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23.12.03

Alla nostra

Non verrà, diceva tra sé e sé, figuriamoci se si farà vedere. Era una giornata magnifica, un 23 terso e tiepido, uno di quei regali che ogni tanto fa dicembre, quando incornicia una giornata di primavera dentro l'inverno. Un po' come oggi, freddo escluso. Mille anni fa lei arrivò, bianca e rossa, stranita e intimidita, gli occhi spalancati davanti alla magnificenza degli ori di Taranto. Ora, se guarda fuori, è lo stesso tramonto infuocato quello che vede, è la stesso tempio quello che abita, dove gli anni danzano così leggeri che nemmeno li senti e si ride insieme di tutte queste volgari mascherate, delle cene dei cretini, della cultura da boudoir, degli inviti alle sante messe di Nostra Signora dell'Ipocrisia e di quelli che suonano il piffero e vorrebbero tanto tu li applaudissi. Stasera si brinda. E si ride più forte che mai.

La confessione

Dice che devo parlare. Dice che sono triste. Dice che cos'ho.
Niente. Non sono triste. E quand'anche - aggiungo - non capiresti. Di me vedi l'1 per mille e nulla più.
Vorrei arrivare al cinque per mille, dice. Con un aiutino.
Diventa più intelligente e capisci, gli dico.

Sì, sì, certo che adesso vuoto il sacco, come no. Faccio un lavoro pulito pulito. Sono d'accordo con mio zio. Il tritolo è arrivato. Lui passa a prenderlo, io provvedo a sistemartelo sotto le chiappe e prima di farti saltare per aria ti dico tutto quello che mi passa per la testa. Poi ti benedico, faccio il segno della croce e bum. Te gusta questa pulp-confessione?

Auguri, eh

No, non a voi, cosa avete capito. Auguri a Giovanni. Chi sia, non lo so. Sessanta o settant'anni fa era vestito alla marinara e oggi mi tocca vederlo (cos'ho fatto di male?) a tutta pagina sul Corsera, coi capelli impomatati e in posa ingessata, come s'usava allora davanti all'obiettivo. Pare che oggi costui compia gli anni, festeggiato da una lunga lista di nomi. Ora, ciascuno è libero di fare quel che vuole, ma io, questi che comprano intere pagine dei quotidiani per "fare una sorpresa" a Pinco e Pallo, io sì, li prenderei signorilmente a calci in culo.

22.12.03

Cu è chistu?

