ANIME SALVE


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30.01.04

Domenica delle salme

Visita medica all'infermeria dell'ufficio, oggi. In burocratese, "controllo sanitario decreto legislativo 626/94". Quel bellimbusto del medico, abbronzatissimo, scandisce il mio cognome con una pesante inflessione. So già dove andrà a parare. "Sarà sicuramente milanese, lei", dice con ironia. "Ovviamente no", rispondo. E poi, da buon siculo, mi strizza l'occhio, presumendo una reciproca complicità. Si sente già un po' mio parente, perciò si interessa delle mie provenienze familiari e mi chiede se in Sicilia ci sono mai stata, se l'isola mi piace. Mi vien da ridere. Sempre le stesse domande.
Ma non era questo che volevo dire. Mentre attendo la chiamata per la visita oculistica, sento una signora che si lamenta di aver perso altre diottrie nell'ultimo anno e mezzo: "perché ho avuto una figlia e ho voluto allattarla", spiega. In quell'"ho voluto" mi è sembrato di sentir risuonare un "mi sono messa in testa di" o un "avrei potuto evitare e ora ne pago le conseguenze". La cosa mi ha colpito perché di recente ho letto, sulla rubrica medica di una rivista, la lettera di una madre che aveva deciso alla prima gravidanza di non allattare per questioni estetiche, ma ora, alla seconda gravidanza, stava pensando di tornare sui suoi passi, "perché il latte in polvere acquistato in farmacia costa davvero troppo".
Trasecolo. E mi viene in mente quella volta in cui Toscani volle su tutti i manifesti Benetton l'immagine di un bimbo attaccato al seno della madre, contro certa esasperata sessualizzazione del corpo femminile. Battaglie di retroguardia, temo. Il corpo è da tempo una salma. E così sia.

28.01.04

Il potere dei più buoni

Ohibò, avendo letto di sfuggita questo sermone, mi era sfuggita codesta perla di saggezza:

Accetta di buon grado che qualcuno ti prenda in giro o ti faccia una parodia. In genere, lo fa per il tuo bene, e hai da imparare. Probabilmente devi tornare coi piedi per terra.

A volte mi chiedo perché all'Esselunga non facciano mai sconti promozionali per la vaselina.

Lavoriamo sodo, lavoriamo duro

Dice che è partita così per sbaglio. Dice che non l'ha fatto apposta. Piantala, gli rispondono gli altri, che più ti giustifichi e più sembri stupido. Eh, certe volte la posta elettronica è insidiosa e il caro collega c'è cascato con tutte le scarpe. L'incauto ha inviato a tutta la lista aziendale il seguente, perentorio, messaggio:

Collegati a QUAKE

Dott. Freud, lei che ne pensa?

Mi chiedo se si siano altri, da queste parti, che si ritrovano ad avere a che fare con i colleghi blogger anche nel mondo onirico. Io, più che in sogno, parlo - e anche discuto - ad occhi aperti col fantasmino di qualche blogger. Chi, non dirò mai. Nemmeno sotto tortura. :-)

27.01.04

C'è un virus per te

Chi è, chi mi scrive, chi mi cerca? Qualcuno che mi vuol parlare / può darsi anchíio / gentleman.

Invece no. Oggi va così: alla spicciolata, una folla di sconosciuti si affolla alla porta per puro contagio virale. E si passa la giornata tra irrefrenabili singhiozzi e virus alert, delusi alquanto che non arrivi la mano che accarezza.

Non dirlo a nessuno

S*: "Davvero davvero?".
L*: "Sì, davvero. Ah, ti raccomando un po' di discrezione".
S*: "Ma certo, figurati!".

S*: "E*, devo dirti una cosaaaaa".
E*: "Dimmela".
S*: "L* bla bla bla bla".
E*: "Ma va?".
S*: "Sì! Non dirlo a nessuno, eh".
E*: "Figurati, a chi lo devo dire?".

E*: "G*, hai saputo la novità?".
G*: "No, quale?".
E*: "Senti questa: L* bla bla bla".
G*: "Uh. E a te chi l'ha detto?".
E*: "Non posso rivelare la mia fonte".
G*: "Eddai".
E*: "Ok, me l'ha detto S*. Ma tu non dirlo a nessuno".
G*: "Mica sono un pettegolo".

Ad libitum

La sera andavamo in via Veneto

Il marchese del trillo, il tentapò e la risposta del pitbull sdentato. Da non perdere.

