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13.05.04

I WILL SURVIVE

Le discese ardite e le risalite

Mi coglie un dubbio, Squonk: stiamo parlando di me o stiamo parlando di una canzone? Perché se stiamo parlando della canzone e tu hai colto il senso di "non voglio che tu sia felice" - non crederai mica, vero, che Vecchioni o un qualsiasi altro padre sano di mente non si auguri la felicità dei propri figli -, la divergenza di interpretazioni è risolta in partenza.
E sì, certo che Vecchioni ha un certo tipo di poetica, certo che è molto "partenopeo" nell'afflato sentimentale e non gli è propria certa sobrietà e asciutezza di stile che appartiene ad altri, ma che c'entra? Una canzone non è una summa theologica né un ricettario per il buon vivere.
Già la citazione del solo testo la mutila in maniera imperdonabile e la espone a considerazioni parziali, ma dire che è "retorica" ha per me in questo caso poco senso. Sarebbe come a dire, mutatis mutandis, che è retorico un verso come "ciascuno sta solo sul cuore della terra", perché no, ci sono la mamma, il papà, gli amici, i fidanzati, i blogger... E vabbeh.
Se invece stiamo parlando di me, allora ciao. Anzi, no, spiego. Il frustrato, il cupo o il livoroso qui e altrove evocato (e da me a quanto pare egregiamente rappresentato) esiste, a tutto tondo, solo all'interno di un artificio retorico (e dico questo, "artificio retorico", senza alcun intento svalutativo. Anzi. Per me la retorica è una gran cosa e ne ho già parlato, ma lasciamo perdere ora).
All'interno di questa dimensione inscindibilmente legata alla parola, il topos del frustrato - che ingiustamente certo psicologismo priva di dignità letteraria ed esistenziale - richiama irresistibilmente quello del lustrascarpe, che si configura come polarità opposta di un intero.
Questo era il senso dei due post che hai interpretato in maniera che io considero molto riduttiva. In definitiva, quel che mi stupisce è l'incredibile povertà di lettura che vedo in giro e che si siede su schemi teorico-interpretativi dati per scontati, manco fossero leggi fisiche.
Sicché se una scrive in un certo modo ed esprime seccamente certe opinioni, è immediatamente etichettata come livorosa e incazzosa. Se fa l'umorista alla Gnocchi e si mette in posa per "la foto col sorriso deficiente" (sempre uguale, sempre quello), allora è l'icona della felicità contagiosa.
Ommadonna, a parte che Polly Anna mi fa venire l'orticaria e a parte il fatto che io non credo minimanente alle maschere, cioè, etiomologicamente alle "persone", una cosa mi preme dire: le semplificazioni della psicologia americana e del pensiero positivo, che ormai sono luogo comune e che pure hanno punti di merito, sono esiziali se non vengono contestualizzate e ridimensionate.
In altri termini, trovo che sia un mondo assai depauperato quello nel quale la devianza, la rabbia, la frustrazione, la depressione e quant'altro siano visti in un'ottica esclusivamente patologica e non se ne intuisca più - cosa che invece il mito si incaricava di rappresentare (le discese agli inferi, le carestie, le siccità, la peste, le caverne delle idee eccetera) - il valore euristico, in termini di comprensione del sé e del mondo.
Non c'è crescita verso l'alto senza discesa: questo volevo rimarcare. Ecco perché reagisco sempre con fastidio a certi tentativi un po' castranti di bonificare a priori i terreni impervi della comunicazione, delle relazioni, della conflittualità e anche dell'aggressività che è parte della natura umana.
Occhio a far torto ai demoni: vogliono essere riconosciuti e godere di diritto di cittadinanza. Se non glielo si concede, ci si ritrova in breve in mezzo alla peggior barbarie, inermi e incapaci di reagire.
Un tempo la cosa era chiara ed era attraverso i riti sacrificali che si concedeva loro spazio espressivo, era all'interno di una comunità avveduta e profondamente religiosa (di quella religione cui anelo, in cui tutto è legato con tutto) che ciò che ora definiremmo borderline era trasfigurato in altro.
Va bene, è una dimensione persa, inutile fare i passatisti. Tuttavia, apriamo gli occhi e guardiamo dove mettiamo i piedi. La blogosfera è un ottimo punto d'osservazione di questi fenomeni.
E infatti a mio parere si va qui verso una normalizzazione delle potenzialità eversive attraverso la definizione di codici comportamentali ispirati a familismi un po' da clan.
Non ci sarebbe nulla di male in tutto questo, non stessero diventando, il gioco, il calembour e il ballo sulle punte, l'uniforme che segnala la reciproca appartenenza degli alunni della sezione A. Ecco, se era di me che stavamo parlando, vorrei solo dirti che non sono tesa. A disagio sì, però. E alienata anche. Ma va bene così.


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