A fine anno, rituale travaso di dati, indirizzi e numeri di telefono nell'agendina nuova. Stavolta, m'è venuta un'idea malsana: trascrivere tutta la rubrica del cellulare. Un lavoro certosino che non so se proseguirò. Fatto sta che son tornati a galla i cadaveri. Per esempio, tale Luciano. Mah. Credo - ma non ci giurerei - fosse uno che mi scriveva e-mail illeggibili, fintamente colte e realmente confuse, qualche eternità fa. E Bob, alias Roberto X? Niente, il cognome non me lo ricordo più. Il resto sì. C'è stato un tempo in cui mi chiamava tutti i santi giorni e ne diceva di cose, uh, se ne diceva. L'ultima volta che l'ho sentito, aveva mollato la convivente. E così sia. Poi c'è B., il fotografo artistoide che a tutti i costi aveva insistito perché conoscessi un barbiere fulminato e scrivessi una cosa ispirata su tale sedicente benefattore dell'umanità. Ci andai e trovai un pazzo, con il negozio tappezzato di foto di sé medesimo che faceva il santone al Mauriziocostanzosciò, di cuori rossi pulsanti con frasi illuminate e altre barocche corbellerie. Tal Claudio, invece, giuro che non so più chi sia. Nemmeno se ci penso fino a domani, ci arrivo. Guido credo invece sia quel tizio che m'ha messo nella sua dannatissima mailing list e mi intasa la casella di posta con comunicati stampa di eventi imperdibili, tipo: oggi all'Autorimessa della Musica si esibiscono Giopy e Minnie, con la straordinaria partecipazione di Clarabella. Ma por favor! Valerio invece me lo ricordo bene. Litigate memorabili al telefono. Un giorno m'ha costretta a tornare in ufficio in un sabato di festa, tra Natale e Capodanno, corrompendo le guardie all'ingresso, dopo che m'aveva accusata di non so più quale negligenza. Ero al mare o al lago, non ricordo più. Monto in macchina, torno di corsa a Milano e scopro che, manco a dirlo, l'idiota aveva torto marcio. L'ho letteralmente assordato, dopo. Emiliano uguale "titolare di un sito di auto e moto" (ma quale? Boh), incontrato una sola volta, uno di quelli che quando vengo a Milano ti invito a pranzo, mentre entrambi si sa perfettamente che non ci si vedrà mai più. E Massimiliano, Noemi, Paolo e Tiziana? Nebbia. Conosciuti in qualche altra vita, rubricati e subito dimenticati. È tutta una nevrosi assurda, un caracollarsi addosso di affettuosità esagerate, un bombardarsi di email e telefonate per qualche mese, massimo un anno, salvo poi lasciarsi inghiottire nel nulla subito dopo. Normalmente sono ondate che subisco, a barca ormeggiata e con la mente quasi sempre lucida e fredda. Tuttavia ogni volta, di fronte a questi incontri fatali a ripetizione, sulla via di Damasco, rimango alquanto perplessa. Manca il senso della misura, mancano il pudore e il rispetto che suggerirebbero di non consumare se stessi e gli altri in una crisi bulimica di parole senza freni, di abbracci più o meno metaforici, di iperboli retoriche e di tanti "per sempre" da avvinazzati. Manca la stoffa della gente che dura.

Questione di acidità

Ma che gli faccio io alle tastiere? Quelle usate da me sono riconoscibili a prima vista: dopo un po', non si leggono più le a, le i, le o, e nemmeno le elle, le emme e le enne. Magari combinando vocali e consonanti desaparecide, ne ricavo un messaggio alieno, chissà.

Nostalgia

Mi sto ancora leccando le dita: ho appena mangiato un cannolo made in Sicily, arrivato uora uora da Palermo. Mi sorride l'anima.

19.12.03

È caduto giù l'Armando

Qui ogni sei mesi eleggono il nuovo grande capo della tribù. Poi, in prossimità delle feste, danno la notizia in pasto al popolino esultante, che accende prontamente un falò e cannibalizza il cadavere del fu sterminatore di massa. Coi resti dello scalpo e degli zebedei, si addobba l'albero di Natale all'ingresso e, nell'attesa di mettere il bambinello nella mangiatoia vacante, si fanno girotondi di giubilo, in un tripudio post-comunista. Nell'interregno si decide, nell'ordine, di collettivizzare le derrate alimentari - caccia agli yogurt, sì! -, giustiziare il nuovo cuoco, far arrivare il deportato Giancarlovissani, numero di matricola 2822628, su un carro merci e schiaffarlo in cucina. La follia popolare dura poco. Le forze del nemico si riorganizzano in fretta e tutti sanno già che, a un mese dall'insediamento del nuovo gran capo, si alzerà unanime un coro: si stava meglio quando si stava peggio. Nostalgie passatiste o endemico decadentismo aziendale che sia, il popolino gode dell'apparente palingenesi. Che poi, si sa, veder cadere i potenti fa sempre bene al cuore. A Natale siamo più buoni, no?