26.01.04

Cervello spappolato

Degli anni Novanta, premetto, non me ne frega nulla. Sono nata nel '69 e dall''84 vivo in una profonda apatia. A un certo punto, qualcosa dev'essersi fermato ad altezza piloro, qualcosa che non è mai andato giù, e ho smesso di guardarmi intorno con interesse. Se qualcuno mi chiedesse cosa penso degli anni Ottanta e cosa del decennio successivo, niente, risponderei. Tabula rasa.
Ciononostante, ieri sera mi son guardata la prima puntata della trasmissione di Labranca, Anni Novanta, appunto. Tutta colpa di TvSette, che annunciava, tra gli ospiti: Irene Pivetti, Eva Robbins, Giuseppe Genna e Platinette. Ok, era solo la prima puntata, però io non ho mica capito dove si andava a parare.
Inizialmente, credevo che la chiave di lettura fosse quella della contraddizione. Tra sacro e profano, per esempio, tra le beatificazioni di Escrivà, Padre Pio e Madre Teresa e la finta trasgressione del MiSex. E fin qui, tutto chiaro. La Pivetti, ex vandeana ora in versione pulp, commenta in maniera apparentemente sensata, intervallata, qua e là, da Eva Robbins e da Platinette.
Guardo e penso: beh, tutto qui? Insomma, hai l'occasione per mettere insieme tre donne transgeniche in un colpo solo e ti accontenti di farle parlare come brave scolarette senza nemmeno sfrucugliare un po'? A un certo punto appare Genna, giusto il tempo di dire che la televisione vola basso per timore dell'audience e che questi anni hanno portato uno stravolgimento nella sua alimentazione: addio formaggini Milkana, è tempo di cibo macrobiotico (che poi, io non me lo immagino proprio a mangiar pappette di soya).
Epporcoggiuda, questi erano ospiti da mettere tutti insieme nella gabbia delle tigri con un domatore molto perfido, attrezzato di frusta lunga e cattiva! Mica era gente da accomodare in poltrona a dir due parolette (e tagliandone altre cento), in solitudine davanti all'obiettivo. Insomma, sarà che ora sono delusa e in debito di sonno, ma questa prima puntata m'è sembrata una serie di esasperanti coiti interrotti.
Una trasmissione così concepita riesce a dire qualcosa sugli anni Novanta a suo dispetto: è stata, insomma, la fotografia perfetta dell'incapacità collettiva di tessere le fila di un discorso, privato, lavorativo o politico che sia, nonché l'apoteosi della frammentarietà, della polverizzazione temporale e dell'anemia speculativa che caratterizzano questo tempo.

La cara amica C* mi avverte che quella di ieri sera non era la prima puntata di Anni Novanta. Dice che lei l'ha visto anche la settimana scorsa. Sorvolo sui suoi commenti, più acidi dei miei. Ho le amiche che mi merito. :-))

23.01.04

Andate in castità e così sia

Lei si chiamava Noemi. Anni fa, durante una nostra conversazione, lui fece il suo nome. All'inizio non realizzai.
"Senti, ma hai capito anche tu quel che credo di aver capito io"?, chiesi a chi era con me.
"Eccome", fu la risposta.
"Dai, non ci credo. Sarà il nome della perpetua", dissi.
"Ma va là, quale perpetua. La mia Noemi, ha detto. L'ho sentito bene".
"Oh".
Insomma, aveva una fidanzata. Nascosta, sì, ma neanche tanto. E in fondo c'era poco di che sorprendersi: sempre stato, lui, un prete sopra le righe. L'unico per me digeribile - nonostante le nostre discussioni all'ultimo coltello - insieme con il mio professore di religione del liceo.
Mi è tornato in mente ora, mentre leggo che "particolare attenzione merita la cura delle dimensioni affettive e sessuali della persona handicappata".
Lo dice il Papa e pare un segno di grande apertura. A corredo, il Corsera riporta le dichiarazioni della madre di un fisico nucleare 38enne disabile, che tre volte alla settimana, per la modica cifra di 80 Ä a prestazione, accompagna il figlio dalle prostitute. Sia lei che il figlio ricordano - casomai ce ne fosse bisogno - che l'appartenenza del sesso all'ordine delle normali pulsioni umane è pura ovvietà.
Ora io non voglio saltare di palo in frasca e discutere la dottrina della Chiesa sul celibato di sacerdoti e suore. Quel che mi chiedo è: come, in quale misura e con quali conseguenze chi fa voto di castità sublima queste pulsioni? Domanda legittima, credo, a fronte di recenti scandali, del disagio esistenziale sommerso di tanti sacerdoti e della mancanza, nella cultura cristiana, di alcunché di paragonabile alla conoscenza orientale dell'unità psicofisica dell'individuo.

Esco di rado (e parlo ancora meno)

Mangio pane, Nietzsche e insofferenza, di questi tempi. E non c'è tao, musica classica o richiamo affettuoso che valga. Ho giusto voglia di azzeramento, fame di solitudine e sete di decisioni, di porte chiuse e chiavi buttate.
Vorrei tamponarti quando rallenti, spararti in bocca quando parli, piombarti le corde vocali quando starnazzi e farti esplodere il pc sul muso quando ti metti a scrivere su quella minchia di blog. Così, simpaticamente.

