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11.05.04
I WILL SURVIVE
Vorranno la foto col sorriso deficiente
Io lo so che tu mi capisci con uno sguardo. Lo vedo da quel tuo riso sardonico, di là dal tavolo, e da quel tuo non chiedermi mai note a margine. Tra noi, poche parole, aspre discussioni, a volte, e intese di pelle. Troppo facile, lo so. La stessa pelle, gli stessi occhi, gli stessi capelli, noi, sarcastici e rabbiosi in ugual misura. Ma ora come la spieghiamo agli altri questa cosa che ci brucia dentro da sempre, come glielo raccontiamo il furore di uno che ha gettato il saio alle ortiche e la ricchezza che sfuma e la fame, l'Oceano di mezzo, i pozzi di petrolio, le rivoluzioni, le scarpe di un cadavere rubate e indossate, l'odore della divisa e il tizio che si nasconde sotto al letto ma gli spuntano i piedi, i truffatori, gli assassini, i morti di mafia, quello gettato in piazza, incaprettato, e lei sposata per forza che vola giù dalla finestra davanti ai due figli. Con che coraggio glielo diciamo che ci scorrono nelle vene uomini e donne con una testa così, che se solo avessero avuto un'opportunità, una sola nella vita, e invece manco quella, sempre a sopravvivere tacendo, frustrati, sì, e incazzati molto. Se solo avessero studiato. Ma studiare no, non serve a niente, lo sappiamo ben noi che siamo stati i primi e ci siam barcamenati come potevamo, alcuni a far lavori detestabili, righe di codice su righe di codice, if then else / if then else, e la sera, mentre discutiamo di quel che dicono questi che giganteggiano sui piedi d'argilla, ci va il sangue al cervello. Letteralmente. Come glielo diciamo che non siamo mica gli Americani e quasi ce ne rammarichiamo, perché solo tra italioti brilla sempre il più ruffiano, senza merito, e come glielo spieghiamo che la rabbia è cosa grande e umana. E che ci fa schifo quasi tutto, tranne lo schifo stesso, perché viene a dirci che non siamo morti dentro, anche se è così che ci sentiamo tutte le volte che diciamo a noi stessi ma chi te lo fa fare, sta' calmo, sta' tranquillo, tanto non serve a niente. Eravamo quelli che correvamo più veloci, noi, ma ci hanno passato il testimone cento metri indietro. E dentro il testimone c'erano tante cose, c'era la convinzione di valere, c'era l'orgoglio che non potevamo permetterci e la ruvidezza sociale che ai signori nessuno non si perdona. Nel testimone non c'erano viaggi all'estero, anzi, non c'erano viaggi tout court, solo professoresse d'inglese balbuzienti e la paura atavica di trovarci da soli, senza aiuti di sorta, com'era capitato ai nostri padri. C'erano libri che leggevamo quando si rideva del nostro leggere e libri che non tocchiamo più ora che tutti se la tirano con la cultura modaiola del passaparola. Perciò i teorici del reale che è razionale e del razionale che è reale sono nostri nemici giurati e le parabole sulle aquile che si credono polli ci fan venire l'orticaria. Ma di notte, a occhi sbarrati, ci chiediamo se per caso non siamo tutti sbagliati, se non facciamo un po' pena e se non siamo che dei falliti, come da copione familiare, e ci viene il dubbio che sarebbe preferibile non essere quelli che siamo. Ci strapperemmo i capelli e la pelle di dosso per avere un po' di quell'odore da salotto, per indossare un giorno una di quelle camicie bianche e intrufolarci là dove non ci lasciano entrare, a tradimento. Un giorno, un giorno solo, per scompigliare tutto. Ma poi quaggiù qualcuno ci ama, accarezza le nostre rabbie e ci porta al fiume, dove loro non sono più nulla.
E figlia, figlia, non voglio che tu sia felice, ma sempre contro, finché ti lasciano la voce. Vorranno la foto col sorriso deficente, diranno: "Non ti agitare, che non serve a niente" e invece tu grida forte la vita contro la morte.
Figlia, Roberto Vecchioni
Shangri-La, 15:27
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