Lou Salomé

C'è un amico che ancora mi chiama Lou e lo so io perché. Comunque, della Salomé non ho mai capito niente e ho capito tutto, al tempo stesso. Oggi, sul Corriere, Cesare Medail la definisce una donna filosofica, "combinazione di una mente fredda e insofferente di ogni disciplina che non sia intellettuale, e insieme di temperamento caldo, accogliente, gioioso". Affascinante mantide religiosa, ha passato la vita a fuggire chi la inseguiva e a inseguire chi la fuggiva, spezzando senza remore il triangolo sentimental-intellettuale che la legava a Paul Rée e Nietzsche. Non era una filosofa, bisogna dirlo. Tuttavia era dotata di uno sguardo acuto e sapeva scrutare nell'animo altrui con rara profondità. Di donne così pare a volte si sia perso lo stampo. Peccato. Del resto, anche i Nieztsche, i Freud e i Rilke non abbondano.

I guardiani del faro

"Pronto, sono V., il collega del marketing".
Cristobenedetto. Adesso chissà cosa s'è inventato.
"Ciao".
"Come stai, tutto bene?".
Tipico. I mutanti del settimo piano esordiscono sempre così, al telefono. Si interessano, sono gentili e non dimenticano mai a casa il tubetto di vaselina.
"Non c'è male grazie".
Stavo meglio prima che tu telefonassi. Comunque, vediamo di farla breve, eh.
"Ti chiamo perché ho visto quella cosa e bla bla bla, secondo me così non va bene e bla bla bla, dovresti fare così e così".
Non ti basta avere un cognome ridicolo? Devi anche essere cretino e saccente?
"No".
"No? Ma noi dobbiamo vendere!"
"Non ha senso, è fuori luogo e controproducente. Quindi, no".
"Ma noi dobbiamo fare crosslink".
Uhhh. Il pivellino, dopo qualche mese e troppe riunioni, ha imparato una parola nuova. E la usa, con gusto. Crosslink. Ah, che bello, come si riempie la bocca.
"A casaccio, no. Quello che vedi, così rimane. Non abbiamo tempo per correre dietro ai vostri capricci".
Adesso speriamo che si incazzi e chiuda la telefonata.
"Ma io volevo solo dirti...".
"Non mi interessa. Che mestiere fai tu? Sui contenuti giudico io. Punto. Se non ti sta bene, rivolgiti al mio capo".
"Va bene, allora farò così".
Sto già tremando, marmocchio.

Ora qualcuno mi spiega che lavoro fa un markettaro? Cosa c'è dentro questa che a me pare tanto una scatola vuota? Dopo quattro anni di lavoro sul web, devo ancora capirlo. Vedo questi criceti che corrono sulla ruota, fanno le nove di sera in ufficio, regolarmente, e non producono una sola idea decente dacché li conosco. Raccattano solo roba di scarto, si lanciano in progetti fallimentari, non capiscono niente di Internet, non conoscono la grammatica del web, non conoscono la grammatica tout court, guadagnano più di tutti noi e sono stati la principale causa della rovina della new economy. Sono quasi peggio dei dipendenti di Banca Intesa: degli idioti integrali. Noi lavoriamo e loro ci stanno col fiato sul collo: quel lancio non va bene, quel colore non mi piace, qui manca un link, là non c'è il referrer, il partner chiede questo (quasi sempre, una patente assurdità) e bisogna farlo senza discutere. Tutto il giorno così. Ma io non ho ancora capito che lavoro fanno questi signori. I guardiani del faro, forse.