22.01.04

Dimmi con chi mangi

All'ora di pranzo, qui, succede né più né meno che quel che accadeva alle elementari: la gente si muove a grappoli e guai a scombinare le formazioni. Anni fa, quando fu il momento di salire sull'arca, ciascuno annusò quelli della propria specie: spontaneamente, si divisero le schiere.
Da una parte capetti, aspiranti tali e cronici leccaculo, dall'altra forza lavoro generica, a sua volta assortita per (in)competenze di genere.
Si lavora gomito a gomito nella stessa stanza, ma il pranzo è una faccenda animale e non ammette mescolanze di etnie.
C'è gente, addirittura, di irredimibile singletudine, che consuma sempre in solitario, e gente incollata a un dialogo di coppia, tu ed io, io e tu, senza requie.
Poi ci son quelli che squadra che vince non si cambia. Si tengono a braccetto più numerosi e tirano avanti così: non salutano nessun altro, evitano lo sguardo di tutti e rotolano nel fango di rapporti esclusivi.
Ferie, malattie e assenze varie sono un vero guaio. Per quanto sia nutrito il gruppetto d'appartenenza, la vita è bastarda e non dà mai certezze incrollabili: quando il piccolo impiegatuccio è pronto - bavaglino al collo e forchetta in mano - a riempirsi lo stomaco, già intristito da mezza giornata di lavoro, gli può accadere di guardarsi intorno e di trovarsi solo. Picci è a casa con la bua, Bambi è in ferie, Tatino s'è preso un giorno di recupero e Fofi è in giro a farsi i cazzi suoi. Pardon, è fuori "per servizio".
Ommamma e adesso? Smarrimento totale. E lì si vede di che pasta è fatta una persona. Lo sbarcalunario, per esempio, quello che ha sempre una carta da giocare, telefona subito a qualcuno che non vede da secoli, simula un ritorno di fiamma - ciao, sono secoli che non ci si sente, come stai? - e lo invita a pranzo.
All'eterno moccioso, invece, quel giorno lì, fa tanto male il pancino. O è inappetente. O ha da fare e deve per di più uscire prima. Proprio non può. Magari viene pure invitato da altri, ma niente da fare: senza gli amichetti del cuore, non si muove. Lui salta il pasto. Ah che schifo, la mensa! No, no, oggi ci si disintossica. È il genere di innocente cresciuto con la nonna - o addirittura anche con la mamma casalinga. Non è mai andato all'asilo, tutti i giorni alle quattro del pomeriggio ha sempre fatto merenda con pane e nutella, si sforza da sempre di essere "normale" e commestibile, ha orrore della diversità, si trascina dietro tremila complessi di cui nemmeno s'accorge ed è un perfetto uomo massa. Nella sua vita, non è mai stato solo un giorno. Forse nemmeno un'ora.
Poi c'è il tipo dal sangue freddo, quello che, se buca in autostrada, non ci piange sopra più di tanto. Scende, tira fuori la gomma di scorta e se la cambia da solo. Con una discreta faccia da kiulo, senso della convenienza e un certo apprezzabile spirito di adattamento, si aggrega ad altri primati non consanguinei, mangia, chiacchiera e se la fa passare allegramente. Il diversivo gli garba e lo considera una paura rilassante, tanto più che, a dirla tutta, quelli con cui s'accompagna abitualmente per convenienza lo annoiano a morte.
Infine, l'orgoglioso. I soliti noti non rispondono all'appello? Amen. Non chiede nulla a nessuno, si infila la giacca, esce e mangia con se stesso. Diceva Aristotele: colui che basta a se stesso è un dio o un animale.

Dimmi con chi mangi, insomma, e ti dirò in quale bambagia sei cresciuto.

Vedi alla voce Conferenziere nonché Gradito Ospite

Risolto l'annoso problema della definizione del coso:

"Sai di essere davvero una Blogstar quando tutti ti vogliono a casa propria, e di mestiere non fai nemmeno l'idraulico".

L'esimio Effe, a casa del Confuso

Basta, mollo tutto

F*: "Ragazze, ho deciso: cambio vita. Mi licenzio e me ne vado in Australia a cercare me stessa".
S*: "Sei pazza? Lo sapevo che non dovevo venire stasera, mi state deprimendo!".
M*: "Uhmmm. Da cosa stai fuggendo?".
L*: "Perché non vai da uno psicologo? Uno bravo, dico".

Tesoro, ci abbiamo pensato bene: l'Australia non è una buona meta. I canguri non attraversano sulle strisce, gli squali ti accarezzano le chiappe e amiche come noi, nessuna. Solo fighe di legno che non sanno nemmeno tenersi un Tom qualsiasi, un Russel o, chessò, un Lenny. Nun ce lassà! :-)

21.01.04

Un posto al sole

È datata 26 dicembre e non ha mai ricevuto una mia risposta. Si tratta dell'e-mail di un sedicente "ragazzo di 26 anni con un'occupazione non ben definita", ricevuta al rientro dalle feste nella casella di posta dell'ufficio.
La lettera esordiva con il classico e anacronistico "scusi se La importuno", cui seguiva la motivazione di tanto ardire: un nugolo di scalpitanti poesie di belle speranze non mi danno tregua, spiegava il mittente, e reclamano a gran voce il proprio posto al sole.
Cosa potessi mai fare io per le sorti di questo poeta, non so. Nel corpo dell'e-mail, due liriche, che già a prima lettura parevano distinguersi per assenza di ritmo, lingua piatta, patetismo a volontà e uso maldestro dei congiuntivi. Presi tempo. Domani risponderò, pensai, non appena mi verrà l'ispirazione per replicare con due-tre parolette di circostanza. L'ispirazione ovviamente non venne mai e da allora, come un tappo di sughero che tento inutilmente d'affondare, quest'e-mail torna periodicamente a galla. La riapro, la rileggo, ci penso un po', la richiudo. Tuttavia solo oggi, per la prima volta, ho aperto il documento ad essa allegato.
Ussignur: una recensione delle poesie del suddetto firmata da Vincenzo Cerami, dove si elencano, in ordine cronologico, le pubblicazioni del Nostro, corredate di lodi sperticate.
Sticazzi. Leggo nientemeno: "È un poeta vero", "L'intelligenza è il segno forte di questo poeta, accostata a una sincerità quasi impudica, di ingenuo candore", "L'urgenza (direi l'emergenza) che presiede alla scrittura spinge talvolta verso la deriva prosastica e narcisistica. Ma sono proprio questi rischi che rivelano un'ansia autentica di essere e di capire il mondo. La poesia è sempre dimostrazione di coraggio. E *** ha tutta l'incoscienza dell'eroe. Un che di ipocondriaco, di sfrontato risuona qua e là, e di silenzioso".
E bravo Cerami, complimenti. A una lettura più attenta, il pezzullo, che olezza di recensese lontano un miglio, è un elenco di insulti mascherati da altisonanti apprezzamenti, una sequela di luoghi comuni della critica letteraria sottolineati da risate registrate made in Mediaset ("sincerità impudica"? Ah ah. "Deriva narcisistica"? Ah ah. E così via).
Ora che ci penso, concordo con l'illustre critico: "Un che di sfrontato risuona qua e là" e fa cucù, cucù! come l'orologio a muro di mia nonna.

