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16.04.04
INDICE PUNTATO
Risposta a un commento
Messaggi di cordoglio, funerali, occasioni buone per piangere, partecipazione sentita: nulla è più lontano da me. Tuttavia onoro il modo in cui quest'uomo è morto e dico che è riuscito a cambiare di segno all'intera situazione. A me non frega nulla di che mestiere s'è scelto o non scelto uno, cosa che invece è cara a certo cretinismo di sinistra. Mi importa quel che un uomo dà a vedere di sé e se vedo bellezza e grandezza, lo dico. Naturalmente, non scelgo io quale condizione umana osservare più da vicino e quale più da distante. Come tutti, sono un dasein, sono gettata in una situazione particolare, mi è dato un punto di vista sul mondo e a partire da quello costruisco me stessa. È assolutamente naturale che ciò che capita a un connazionale abbia un rilievo impari rispetto a quel che accade a un iracheno che cade sotto le bombe o nel corso di una sparatoria. Soprattutto in una circostanza drammatica come questa. Lamentarsi di questo e tirare in ballo tutti i morti che non vediamo, questa sì che è retorica della peggior specie. Un italiano non è uno qualsiasi, per me. E' uno che parla la mia stessa lingua, è vissuto nello stesso Paese, ha attraversato le stesse vicende storiche, a scuola gli hanno fatto leggere Dante e Leopardi, come a me, è nato magari in posti che conosco e dei quali ho respirato a fondo l'aria. Se è vero che nihil humanum a me esse alienum, figuriamoci quanto può essere vero quando questo humanum è a me vicino, nonostante la banale estraneità del non conoscersi personalmente. Constato tuttavia che molti riescono a vedere un abisso invalicabile tra sé e l'altro - di volta in volta il militare di turno, il sospetto di destrismo fascista e quant'altro - nonostante questa evidente appartenenza a un terreno comune. Vedo in questo furore sgangherato, che fa scrivere e parlare costoro al di fuori di ogni controllo stilistico, gli effetti esiziali dei dannatissimi anni Settanta. Mi pare di sentire una manica di sessantenni inveleniti, non sai se per i sopraggiunti problemi alla prostata o per il cimitero che s'avvicina. Ma non vorrei andar fuori tema: la scrittura e la parola sono il nodo della questione. Nella foga di esprimersi, molti dimenticano un fatto fondamentale: non hanno mai imparato a farlo. Brutto a dirsi, ma tristemente evidente. Vomitare parole è altro dal comunicare, altro dallo scrivere. Ora, sembrerebbe un diritto inalienabile dir quello che si pensa. Ma quel che si pensa è un corto circuito con quel che si sa dire, sicché non c'è pensiero senza arte dell'espressione e non è vero, è una gigantesca balla che l'opinione di uno valga l'opinione di un altro. È mestiere, gente. E non è colpa vostra il non saperlo fare, questo mestiere, e il finir per dire cose abnormi in modo abominevole. È colpa vostra il non limitarvi a fare quel che sapete fare. Punto e basta. Ora, magari sarà un mestiere da poveracci, il buttafuori. Ma bisogna saperlo fare, anche questo. Fabrizio Quattrocchi lo sapeva fare? Aveva il fisico adatto? La fermezza, i nervi saldi? Gli auguro di sì, non so. So solo com'è morto: a testa alta, per quel che ha potuto. Quindi, tanto di cappello. Per me c'è differenza tra uno che si fa ammazzare così e uno che - come dice Neri - se la fa sotto. Il primo lo ammiro, perché io non avrei saputo farlo, il secondo lo compatisco, come compatirei me stessa nell'analoga situazione. Così come c'è differenza tra una cosa ben scritta e una mal scritta, tra un sequestrato e un boia incappucciato, tra un mondo complicato e contraddittorio e un universo della cui ricchezza si favoleggia a sproposito, tra una cultura che ha detto a se stessa che gli dèi sono morti e gente che guai a toccargli il Profeta. Io non posso prendere sul serio gente che impugna la scrittura come una pistola senza sapere neppure dove sta il caricatore. Non posso prendere sul serio chi dà per scontato il mondo cui appartiene e non s'avvede più di quanti secoli di storia, fatiche, pensieri e conflitti ne costituiscono le fondamenta. Non posso.
Shangri-La, 18:36
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