18.12.03

Il peccato sì, il peccatore no

Quand'ero ragazzina, pensavo che la verità fosse cosa da dire sempre. A muso duro e a culodritto, senza giri di parole. E la dicevo. Gli altri, prudenti e astuti, se ne guardavano bene, ma bastava una mia mezza parola e subito qualcuno - sapendomi emotivamente ricattabile su questioni di onore, coraggio e balle varie - lanciava il guanto di sfida: dilla tutta. E raccoglievo, fessa che ero. Le mazzate successive, addebitate direttamente sul conto della sottoscritta. Poi sono cresciuta e ho cominciato a dubitare della sincerità e dell'apparente ingenuità del mio prossimo. Perché capitava che, quando mi pareva di averla detta veramente grossa, si scoprivano, ohibò, improvvisamente tutti d'accordo con me e contenti assai che finalmente qualcuno avesse portato alla luce del sole quel che era opinione comune. Ci casco sempre di meno, ormai, nonostante la tentazione. "Procomberò sol io", è solito dirmi chi mi vuol bene davvero, tutte le volte - e sono tante - in cui mi prende la foga di vuotare il sacco. Un po' di sano sfottimento e la malsana idea di fare favori gratuiti mi passa. Tuttavia la voglia di dire quello che penso - almeno di fronte a me stessa - non si placa. Sicché ho trovato un buon compromesso: denuncio il peccato, ma non il peccatore. A qualcuno non piace, lo so. Frankly, my dear, I don't give a damn. A 34 anni - dopo aver ampiamente dimostrato a me stessa e a mie spese che sono sufficientemente impavida - ho imparato che c'è una sostanziale differenza tra il coraggio e l'avventatezza. Delle pacche sulle spalle ne faccio a meno. E poi i peccati sono interessanti e istruttivi, i peccatori sono solo dettagli e domani non ti ricordi nemmeno più come si chiamano. Del resto, quando scrivo qualcosa di volutamente indiretto, il mio intento è quello di far parlare la cattiva coscienza mia e degli altri. Poi ognuno ci metta dentro quel che vuole, ma non chieda a me cosa. Troppo comodo.

Fuori dal mondo

Stamattina arrivo e tutti stanno ancora tirando su col naso.
Che è successo, t'è morto il gatto?
Peggio. Jen è affetta da un male incurabile.
Jen chi? Insomma, pare che l'ultima puntata di Dawson's Creek abbia steso tutti. Aldo Grasso compreso, che oggi si asciuga i lacrimoni sul Corriere. Colgo qua e là un "lei li ama tutti e due ma deve sceglierne uno" e intuisco il dramma. Posso fare qualcosa?

Annunciaziò, annunciaziò

Cercasi disperatamente candidati per la riffa di Natale. La svampita tenutaria di codesto blog mette in palio un po' di eurini e accetta con gioia eventuali delazioni allo scopo di individuare anticipatamente il vincitore.

17.12.03

Una vita esemplare

S*: "Sempre fedele a tua moglie?"
Gz*: "Sì, sì".
S*: "Senti, ma non sei neanche un pochino adultero?"
Gz*: "No, no. Non si può".
Gp*: "E cosa vivi a fare?"
Gz*: "Infatti aspetto solo di morire".

Il giro di blog

Caffè, fette biscottate col miele, spremuta. La mia nutrita colazione di idee comincia così, la mattina, con la rituale lettura dei primi tre blog della giornata. Segue, a stretto giro di clic, la rapida sbirciatina nella cucina dei migliori gourmet della zona: "Che c'è in menu per pranzo?", tra i quali ho annotato, recentemente, alcuni indirizzi nuovi. All'ora dell'aperitivo, solita insensata ammucchiata di patatine, olive, riso, pasta, crocchette, insalata russa, funghetti, ketchup, maionese, salsa tartara e uova. Tutto nello stesso piatto. È il momento della rassegna stampa dei blog e del giro di bianca cui non puoi sottrarti. Segue il giro di nera, quello della disperazione, quando sarebbe quasi ora di andare a casa, ma è quel quasi che ti frega e allora indugi ancora un po', con l'occhio all'orologio, su post che leggi per dispetto. Tutti ne parlano con aria assai ispirata, già, mentre tu da mesi ti chiedi se ci fanno o ci sono, se mentono, se sono babba ingenui o buzzurri senza gusto. Sicché ogni volta ci torni, con aria di sfida, dai, vediamo quale folgorazione mi tiri fuori oggi, e alla fine fai sempre quella faccia da bagariota che ti scioglie nell'acido con lo sguardo e dici tra te e te quelle due-tre cosette irriferibili, in italiano, e quelle altre, in dialetto, minchia, che cattata ai reschi, mi s'arrizzano i caini, che sanno di mare, di sarde appena pescate, di risate e di sole. E dimentichi tutto.