20.01.04

Nu' babbà

Collega mktg telefona a collega htmllista:
"Mi pubblichi per favore la pagina?".
"Non posso farlo io, devi scrivere una e-mail a L.".
"Occazzo, devo passare dalle forche caudine?".
Il collega htmllista - sodale e mafioso - ride e mi riferisce il commento. Illuminazione. D'improvviso capisco come mi sia fatta questa nomea. Decine e decine di persone che lavorano in quest'azienda pensano che costei sia una scema quadra e una cafona di prima grandezza. Tuttavia io sono una delle poche che la tratta come tale.

Poesia, poesia, deh proteggimi ovunque io sia

Anni fa mi capitò di frequentare, per vie traverse e obtorto collo, due sciurette impolverate assai e dedite, ahimé, alla poesia. Giusto perché sono brutale solo quando scrivo e con quelli ai quali voglio bene, non mi riuscì di disincagliarmi in tempo. Sicché mi ritrovai, riluttante, a trascorrere ogni maledetto lunedì sera in una freddissima tavernetta, dove mi toccava sentir 'ste anime belle declamare le proprie cosette - mon dieu! -, mentre io e l'altro convitato, che come me a fatica tratteneva le risate, ci facevamo scudo dei classici, perché l'importante è partecipare.
Nella testolina delle due le ambizioni lievitarono in breve senza freno: altra gente fu coinvolta in quelle serate a base di castagne abbrustolite sul fuoco del camino, di vinello e belle lettere, fino a che venne la fatal proposta: perché non organizzare una serata di poesia? Già, perché no? Terrorizzati, all'inizio cercammo di dissuaderle, poi acconsentimmo stancamente, convinti che la cosa si sarebbe arenata da sola. Mai sottovalutare gli aspiranti poeti.
In men che non si dica contattarono il Comune per l'affitto della sala, stamparono gli inviti, li spedirono e trovarono pure la nobile scusa per giustificare la parata di piume: la povera defunta. Pescarono infatti, non so come, la pietosa storia di una ventiseienne passata a miglior vita che aveva lasciato, tra le proprie carte, alcuni modestissimi versi, che la madre a tutti i costi voleva pubblicare. E così fu. La serata fu dedicata alla ragazza e il libriccino postumo distribuito in quell'occasione.
Ma ci fu anche di che divertirsi. Come quella volta, per esempio, che fummo trascinati tutti all'Arsenale per assistere a un'impressionante parata di facce smunte, barbe incolte, sciarpette esistenzialiste, pantaloni di velluto troppi corti, ballerine rosa e straripanti fondoschiena inguainati in abiti color confetto, tutti tremolanti di quel genere emozioni che vanno a capo a caso. Ah, i poeti, che brutte creature. Mentre credevamo di morire dalle risate, dribblando le occhiatacce di riprovazione che le due poetesse ci lanciavano, sbucò da chissà dove Lui. Camicia bianca sbottonata, catena d'oro sul petto villoso, aria da sciupafemmine e voce profonda, si mise al centro e recitò Sei bellissima. Un'ovazione. Bravoooooo, bissssssss! Le poetesse emersero all'unisono dai loro sarcofaghi, ondeggiarono sui tacchetti come ippopotami - un autografo, un autografo! -, anelanti come mai e pronte a spolpare almeno con gli occhi - non fosse concesso di più - l'appetitoso maschio. Della poesia, nessuna si ricordava più.

16.01.04

Certe cose non cambiano

Ero troppo piccola per capire, non sapevo chi fosse questo personaggio dei fumetti e di quel nomignolo che mi avevano affibbiato mi urtavano il suono loffio, il sapore di biscotto ammuffito e l'aria vecchia. Ma niente da fare. In cortile usava dare ribattezzare tutti e quando Manuela vide in me una Mafalda, il consenso fu generale. Sul Corsera di oggi, Quino, il papà artistico della piccola peste, racconta da quali ispirazioni siano nate le fauci spalancate e la zazzera elettrizzata e incazzosa di Mafalda. Ma guarda un po', ho pensato. È una vita che tento di pacificarmi col mondo, eppure 'sta mocciosa barricadera che mi sta alle calcagna non son mai riuscita a seminarla. Benedetto cortile.

