno fuori dal negozio e offrendole amore, rose e dedizione non gradita. I carabinieri lo convocarono in caserma, lo ascoltarono, sorrisero mestamente e lo lasciarono andare. L'altro giorno l'ho visto in piazzetta, come sempre. Benvestito, perfettamente sbarbato e coi capelli divisi da una riga maniacalmente dritta, confortante monumento alla più folle delle fedeltà, quella non corrisposta. Aveva scelto la rosa gialla che, dicono, mette in guardia dagli sguardi invidiosi. Dritto e fiero fumava e pensava ai casi suoi, consumandosi come cenere sotto gli occhi della sua bella.
inviato da Shangri-La, 14:47 | permalink
06.10.04
L'ARCO E LA FRECCIA
L'alba dentro l'imbrunire
Passeggiata in centro, noi due soli, all'imbrunire di un ottobre ancora tiepido.
Camminando, lo sguardo scivola su vialetti di ghiaia, fazzoletti di verde sparuto e nani da giardino, che occhieggiano dai cancelli di ville un tempo signorili e agiate, oggi imbronciate come dive decadute, sotto il peso di troppo rimmel raggrumato.
Tutt'attorno, matitoni di cemento colorato disegnano le bizzarre e angolose geometrie del nuovo bello. Palazzi nati vecchi e stanchi, che all'alba dei tuoi vent'anni ti stringerà il cuore guardare, mentre rincasi perso in altro.
Come questo caseggiato che sfioriamo, fatiscente e scrostato sanvittore di periferia, ma col cancello elettrico che non si nega a nessuno e il videocitofono, perdio.
Nello spiazzo di una delle tante fabbrichette traballanti tra la cassa integrazione e la chiusura, un padre afferra la sella di una piccola bicicletta, accompagnando di corsa i primi accordi di due ruote stonate.
Prova e riprova, la bimba, poi si volta mordendosi il labbro per controllare che nessuno ne osservi i maldestri tentativi.
Così facevo anch'io, tra una caduta e l'altra, mentro rubavo allo sguardo divertito di mia madre cenni di approvazione o di incoraggiamento.
Poi guardo te, mentre sobbalzi assonnato nel marsupio, e penso al momento in cui afferrerai nell'aria, quasi per caso, la magia dell'equilibrio e sarò lì a dirti bravo, bravissimo, correndoti incontro.
inviato da Shangri-La, 21:36 | permalink
04.10.04
IL CIRCOLO DEI VASTASI
Finché noia non ci separi
Psichedelici anzichenò. E acrobatici, tormentati, tatuati di vistose e sofferte cicatrici esistenziali. Scrittori, insomma, con la s maiuscola, confermano ossequiosi lo specchio e l'umile corte piegata a novanta, gentilmente, ma con fermezza, allontanata. Ché non cercano lor signori, si badi bene, il facile plauso delle mosche al mercato. Perché a suon di cazzuolate sono ormai cementate inscalfibili convinzioni di merito pronte a svergognare il vano rosicare di chi non risica e tuttavia schernisce. Scrittori a centinaia, dunque. Di più, migliaia. Manieristi in carriera, cantori del nulla che è e coltivatori diretti di sogni di gloria, titillano il buon tempo plasmando frammenti di antimateria dalla siderale distanza emotiva di chi atteggia superomismi oltre l'umano troppo umano. Li leggo - vi leggo - con gli occhi lucidi. Ma non è commozione. Son le lenti a contatto a lacrimare su queste pagine ostili, minimaliste e anoressiche, buone per i dieci decimi di un cultore della lettura estrema. Tuttavia non demordo. Mentre il piffero suona e l'abbaglio altrui incanta anche me, torno a versare nei vostri otri la mia parte di spreco che vi cresce tutta. Finché noia non ci separi.
inviato da Shangri-La, 14:35 | permalink
TRENDY
Magnifiche sorti e progressive
Su una cosa sembran tutti concordi: la clonazione, mai. Ipocriti. Sanno bene che nessuna legge né imperativo pseudo etico fermerà questo treno in corsa. La clonazione si farà, garantito. All'inizio clandestinamente. Poi si dirà che bisogna far rientrare il sommerso nell'alveo delle pratiche sanitarie regolamentate e allora si discuterà la legge. I cattolici ingaggeranno la solita battaglia persa contro la tecnica e i radicali faranno una campagna referendaria degna di uno spot di Spike Lee: gigantografia del Mahatma e slogan "clonarne uno per educarne un milione".
inviato da Shangri-La, 14:23 | permalink
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