16.12.03

C'è qualcosa nell'aria

Giorni fa, Giallodivino notava una certa stanchezza nella blogballa, come se tutti stessero aspettando un segnale. Auro, ieri, forniva forse una spiegazione. Ovvio. Non s'era calcolato l'effetto della fine dell'anonimato. Uh, se siete messi come me, negli ultimi tempi avete cestinato un bel po' di post.

La femme fatale

Non cammina, dondola. Non dice mai "nulla" o "niente". Sempre e solo uncazzo. Se deve fare un regalo, entra in un sexy shop e ne esce con un coniglietto reggicoso e vibratore incorporato. Perché è tanto spiritosa. Parla spesso di sesso. Perché è navigata. Ha l'aria imbronciata, lo sguardo obliquo, l'occhio avido. Qualunque maschio nel raggio di cento chilometri, si consideri a tiro di ventosa. Qualunque donna temibile, a tiro di battute sgradevoli o gaffes confezionate ad hoc. E sia. Ma la lavanderia, no. Gliel'avevo anche detto, gentilmente: devi proprio far ondeggiare il bicchiere sopra i miei pantaloni? Doveva proprio. E anche versare tutto il contenuto della bottiglia nel bicchierino del tuo cicisbeo proprio qui, a un centimetro dal mio naso? Doveva proprio.
"Ohhh, scusa, non l'ho fatto apposta!", mentre mi cola un Lucano tra le gambe. Figurati. Cosa volere di più.
"Ok. Del resto lo sapevo".
"Eh, ma io non l'ho fatto intenzionalmente!".
"Non preoccuparti. Sono qui apposta".

Contenta adesso, piccola dilettante, ti senti meglio?

15.12.03

L'ottimista, il pessimista e il filosofo

Pessimista. Non so più quante volte l'ho sentito dire. Emanuele Severino è per i suoi critici, soprattutto cattolici, un tristone. Uno che la vede brutta e la disegna peggio, uno che non lascia speranze. Mi vien da sorridere, come si può farlo davanti a un rigore malamente calciato in tribuna. È così da anni. Non si trova un rigorista efficace in nessuna facoltà di Teologia. Risultato: tanto è granitico il pensiero di Severino, tanto traballanti le analisi. Ormai, dopo decine e decine di articoli e libri che ho letto sull'argomento, comprese il farneticante Contro Severino di Salmann Elmar, ci ho fatto il callo. Ma comunque, punto primo: ottimismo e pessimismo non hanno diritto di cittadinanza nella città della filosofia. A un filosofo non si può dire che è un pessimista ("in che lingua parli, cosa vuoi dire, cosa significa in termini teoretici?" risponderebbe l'interessato), né che è un ottimista (si offenderebbe). Quindi, argomento cestinato. Tuttavia, ammettendo per assurdo che abbia senso attribuire a un pensiero filosofico qualità proprie di un'attitudine caratteriale, Severino sarebbe al massimo un cauto ottimista. "Noi siamo la Gioia", scrive, con un azzardo linguistico-concettuale che nessuno gli perdona. Cosa vuol dire? Che ciascuno di noi, in quanto essere-che-è-e-non-può-non-essere, è un dio. Uhhh, paura. Siamo dèi, sissignore (e già qui mi par di sentire i prevedibili commenti: ah, ho capito, allora Severino non è affetto da inguaribile pessimismo cosmico, ma - peggio - da superomismo nietzschiano). E tuttavia questa verità (aiutoooo, la Verità! Ma sei impazzito, sei scemo, vuoi provocare?) non appare nella sua compiutezza. L'inoltrepassabilità dell'orizzonte fideistico del nostro sapere fa sì che anche la verità filosofica sia materia di fede. Così come Gesù Cristo, Allah, la civiltà della tecnica, la scienza o il Sai Baba. Fede, eppure verità: l'autentica filosofia sconta questo paradosso consapevolmente e nondimeno non rinuncia a giudicare il contenuto delle altre fedi. E dice, nello specifico caso: la resurrezione di Cristo non è affatto il confronto decisivo con il nichilismo, ma ne è la sua estremizzazione. Cos'è infatti l'esser salvati, se non l'esser tuffati nel nulla e poi l'esser tratti dal nulla alle rive dell'essere? Che il nichilismo del dio cristiano arrivi a provare la propria potenza tecnica gettando nella morte e facendo risorgere il proprio Figlio, cambia poco. Conta il concetto. Vale più di tutto, insomma, la pervicace convinzione che noi si esca dal nulla e nel nulla si possa ritornare, se un dio non venisse a salvarci.