15.01.04

Let it be

Si apre il pugno per stanchezza, quando stringere l'aria viene a noia. Si lascia andare, ci si volta dall'altra parte e si respira a fondo. Va bene, va bene così. È allora che i cancelli si aprono e la carcerazione finisce, a sorpresa.
Come quando non sapevi nuotare e schiaffeggiavi l'acqua decisa, ma inefficace.
Fu a Porto Recanati. C'era in acqua un uomo sulla quarantina, credo, che osservava divertito il mulinare dei braccioli, accompagnando le mie risate sgangherate e un po' sdentate. "Vieni, rilassati, ti tengo io", mi disse. Mi irrigidii. "Tranquilla, ti tengo". Lasciò la presa senza che me ne accorgessi e la magia riuscì: io galleggiavo.

Pronto, chi sei?

Ieri sera torno a casa, ascolto la segreteria e sento uno che impreca: "I disen de parlaà dopo il segnale acustico, porco d'un giuda". "Robb de matt", dice l'altro, al suo fianco. Capisco. Non è colpa loro. Da più di anno decine e decine di clienti esasperati telefonano a casa mia pensando di parlare con il centralino di un'azienda, che peraltro non ho ancora capito cosa producesse. Immagino parti meccaniche per non so cosa.
"Pronto, è la ***?".
"No, questo non è più il numero della ***".
"Non è che lei ce l'ha, il numero?".
Quasi tutte le mattine 'sta solfa. E menomale che non sono in casa per il resto della giornata, perché altrimenti sarebbe una scocciatura continua.
Credo che la *** abbia chiuso i battenti, perché sulla guida telefonica non ce n'è traccia. Insomma, devo ringraziare Telecom per la bella pensata. D'accordo che i numeri vengono riciclati, ma tempo fa, quando dell'operazione di riassegnazione si occupava un'impiegata, non capitava mai che dessero a un privato il numero ch'era stato di un'azienda. Ora la procedura è automatica e decide il caso. Forse. Non vorrei fosse un destino perverso, questo mio. Stamattina in ufficio, rispondo al telefono:
"Pronto".
"Sono ancora in tempo per ordinare dei panini?", chiede una voce femminile.
"Non è il numero della mensa, questo!", replico per l'ennesima volta. Mah.

14.01.04

Codice macchina

Ecco, forse può nascere qualcosa tra noi. È che siamo così diversi, io e Mailman. Ma ce la faremo. Dunque, scrivo alla mailing list *** per comunicare il cambiamento di indirizzo e-mail. Come da istruzioni, scrivo "Help" nell'oggetto. Poi nel testo - ingenua! - aggiungo: "Come si cambia indirizzo e-mail? Grazie, L.". Urca, ho ricevuto una risposta che è un capolavoro di letteratura macchinica e che si concludeva con un secco:
- Non elaborati: Grazie, L.
- Finito.
Insomma, mi piace 'sto Mailman. Lapidario anzichenò.

Comunicazione di servizio

Il mio nuovo indirizzo e-mail è shangrila-blog@tiscali.it

Adieu, Philippe

Philippe Matignon io ti ucciderò, sei troppo stupido per vivere. E lo farò stringendoti al collo uno di quei paradossi logici che escono dalla tua fabbrichetta, quelle calze autoreggenti che non reggono e - contaci - le stringerò attorno alla tua giugulare fino a che non avrai esalato l'ultimo rantolo. Perché non si può. Già una si alza la mattina con le corna storte, già sa che il cartello appeso dai soliti noti la sera precedente sul suo cancello - Mercoledì 14 gennaio, dalle ore 9.00 alle ore 11.00, non ostruire il passaggio - significa una sola cosa: la betoniera, il furgone, il tombino da spurgare, sailcazzocosa si pianterà davanti al cancello, di nuovo, nonostante la sfilza di madonne porconate all'indirizzo dei vicini. E infatti.
"Deve uscire, signora?".
"No, le pare? Io la mattina faccio sempre così. Esco tutta agghindata, con tanto di autoreggenti a rete - a proposito, le piacciono? -, mi godo questo bel freschetto e mi diverto a grattare il ghiaccio sul vetro della macchina con le unghie. Non si preoccupi, faccia pure con comodo, tanto Milano oggi è sgombra come Malpensa quando nevica".
Santa impazienza. I vicini si stanno costruendo la reggia. Lei è un'archi-tetta. E si vede: l'insieme è, esteticamente, un orrore. Le canne fumarie per i camini, sproporzionate rispetto al resto della costruzione, sporgono in modo tale, dal tetto, che quando piove si inzuppano d'acqua, mentre i pluviali innaffiano a dovere i muri. Ma il tocco di genio è stata la decina di finestre alte e strette che si aprono sugli spigoli dei muri, una accanto all'altra. 'Na meraviglia. Un giorno è venuta a casa mia e ha avvisato, con quella vocetta fine fine, che avrebbe sfondato la recinzione e buttato giù qualche pianta perché lei doveva fare lo scavo per i suoi garage.
"Eh?".
"Ma io ho già fatto il disegno!".
"Astuta! Lo rifaccia".
Ma dico io. Comunque stamattina esco, cerco di frenare le eliche, mi accomodo in coda, arrivo sotto l'ufficio, compro il giornale e... argh. Più la tiri su, più scende giù. Philippe, oh, Philippe. Così virile che mi fai cascare le calze, letteralmente.
Rimonto in macchina ed elaboro rapidamente un piano di recupero.
Piano A: afferro la calza, la fisso ai molari e arrivo il ufficio con la preda tra i denti, stoica.
Piano B: disinvolta, invio al collega un sms - Contrattempo. Arrivo tardi -, e mi teletrasporto a casa. Ah, no, il furgone piazzato davanti al mio cancello! Urge soluzione d'emergenza.
Piano C: mi aggrappo al cellulare e chiamo l'unica infermierina dell'esercito della salvezza di mia conoscenza. "Mammmaaa, che ce l'hai un paio di collant da prestarmi?".
"Cos'hai combinato?".
"Non fare domande. Insomma, ce l'hai?".
Ce l'ha. La mamma ha sempre tutto e mica l'hanno inventata per niente.
Col sole negli occhi e l'acceleratore a tavoletta, mi precipito a casa della genitrice e ne esco come nuova. Di più, fiammante. Grazie 'ma. Eterna riconoscenza a te e applausi finali alla mia trappolina: sessanta chilometri, andata e ritorno, in mezz'ora, rifornimento compreso. Chapeu.

