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30.07.04
INDICE PUNTATO
Delitto e castigo
Leggo sul morituro Quattroeunquarto che "Oggi la stragrande maggioranza delle persone sta in carcere con altre ragioni, o scuse. La ragione del desiderio punitivo e vendicativo delle persone". E' un'affermazione vera, non è vera, è condivisibile, non lo è? Impossibile rispondere: c'è la gente di mezzo. Cioè tutti e nessuno al tempo stesso. La gente è un fantasmatico, ma non per questo meno reale, oggetto del pensiero. L'oggetto del mio pensiero. Il mio uomo massa, insomma, quello che la mia sensibilità mi rappresenta nel corso dell'incessante confronto tra l'io (con la sua inavvertita molteplicità) e il mondo, dove l'uno e l'altro termine di questa polarità sono in un rapporto di continuo commercio e quindi solo astrattamente individuabile - per lo più a beneficio dell'andamento dialettico del pensiero - come lo stanziarsi di poli distinti e autosufficienti. Ora il mio uomo massa, la mia gente è antica più di quanto non sappia di essere. E' arcaica, greca, cristiana, pagana, moderna e contemporanea al tempo stesso. La mia gente non è semplice. Non è forcaiola tout court. Piuttosto, non ha appigli etico-culturali sufficientemente saldi, al momento, per riuscire a metter pace tra tutte le sue anime. Soprattutto di fronte al sangue. Che una di queste anime sia appartenuta - e appartenga per retaggio culturale - a un dio geloso e vendicativo è certo. Che quel dio abbia generato da sé il superamento della propria stessa weltanschauung, sublimata in una divinità più tollerante e pronta al perdono, è altrettanto certo. Che dio sia morto il giorno stesso in cui ha abbandonato la propria arcaicità per scendere a compromessi col pensiero tecnico e tentare la via della modernità, e che infine questo processo di necrosi sia senza ritorno è un'ovvietà filosofica - e quindi elitaria - della quale nemmeno l'ateismo modaiolo ha compreso la portata. E tuttavia è una realtà anche questa. Quindi siamo qui: noi e il sangue, le mani tra i capelli, confusi, nessun dio cui appellarci, nessuna comunità alla quale stringerci, nessun codice cui fare riferimento. Il sangue va lavato: lo sappiamo per istinto primigenio. Ma non sappiamo come, quando e perché. Il crimine va espiato: anche questo sappiamo per istinto di conservazione di quel che resta del nostro vivere associato. Ma anche qui non sappiamo più come, quando e perché. Ora, che si denunci la condizione disumana in cui versano le tante carceri fatiscenti di questo Paese è cosa dovuta. Ma bisogna anche capire che il carcere in quanto tale è uno degli ultimi baluardi di una cultura che, prossima al crollo, si aggrappa alla fede nell'inoltrepassabilità di un limite etico nonostante la Tecnica sia lì a dimostrarle, ogni giorno, che la volontà di potenza ha successo e che tutti i limiti sono oltrepassabili. Non solo. Bisognerebbe cogliere anche l'incolmabile abisso che c'è tra la più disgraziata delle vite dietro le sbarre e il sangue versato, altrimenti si finisce per fare un discorso che alimenta colpevolmente la conservazione dello status quo senza dare altro contributo alla cosiddetta crescita della coscienza civile se non quello di dire a questa stessa coscienza: vergognati di te stessa. Ora la questione carcere sì - carcere no non può essere trattata in termini massimalisti. Né in termini blandamente moralistici, sia in un senso che nell'altro. Nemmeno il Codice di per sé solo - anche laddove stabilisce i termini di legge nei quali è lecito applicare le misure di custodia cautelare - basta a illuminare l'agire fuori da ogni ragionevole dubbio. Prova ne è il recente ritorno alla ribalta di un celeberrimo fatto di cronaca, attraverso il quale è risultata evidente l'opinabilità delle considerazioni sulla base delle quali si stabilisce la reale pericolosità sociale di un indagato, di un imputato o di un reo. S'è visto che le reazioni alla temporanea conclusione di questo caso giudiziario hanno da più parti stuzzicato argomentazioni di ordine sociologico nonché osservazioni in merito al sistema giudiziario in generale, al Codice penale e alla sua applicazione. Intanto, ammesso e non concesso che la "gente" si scandalizzi del fatto che una condannata a 30 anni di reclusione per un reato gravissimo, seppure in primo grado di giudizio, rimanga a piede libero, ciò avviene, a mio parere, non per gusto forcaiolo o istinto di vendetta. Né la Procura che non ne ordina l'arresto agisce in tal senso per motivi umanitari, per incoerenza o perché la condanna non è ancora definitiva. Nossignore. Lo fa, io ritengo, per un motivo ben peggiore dal punto di vista dell'interessata (se solo la signora arrivasse a comprendere la mostruosità della cosa). Lo fa perché ritiene - evidentemente sulla base delle perizie psichiatriche - che l'assassina fosse capace di intendere e di volere al momento del delitto, nonché animata da un preciso movente che su quel bambino e solo su quello doveva scatenarsi nella furia omicida. Questo a prescindere dalla probabile rimozione psicologica del fatto commesso. In sostanza, la Procura deputata alle indagini s'è fatta un'idea dell'assassina (o presunta tale, fino a prova contraria) ben più atroce di quella che si sarebbe fatta l'opinione pubblica, peraltro comprensibilmente disorientata, che la ritiene - sulla base dei fatti a sua conoscenza - semplicemente una squilibrata. In conclusione, certo pressappochismo alla Alberoni, con il quale si liquidano troppo superficialmente problematiche che attengono alle radici di tutta una cultura, e l'immaturità dei tempi, che impedisce a visioni altre di attecchire nella coscienza collettiva, congiurano a sufficienza per inficiare le già fragili basi teoretiche di una revisione complessiva del rapporto tra delitto e castigo. Ma non c'è dubbio che il colpo di grazia alle stesse arrivi dal ricorso a esempi che ritengo sbagliati e fuori luogo. Franzoni e Battisti su tutti, giusto per non fare nomi.
Shangri-La, 11:24
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