Ci scusiamo con i navigatori

Il servizio è sospeso. Qualcuno ha tagliato i fili. Maleducato!

O' re

Un giorno - giuro - mi hanno detto che lavoravo con il John Grisham italiano. Ossorbole, dico io, ma daverodavero? No scusa, errata corrige - mi hanno risposto -, in realtà lavori con lo Stephen King de noantri. Opporc' e me lo dite così? Son sempre l'ultima a sapere. Ora scopro che, superata una brutta crisi di arrossamento anale indotta da certi tristi figuri, il suddetto giovane autore di talento s'è prodotto in "uno studio inquietante e rigoroso" dal titolo icastico: Mindfucking. Come fottere la mente. Il libro parte dal seguente assunto: "dovunque ci troviamo, nell'ambiente di lavoro o in famiglia o tra amici, al bar come a scuola, c'è sempre qualcuno (ndr. il Genna) che sta tentando di manipolare la nostra mente. (...) Il lavoro è supportato dalla documentazione degli studi e delle sperimentazioni, come anche dai diari dei sopravvissuti a esperienze estreme quali i lager, i gulag (ndr. la redazione di Clarence) e i campi di prigionia di mezzo mondo".

Una splendida giornata

Giovane e ruggente, azzurra e scompigliata: oggi è una di quelle giornate colme di possibilità, da celebrare per nascere o morire, da far roteare come un derviscio per scrollarle di dosso tutte le foglie secche e vederle rotolare, sospinte da un refolo, come quando si giocava in cortile, tante primavere fa.

12.12.03

Uomo avvisato

Ma cosa ci facciamo noi in mezzo a questi che starnazzano forte, in tanti, tutti d'accordo, oh bej oh bej? E da quant'è - mi chiedo - che sono tanto stonata, se ci sono nata, così, se son stati decenni di fumo passivo delle MS dell'anticristo a scartavetrarmi l'anima o le valaghe di risate sotto le quali abbiam seppellito il mondo, io e te, per poi saltarci sopra, vandali ebbri e disperati. Lo so. Dietro questo sorriso c'è un gran bell'equivoco, ci sono rasoiate, sprangate e pensieri al vetriolo che non ti aspetti. Veleni indigeribili per stomaci delicati. Ma sono leale. Appena ti becco a tiro, sfilo il coltello e faccio brillare la lama: uomo avvisato, mezzo salvato.