13.01.04

Techne

Si avvicina con passo felpato e chiede. Rispondo. Mi dice che niente niente posso trovarmi da un giorno all'altro posseduta da presenze aliene, portatrici insane del morbo GUTD187161.
Suggestionata, alzo lo sguardo e mi pare in effetti di veder disegnarsi sopra la mia testa l'orbita circolare e tendente al precipizio di un'astronave. Sbarro gli occhi. Ma c'è questo esame, aggiunge, e quest'altro. C'è la scienza, la tecnica, la medicina. Puoi ancora salvarti.
La guardo allibita e mi chiedo perché diavolo non si possa tornare indietro col nastro, nella vita, e rigirare l'intera scena, con me che le faccio lo sgambetto, le pinzo le labbra con la cucitrice o alzo la musica a tutto volume: eh, cosa dici?, non sento niente, scusa!
Quando pensi che il destino sia una fesseria e che tutto possa capitare - tutto a chiunque, come detta il caso - è così. Tu sei preda, il resto del mondo predatore. Unico rimedio: santa madre tecnica. Lei sì che ti raccoglie e ti soccorre, si prende cura di te, crea quel che non c'è, distrugge quel che ti dà fastidio. Ah, la tecnica e il paradiso che ci sta costruendo. Che angoscia.

12.01.04

La fameja dei gobon

El gobo Gedeone la Rosina chiede in sposa
Con la goba bianca e rosa
con la goba gianca e rosa.
El gobo Gedeone chiede in sposa la Rosina
C la goba moesina la fameja dei gobon.

Gobo so pare, gobo so mare
goba la fja de so sorela
gera goba anca quela
gera goba anca quela.
gobo so pare, goba so mare
goba la fja de so sorela
gera goba anca quela
la fameja dei gobon.

El di del matrimonio g'era anca i sonadori
co la goba anca lori
co la goba anca lori.
Celebrava el matrimonio el canonico don piero
co la goba fata a pero
la fameja dei gobon.

Gobo so pare, gobo so mare
goba la fja de so sorela
gera goba anca quela
gera goba anca quela.
gobo so pare, goba so mare
goba la fja de so sorela
gera goba anca quela
la fameja dei gobon.

E dopo nove mesi xe nato un bel bambino
anca lu col so gobino
anca lu col so gobino.
Ci diedero una balia co tre gobe longhe un metro
do davante e una di dietro
la fameja dei gobon.

Gobo so pare, gobo so mare
goba la fja de so sorela
gera goba anca quela
gera goba anca quela.
gobo so pare, goba so mare
goba la fja de so sorela
gera goba anca quela
la fameja dei gobon.

E quando che fu morto ci fecero la cassa
con el buso par la gobassa
con el buso par la gobassa
E dopo cento anni venner fuori i vermicelli
co la goba pure quelli
la fameja dei gobon.

Gobo so pare, gobo so mare
goba la fja de so sorela
gera goba anca quela
gera goba anca quela.
gobo so pare, goba so mare
goba la fja de so sorela
gera goba anca quela
la fameja dei gobon.

