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29.06.04
I WILL SURVIVE
L'abc di Internèt
La forzata inattività cui mi costringe l'inedita mia camminata da pinguino ha i suoi pregi. A parte l'autocompiacimento estetico che mi viene dalle estemporanee citazioni cinematografiche della falcata, a tratti assai somigliante a quella di Charlot, devo dire che sto scoprendo un mondo. Il mondo dell'ora di pranzo davanti alla Tv. La si direbbe consacrata all'abbiocco catatonico e invece no, siori e siori, si vede gente e si imparano cose. Roba che neanche Quark. Sarà che la fascia oraria si presta all'allestimento di una sorta di Università Catodica della Terza Età - ché questo si presume sia il target di riferimento, in quel momento -, fatto si è che può capitare di esser amabilmente istruiti sull'abc di Internèt da due giovani docenti. In arte bloggers.
"Ma tu guarda!" "Chi sono 'ste due, le conosci?". "Sono due che hanno un blog, papà". "Ah". "Amiche". "Ah". "Cioè, si stimano e si fanno tanti complimenti". "Ah. Senti, il geometra...". "Sssttt. Ascolta, parlano di Internèt, puoi imparare tante cose!". "Sì. Stavo dicendo, il geometra...".
"Adesso raccontiamo a Michele il mondo della rete...", sento dire con fare cantilenante, mentre Mirabella - perfidamente inquadrato dalla regia - se ne fotte e chiacchiera allegramente per i fatti suoi, né più né meno dell'ultrasessantacinquenne seduto al mio fianco. Il pubblico, imbalsamato e impagliato nella tribunetta alle spalle delle due brave presentattrici, non è da meno: con l'occhio vitreo e le braccia goffamente conserte dentro il vestito buono, ma ormai troppo stretto, di qualche trippa fa, esibisce la stanca partecipazione d'un sorriso mangiamerda, nonostante la declamazione entusiasta, fornita dalle due, del bignamino del giovane navigatore, con il previsto corollario di comunità, ciat, nicneim, da dove dgt, m o f , sesso virtuale e acchiappanza. Cose che così raccontate meritano una sola definizione nel dialetto di queste parti: cilapadi. Fesserie, insomma, bazzecole, robe da perdigiorno. Anzi, peggio. Passatempi da impotenti acchiappanuvole, che tentano di afferrare l'ombra di un contatto sessual-amoroso che la realtà nega loro. A chiusura del già sentito e già detto che con tono forzatamente vivace e divertito ci è stato ammannito sul fenomeno Internet, non poteva mancare - e non รจ mancata - la medicalizzazione patologizzante - la patacca finale, insomma -, gentilmente offerta in studio da una psicologa dall'aspetto vagamente iettatorio. D'un tratto, di fronte alla salutare distrazione dei miei nei confronti di 'sto prolisso quanto garrulo pistolotto, m'è parso chiaro che la vecchiaia è una brutta malattia che colpisce preferibilmente in giovane età. Ti viene a tradimento quando cominci a campare sulla retorica del tuo giovanilismo d'accatto e non t'accorgi di quanto diventi patetico, ti raggrinzisce quando a beneficio del volgo presunto ignorante frulli dentro un beverone di banalità i comportamenti della tua generazione preventivamente ridotti a macchiette e quando cominci a dire che ai tempi tuoi - e lo dici col mento visibilmente sporco di latte - dovevi frequentare le comunità virtuali americane perché qui in Italia bla bla, ti viene e t'accoppa senza pietà quando cominci a somigliare a uno scolaretto adattato preoccupato di far bella figura col suo compitino, quando risulti, insomma, la persona giusta al posto giusto: inodore, incolore, insapore.
"Se notate che un anziano diventa irritabile e mostra segni di stanchezza, portatelo subito al pronto soccorso", diceva un medico, intervistato al Tg subito dopo, per il solito servizio sull'emergenza caldo. "Sì, così se lo dimenticano in astanteria per otto ore", commenta mio padre. "Tutta un'altra cosa, eh, crepare di caldo al pronto soccorso?", gli dico. "Piuttosto senti, da quanto non ti colleghi in rete?". "Da un po'. Mi sono stufato".
Shangri-La, 18:58
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