11.12.03

Blog di una volta

Sta tutto lì, nell'ultimo cassetto. Se frughi fino in fondo, peschi il mazzo di chiavette che aprono la serratura. Lo so, fa sorridere. Il lucchetto che chiude il mio primo diario - con la copertina in stoffa - è poco più di un giocattolo, ma allora usava così. Scrivevo ogni giorno, già alle scuole elementari, soprattutto delle mie circumnavigazioni attorno a quel paio d'occhi azzurrissimi, lunatici quant'altri mai, su cui fantasticavo a ogni ora del giorno. Lo stesso sguardo blu che, improvvisamente sbiadito, seguivo con tenera indifferenza, tra le luci psichedeliche di quella tavernetta che racconto lì, guarda, tra le pagine di quell'altro diario dalla copertina un po' vistosa, a righe coloratissime, con tutte le sue volubili geometrie amorose, i balli stretti stretti, le porte sbattute, le gare di atletica e quell'altro glaucopide che ronzava, ronzava e poi spariva. Copertina nera, onde fluttuanti e una dedica sulla prima pagina: sono in quarta ginnasio e leggo e rileggo il phainetai moi kenos isos theoisin trascritto in fretta e furia, prima che tornassi in classe, da quei Big green eyes that look like, son / They can see every cheap thing that you ever done. È il tempo del silenzio, di agende Snoopy chiassose e pure mute, dove volti ormai persi hanno lasciato striduli graffiti, travolgendo, con la loro fondamentale estraneità, tutto il mio conosciuto. Cerca ancora, lì sotto. Impilati in bell'ordine, trovi i quattro o cinque quaderni che mi hanno accompagnata fino all'Università. Roba da Squadra AntiSuicidi, guarda, fitti di una tristezza cupa che non cedeva, non mollava nemmeno di un millimetro, e riempiva pagine e pagine che spero nessuno leggerà mai. Eppure, niente è andato al macero. Sta tutto ancora lì, nell'ultimo cassetto.

Spare parts

Un paio di sere fa, molti avranno sentito Severino chiudere la puntata di Ottoemmezzo con questo discorso, che riporto a grandi linee: "La nostra cultura, anche quella cattolica, ammette in talune circostanze che una vita venga esposta alla morte per finalità accettate, cioè per una "guerra giusta", per salvare o curare altre vite. Con la stessa logica con cui si mandano i soldati al fronte, bisognerebbe accettare l'uso degli embrioni finalizzati alla creazione di altre vite". Immagino che i telespettatori abbiano concluso che quella fosse la posizione di Severino. No. Si trattava invece di un paradosso attraverso il quale Severino intendeva mostrare l'incoerenza e l'insostenibilità della posizione cattolica, a suo giudizio profondamente nichilista e quindi - come sostiene di nuovo oggi in un'intervista rilasciata al Corsera - contigua alla posizione laica, che quantomeno abbraccia in maniera più coerente il nichilismo tecnicista del nostro tempo.

Spare parts and broken hearts keep the world turnin' around, B.S.

10.12.03

Il canto del cigno

Le assi scricchiolano sotto i nostri piedi. Si provano, con le scarpette lise in punta, pas de chat e ronde de jambe en líair, grand jeté, pirouettes e fouettes acrobatiche, con doppi e tripli giri. Eppure, senti che applausi stanchi. Clip, clap, clip, clap, a ritmo sempre più lento, quasi sfrontato. Chi ha scostato, scriteriato, il sipario durante le prove? Ormai, non c'è nulla da fare. Fatale, prima dello spettacolo, l'incontro di sguardi tra étoile e pubblico in sala. Ah, delusione, tremendissimo sconforto: non si sono piaciuti. Ma ormai. Biglietti pagati, étoile e corpo di ballo scritturati, orchestra pronta a un cenno di bacchetta, archetto a un millimetro dalla corda. Le luci si spengono in sala, si sentono gli ultimi bisbigli e sui taccuini già si scrive: "Grandioso spettacolo, è nata una stella". Domani, prima pagina e caratteri cubitali. Così, per stornare la disillusione. Fingendo di non sapere.