09.01.04

Delle mosche al mercato

Carissimo Effe, ieri era l'8 gennaio. Che c'entra, dirai. L'8 gennaio del '21 nasceva Sciascia e una ricorrenza come questa val bene un po' di ortaggi, soprattutto dopo che per l'ennesima volta si fa torto - a mio parere - al fu Leonardo. Che poi a me la verdura piace e so quale uso farne.
Su Gnu non scrivevo da tempo e mica per niente. Mi è capitato di postare lì cose ben più commestibili di quest'ultima e di averne ricavato commenti analogamente irritanti. I soliti pidocchi riusciti, che si sentono qualcuno perché camminano sulle teste altrui.
Del resto, è proprio uno dei pregi di Gnu l'essere una finestra aperta sul cortile del condominio e sulle fontanelle aperte di certi crani. Orioles ha scritto un bel post, anche se non ne ho condiviso i contenuti, e soprattutto m'ha dato lo spunto per scrivere quel che da tempo mi frullava in testa in merito al rapporto tra la cultura siciliana e la sofistica.
Poiché l'occasione nasceva dal pezzo di Orioles, m'è sembrato giusto pubblicare anche su Gnu: giusto nei confronti del suddetto e giusto nei confronti di Sciascia. Ora tu mi dici: non era il contesto adatto. Certo che no. Potevo solo andare incontro al pubblico scherno. Figuriamoci, una cosa scritta così, a briglia sciolta, senza nulla concedere alla volontà d'essere didascalica: gli insulti erano scontati, soprattutto nella loro scompostezza.
Il 99% delle volte, chi ti rovescia addosso tutta la (poca) forza che ha nel braccio, perde a tal punto l'equilibrio che non bisogna essere certo dei samurai per mandarlo gambe all'aria semplicemente sfruttando la risposta elastica della sua stessa forza. Ma questi sono i più sprovveduti. Ci sono anche persone che mai si lascerebbero andare a commenti tanto sguaiati e tuttavia pensano con irritazione più o meno le stesse cose.
Ecco perché Gnu o non Gnu, poco cambia. La cosa che conta veramente è di altra portata. E cioè: su cosa si fonda la convinzione che tutto debba avere la stessa digeribilità di un piatto di semolino? Sono convinta, Effe, che l'accusa di incomprensibilità che mi si rivolge sia in malafede. Ci sono blog assai strombazzati (per ora, poi domani passa la moda e avanti un altro) che sono volutamente involuti. Non per complessità concettuale, ma perché così li rende lo sforzo di dotarsi d'uno stile originale senza che vi sia forza sufficiente, dietro, per trarne altro che un guazzabuglio di parole senza senso. Eppure, fior fiore di improvvisati critici letterari si mettono una mano sulla fronte e sospirano, anche perché non costa nulla, non è roba che ti mette in gioco, sono nulla più che trastulli del momento, di cui presto ci si sbarazza per noia.
Dunque, nel mio caso non è lo stile la pietra dello scandalo. E' un falso problema. Il problema vero sono i concetti. E qui viene il bello. Ora, prova a leggere in giro, Effe, certi post di contenuto tecnico. Non sono alla portata di tutti. Per lo più, è roba per addetti ai lavori. Accade forse che qualcuno s'inalberi e dica in modo aggressivo: che minchia hai scritto? Non accade. Perché che vi sia una "soglia tecnica" non da tutti attraversabile è cosa comunemente accettata. Anzi, "non capir niente di computer", come si dice, può esser perfino sbandierato con vanto. Ma quando si parla di cultura, di filosofia o di letteratura, allora no, i fegati sfrigolano. E qui veniamo al punto.
Che esista una "soglia filosofica" è per i più inaccettabile. Tutti pretendono di a) saper scrivere e dare lezioni di stile, nonché opinioni e commenti b) di saper affrontare alla pari di chiunque altro qualunque discorso (politico, filosofico, di critica letteraria, cinematografica e quant'altro). E' una delle tante pietose bugie della democrazia, una di quelle cose che alimentano l'immaturità collettiva, l'incapacità di accettare che esistono i talenti, che questi non si comprano e che su questi si costruisce a fatica e col tempo.
Io mi rifiuto di assecondare queste convinzioni. Porto già una maschera tutto il santo giorno, mi adatto a far conversazioni trite, a sorridere, a oliare i meccanismi di rapporti di convenienza, a parlare come magno, ma quando torno a casa o quando scrivo sul blog, no. Qui voglio essere me stessa, prendere o lasciare. E non dico "qui" in senso stretto. Dico: anche su Gnu. Qui "nel pensier mi fingo" una persona che da questa società, votata per invidia congenita al culto della mediocrità, ha avuto il benestare a poter alzar la cresta.
Perché vedi, Effe, questi signori che si stracciano le mutande per un post di media difficoltà io me li vedo dar esami all'Università studiando su testi ben più criptici e vantarsi di averne capito ogni singola parola, lodarli davanti al ricercatore portaborse che li sta interrogando e sentirsi così fieri della propria raffinata cultura!
Sicché, mettendo tra parentesi quelli che han solo voglia di dirti "ma chi ti credi di essere, mica ti abbiamo dato il permesso di tirar su la testa dalla fogna" e a costo di sembrare presuntuosa e antipatica, rivendico la libertà di scrivere di filosofia presupponendo, di fronte a me, un lettore in grado di capire. Uno che possieda gli strumenti per interpretare.
Oppure uno che abbia la voglia di impegnare la propria intelligenza per intuire a cosa alludo quando dico - riassumo in breve - che la sofistica mette in crisi il rapporto tra ontologia e parola, che questo rapporto è fondativo della dialettica logica di Platone e che per questo Platone assesta nei dialoghi il colpo decisivo alla sofistica, facendola passare per una pericolosa scuola di retorica, sganciata da qualsiasi etica. Lor signori non hanno capito o hanno finto di non aver capito, perché non era la solita sbobba sulla destra e la sinistra? Pazienza. Non voglio scrivere per tutti, oppongo un netto rifiuto a questa pretesa dittatura ecumenica.
Scrivo per chi capisce, per chi ha voglia di provare a farlo e per chi ha il genio di intuire che la scrittura è anche e soprattutto una musica: non è necessario cogliere tutte le note, è sufficiente invece, se l'armonia fa per te, godere dell'insieme.
Poiché all'estetica tengo molto, non ho intenzione - visto che un post non è un libro - di sacrificare lo stile frullando i concetti per farne un omogeneizzato Nipiol a uso e consumo di qualche suino, che peraltro priverei soltanto del gusto di concimare un po' in giro. Gesto del resto così liberatorio, quando si ha voglia di affermarsi a poco prezzo e a spese altrui.

