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12.03.04
INDICE PUNTATO
Vent'anni dopo
È da giorni che vorrei scriverne. Da giorni che mi trattengo. Non per autocensura o altro. Per distanza, piuttosto. Enorme, incommensurabile e peccaminosa distanza rispetto a qualsiasi rispettabile opinione. La mia non lo è, lo dico subito. Non è rispettabile e non è nemmeno un'opinione. Per quanto mi sforzi di capire le ragioni degli altri, non riesco poi a formulare un pensiero chiaro, obiettivo e comunicabile su Cesare Battisti. La mia reazione è molto ignorante, molto epidermica, molto forcaiola. È qualcosa che mi fa assomigliare più alla cliente sboccata di una salumeria che a una persona almeno un pochino, un pochino solo dico, sgrezzata e di qualche svogliata lettura. Resta il fatto che, magari vergognandoci un po', io e la sciura che ha appena comprato due etti di mortadella e ha commentato col salumaio quel che ha sentito dire al telegiornale, io e lei insomma continuiamo ad avere l'orticaria. Tra noi due, una sola differenza: io ho un blog e lei non sa nemmeno cosa sia, 'sto affare. Perciò ora mi son decisa a usare anch'io la mia arma. Chissà mai che siano questi i prodromi per una brillante carriera intellettuale all'ombra della Tour Eiffel (ignobile battuta qualunquista, lo so).
Ecco, mi guardo intorno, leggo i quotidiani, ascolto la Tv e mi pare che mai come ora noi si viva in una società aspramente divisa in due: da un lato, quelli dotati di autorevole uso della parola, sempre più inclini a pensare all'istituto carcerario come qualcosa di irragionevole, inutilmente punitivo e disumano, dall'altro lato i "parenti delle vittime", ormai vera e propria categoria sociale, che avanzano sempre più disperate richieste di giustizia e che hanno imparato a dire - da bravi cristiani - che loro non odiano nessuno, che non nutrono sentimenti vendicativi: semplicemente vogliono giustizia. E che vuol dire poi 'sta cosa, in soldoni? Che vogliono il carcere per chi ha fatto loro del male. Punto a capo. Vai a spiegare a questi che hannno raccolto i morti per strada che sono passati vent'anni - "ah, sì?", potrebbero risponderti, "per noi non sono passati nemmeno venti giorni" -, vaglielo a dire che la giustizia deve essere imparziale, che non si può mica mettere in croce uno perché ci sta sui coglioni, perché fa lo scrittore noir o perché vive stimato e riverito in Francia. Vai a spiegargli che il povero assassino è vittima di uno schifoso complotto dell'Italietta di destra, che ne ha ammazzati solo tre, mica quattro, perché non ha certo il dono dell'ubiquità, il meschineddu. No, dico, a me sta benissimo. Il carcere no, che è una barbarie. E allora cosa? Un bacio in fronte è troppo, ammettiamolo. Che facciamo, di fronte a un reato accertato? Rieduchiamo il reo, lo condanniamo al volontariato (però coi tossicodipendenti, mica con gli anziani negli ospizi, che fa un po' schifo ed è peggio del carcere), chiamiamo lo psicologo, il prete, gli teniamo la mano? Non so, ditemi voi, perché a me 'ste cose fanno ridere e mi sembrano tipiche di una visione alquanto miope della natura umana e dei suoi abissi. Soprattutto una cosa non capisco: che considerazioni sono quelle di chi dice che il Battisti del caso è un'altra persona, ormai, e si è fatto una famiglia, se non considerazioni di natura umanitaria e quindi, nella sostanza, non meno parziali di quelle di chi vuole che gli assassini, come si dice, "paghino il loro debito con la giustizia"? Mi pare non sia questa la via d'uscita a un uso personale della giustizia. Altrimenti, diciamola tutta: i reati politici sono un conto, la delinquenza comune, tutt'altro. Io davvero vorrei si spiegasse in modo chiaro e lucido dove deve andare o anche solo dove sta andando questa società, su quale etica si deve fondare e quale genere di storia stiamo scrivendo, perché umano e disumano sono concetti che cambiano con la latitudine e io (e tanti altri) cominciamo a non capire più su quale parallelo viviamo.
Shangri-La, 12:24
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