Un uomo di successo

Strizza gli occhi, piccoli e neri, si sistema la montatura sul naso, aggrotta la fronte: è pronto al volo di ricognizione il corvaccio nero del malaugurio. Al liceo, tutti dieci in Fosche Previsioni, tra l'8 e il 9 in Discorsi Deprimenti, la media dell'8 anche in Statistica Medico-Scientifica, solo sette in Ginnastica del Mignolo, magna cum laude e bacio accademico, più tardi, all'Università, per la tesi Medico oggi: professione cecchino. Un campione. Quando si è laureato, la mamma ha pianto, il babbo s'è inorgoglito e la fidanzata gli ha regalato la borsa della Bridge, 400mila lire di allora, accompagnata da un bigliettino: "per il mio superdottorino, con i migliori auguri di una luminosa carriera". Quindici anni dopo, può dire di avercela fatta. La fidanzata è diventata moglie, lui padre di una bambina ed entrambi padroni di un cane cretino. Lei gli prenota le visite e gli smista il traffico di pazienti tra i suoi due studi - presto ne aprirà un terzo - e l'Ospedale, lui è un uomo realizzato e, ogni quindici giorni, porta la famigliola (cane escluso) al mare o in montagna. Spesso, la sera, sfoglia ancora il suo manualone Avanti il prossimo e il pesante volume V del Ricettario di Frasi Fatte, per tenere in esercizio la memoria. Una sola cosa non ricorda: la scelta della specialità fu giocata a un tiro di dadi o a un lancio di monete? "Ma no, è che nella classe di Magia Nera c'erano meno studenti", gli rammenta la moglie.

07.12.03

Incontri ravvicinati

Telepatia vuol dire parlare a terzi di un tizio blog-munito, dire che è una delle entità ex virtuali che più mi piacciono (e non mi sbaglio mai su una faccia, mai), elogiarne la sottile bastardaggine, e trovarmelo a fianco, il giorno dopo, in libreria. Devo smetterla di pensare. Sono peggio della strega Samantha.

04.12.03

La natura ama nascondersi

Ti ho visto stamattina all'angolo della strada col tuo tamburello. Ieri, stesso marciapiede stessa ora, armato di zufolo. Domani, scommetto, abbracciato alla tua chitarrina. Dopodomani, organetto.
Ma che fai, che strepiti, chi temi. Chi fuggi, vorrei sapere e so, chi vuoi convincere.
Ma non si lascia sbiancare il nero che cresce dentro, né stanare il gheriglio nel guscio, tantomeno assaggiare la polpa sotto la buccia.
Sei il negativo di una fototessera e la negazione di quel che dici, la crepa nella maschera, le cose che seppellisci.
Ingenuo. Sapessi com'è facile ripescarti nei vuoti d'aria dei tuoi voli, nei tabù in cui ti scopri, nelle note stonate, negli acuti tremuli, tra le coperte troppo corte.
Sei, anche tu, natura che ama nascondersi. E, nel nascondimento, irreparabilmente nudo.

03.12.03

Volere è potere

"Sei timida tu, lo so, l'ho capito dalla voce".
"Già, timida".
"Stiamo parlando da mezz'ora, è bellissimo".
"Veramente è un'intervista".
"Sei così gentile".
"Già, gentile".
"Quanti anni hai? Di che segno sei? Come sei fatta? Mora? Bella? Usciamo a cena?".
"La ringrazio per il tempo che mi ha concesso".
"Dammi del tu".
"Ti ringrazio per il tempo che mi hai concesso".
"Vengo spesso a Milano. Ti chiamo".
"No, ma...".
"Usciamo".
"Veramente io...".
"Volere è potere".
"Ah sì?".

Un giorno o l'altro mi taglio le corde vocali. Per il lungo.

Donna moderna

Dannata miopia. Strizzo gli occhi, cerco di mettere a fuoco. Ti profila un'ombra. Non basta. Voglio tracce di te e le voglio subito. Ci sono: ti cerco su Google.

Grandi domande

Bibì - Devo telefonare a ***, nel pomeriggio.
Bibò - Chi?
Bibì - ***
Bibò - Chi è?
Bibì - Ma dai, il cuoco, il famoso chef!
Bibò - Ah.
Bibì - Piuttosto: non so cosa chiedergli. Niente da suggerire?
Bibò - Aspetta.
Bibì - Tutta orecchi.
Bibò - Ecco: "Cosa ne pensa della fame nel mondo?".
Bibì - :-(

Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

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