08.01.04

Pallottole su Palermo

Irredimibile. Così Sciascia della Sicilia caotica, irrazionale e pirandelliana che ancora oggi s'imbottiglia nel traffico dantesco di Palermo, guadagnando il ritorno a casa di prepotenza, muso contro muso, fanale contro fanale. Ma sono i duelli sorridenti, senz'astio né nervosismo, di questi Gorgia al volante delle loro Fiat scassate a stupire te, che dell'ingorgo milanese conosci l'apparente razionalità, fragilissima e prossima alla crisi di nervi, pronta allo scoppio d'ira e al clacson facile.
Succede, sai, che se t'aggrappi alla ragione, e solo a quella, diventi pazzo e non sai più dove stia il vero, dove il falso, e chi sia nel giusto, se la signora Frola o il signor Ponza, suo genero. Succede che, nell'agnizione finale, sembra sia la Sicilia stessa a chiudere, enigmatica, il sipario dicendo: "Per me, io sono colei che mi si crede".
L'umano troppo umano "al limite del vivibile" del pirandellismo isolano era un nervo scoperto, per Sciascia, era carne viva, memoria "di fatti accaduti, di persone conosciute, di rivelazioni, sgomenti e terrori vissuti", era, diceva lo scrittore di Racalmuto, "la Sicilia come l'ho conosciuta e come la conosco. Tra le pagine di Pirandello e la realtà in cui sono nato e cresciuto non c'è scarto".
E più Pirandello s'inabissava nelle pieghe profonde di un'insularità d'animo forgiata di relativismo sofistico, più Sciascia, che non amava il mare (come a suo dire non lo amavano i siciliani tutti), cercava la via di terra, attraccando al molo d'un illuminismo diamantino, nella convinzione che la verità esiste, è conoscibile e raggiungibile. Da lì la scelta del genere giallo.
Tuttavia, di tutti gli omicidi da lui immaginati era dato a Sciascia di scoprire movente e colpevole, tranne che del delitto perfetto col quale Platone si vendicò della Sicilia, che ne scornò le mire politiche, imbalsamando definitivamente la potenza eversiva della sofistica. Di quest'ultima, i dialoghi platonici - pressoché unica fonte - hanno consegnato ai posteri la fisiognomica ormai proverbiale del siciliano che non crede in nulla, dell'abile sofista che cambia tutto per non cambiare niente, del distruttore di ogni fondamento ontologico del discorso. Del nichilista, insomma.
Quello stesso nichilismo che Sciascia tentò di strapparsi dalle viscere, vittima fatale, allora come oggi, di una curiosa pena del contrappasso, che ancora lo pesa sul bilancino di una politicuzza senza respiro e, per soprammercato, lo accusa d'ignavia, quando non di colpevole connivenza intellettuale coi peggiori mali dell'isola.
Pensava, Sciascia, che fosse pericolosa dimostrazione di inettitudine di governo il tentativo di radicare il senso della cosa pubblica attraverso il braccio armato di leggi d'emergenza. Fieramente avverso all'istituzionalizzazione del pentitismo, poneva questioni di diritto che oggi sarebbe miope non riconoscere come lungimiranti.
Della sicilianità quale categoria dello spirito di confine, filosoficamente vicina agli scenari del pensiero orientale, tuttavia Sciascia non colse l'essenziale, fermo alla condanna platonica di quel corto circuito tra ontologia e parola che scardina, sì, i presupposti della dialettica logica, ma - foriero di ben altri sviluppi - non si lascia necessariamente alle spalle soltanto le macerie d'una retorica fine a se stessa.
A un uomo solo, del resto, non è lecito chiedere tutto, soprattutto quando ha dato così tanto. A un uomo di questa levatura non si tira la giacca dando surrettiziamente a intendere che la dicotomia isolana divide il mondo in due, tra quelli che il colpo di pallottola ce l'hanno in canna e quelli che ce l'hanno in corpo. Saremo pure nani, ma camminiamo sulle spalle dei giganti che a spese loro ci hanno dato la libertà di pensare.
Ragion per cui coltiviamo la speranza che un giorno si possa affermare senza scandalo che non sono né indifferenza morale né nichilismo a solcare certi visi antichi e cartavetrati dal sole o a farne danzare le parole in acrobazie sofistiche.
E' piuttosto l'obbedienza a un inespresso e non meno reale codice etico che una sola cosa chiede: che tu faccia la tua parte, sapendo che è solo una parte e non il Tutto, che tu eserciti la tua virtù senza farne una bandiera, che tu sappia abbracciare la vita sorridendo alla morte.
Liberi dalla fede nella dialettica e nella verità logica, si è vuoti e accoglienti per far spazio a un'altra consapevolezza. E' un piccolo grande segreto e galleggia lì, nell'aria salmastra. Ma bisogna respirare a fondo, per sentire.

05.01.04

Sottozero

Risveglio arabescato di brina, raggelato e muto. La cosa più importante sta lì, indecifrabile e solidevanescente come un monolite di ghiaccio. Da giorni la interrogo, che mi dia un segno, ma è solo silenzio. Io pure taccio e ogni parola cade importuna, mentre tutto si rannicchia con me.

Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

shangrila-blog@tiscali.it