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23.04.04

I WILL SURVIVE

L'appartenenza

"Apolide".
"Che, cosa dici?", mi prendevano in giro i miei coetanei.
"Apolide: non sai cosa vuol dire?".
Una battaglia persa. Avevo imparato quella nuova parola - che sentivo tagliata su misura per me - leggendo il diario di Anna Frank.
Così come mi colpì molto il Pavese che diceva: avere un paese è importante. Tra il non averne mai avuto uno e l'esser sradicata da quello d'origine, come capitava ai miei, non avevo dubbi: di gran lunga era preferibile morire di nostalgia piuttosto che sentirsi la terra franare sotto i piedi.
Ricordo che quand'ero ragazzina, non poter vantare tre generazioni di lombardi alle spalle era ancora una cosa di un certo peso.
E ricordo anche il paginone che una volta il giornaletto locale dedicò al "problema" dell'immigrazione - allora unicamente nella direzione da Sud a Nord -, con il virgolettato che attribuiva a mio padre una frase da lui mai pronunciata, del genere: "Io qui sto bene, ormai mi sono integrato".
"Integrato io?", sbraitò leggendo l'articolo, "Questo idiota d'un padanicolo non ha capito niente o ha fatto finta di non capire. Io non mi devo integrare con nessun nordonzolo! Questi stanno indietro di duemila anni!".
Non sapevo se ridere delle sue solite sprezzanti invenzioni linguistiche - che ormai fanno parte integrante del mio lessico familiare - o se piangere dell'intera idiozia leghista ante litteram.
Ogni tanto gli dicevo: "Beh, dai, papà, non si sente poi così tanto l'accento" e lui rideva della mia ingenuità e della sua cadenza marcatissima, che nessuna distanza ha mai stemperato.
Ci misi un bel po' ad accettare chi ero, la faccia che portavo in giro e il mondo a tinte forti che mi cresceva dentro. Tuttavia, la pena di sentirmi un pesce fuor d'acqua non è mai venuta meno, anche se con gli anni ho imparato che gli dèi della comunità se ne stavano andando a gambe levate da queste campagne lambite dalle risaie.
Il che spiega il successo del leghismo. Mica Roma, le tasse e palle varie. La disperazione di essere niente, questa è la benzina che ha alimentato le brigate lumbard.
I sintomi erano visibili molto prima che due fidanzatelli andassero in giro a scrivere sui muri "Padania libera". Il paesotto, infatti, già diviso tra due campanili, era attraversato da correnti di insofferenza reciproca, tra gruppetti di neo-parvenu, bande di terroncelli che abitavano il cosiddetto Bronx e cattolici integralisti, che già non potevano vedere quelli dell'altra parrocchia, figuriamoci gli "infedeli".
Il giornaletto locale - allora odiatissimo feudo democristiano - ora è nulla più che un'accolita di scoppiati, che in nulla si distinguono, oggi, da quelli che, come si diceva, "non avevano il dono della fede". Stessi divorzi, analoghi fallimenti, medesimi tradimenti e la pillola contraccettiva in tasca.
Ci fu un tempo in cui ancora si davano pena di scrivere quanto fosse difficile organizzare una qualsiasi manifestazione che trovasse risposte entusiaste nella gente. Ora non sprecano più nemmeno il fiato. Quasi tutti i cinema hanno chiuso, le stagioni teatrali non si fanno più e i locali non se la passano meglio. I ragazzi si vergognano di questo posto e non vedono l'ora di prendersi la patente per passare le serate fuori di qui, possibilmente tornando tutti interi.
Non c'è uno straccio di vita sociale e nessun trascorso tentativo di innescare qualsivoglia dibattito è riuscito a far parlare tra loro questi morti viventi. Vivo in un dormitorio, ma - paradossalmente - ora non lo sento più come un problema mio. Un paese ora ce l'ho.
Me lo sono scoperto dentro, allo specchio, nei libri e lungo le linee della mia fisiognomica. E questo paese l'ho trovato contenuto in uno più grande, cui sento di appartenere. Per la prima volta, non mi sento più apolide. Ho messo radici nella vita e ne ho messe in ciò che mi circonda, pur mantenendo la mia irriducibile vocazione alla solitudine.
Sono un'adulta, insomma, e il mio bisogno d'appartenenza non lo spendo più in giochini che lasciano il tempo che trovano, né in professioni d'amicizia pronte a svanire come neve al sole, quando cambiano stagione e passatempi.
"Appartenere a una comunità è importante" ha detto una volta Springsteen in un'intervista "e quando un uomo è sradicato e sente di non appartenere più a nulla, la situazione si fa pericolosa: può succedere di tutto". E infatti è così: sta succedendo di tutto.

L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

Uomini
uomini del mio passato
che avete la misura del dovere
e il senso collettivo dell'amore
io non pretendo di sembrarvi amico
mi piace immaginare la forza di un culto così antico
e questa strada non sarebbe disperata
se in ogni uomo ci fosse un po' della mia vita
ma piano piano il mio destino
è andare sempre più verso me stesso
e non trovar nessuno.

L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L'appartenenza
è assai di più della salvezza personale
è la speranza di ogni uomo che sta male e non gli basta esser civile
è quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
che in sé travolge ogni egoismo personale con un'aria più vitale
che è davvero contagiosa.

Uomini
uomini del mio presente
non mi consola l'abitudine
a questa mia forzata solitudine
io non pretendo il mondo intero
vorrei soltanto un luogo, un posto più sincero
dove un bel giorno magari molto presto
io finalmente possa dire: questo è il mio posto
dove rinasca non so come e quando
il senso di uno sforzo collettivo
per ritrovare il mondo.

L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L'appartenenza
è un'esigenza che si avverte a poco a poco
si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo
è quella forza che prepara al grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti
in cui ti senti ancora vivo.

Sarei certo di cambiare la mia vita
se potessi cominciare
a dire noi
.

La canzone dell'appartenenza, Giorgio Gaber


Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

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