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17.11.03

I mandanti della strage

Un amico mi domanda se abbia senso cercare il dialogo e andare a sbattere contro i muri di gomma. Sì, caro, sempre. Finché c'è abbastanza fiato per parlare ma non abbastanza per gridare, sì. L'importante è non voler convincere nessuno, ma solo esprimersi con tutta l'onestà possibile, esponendosi - se serve - al rischio di essere ridicolizzati. Che poi di insulti alla propria intelligenza non si muore e del consenso altrui si può fare a meno.

È un falso argomento. Il "non ce li ho mandati io", dico. Penso che sia capzioso. Mi spiego. Nessuno di noi ha responsabilità dirette di governo. E questo è un fatto. Sicché nessuno di noi - singolarmente - manda (o non manda) i nostri militari in Iraq, in Afghanistan o, chessò, in Bosnia. La nostra è una democrazia rappresentativa, giusto?, per cui quanti condividono quel "non ce li ho mandati io" in realtà stanno esprimendo la propria (legittima) dissociazione dalla linea politica dell'attuale governo. Ora, quando si tratta di inviare truppe al fronte, foss'anche per missioni di pace, mettiamo pure sotto l'egida dell'Onu, c'è sempre qualcuno che "non ce li ha mandati".
I pacifisti a oltranza, per esempio, quelli che le armi mai e poi mai. Posizione legittima anche questa, come si fa negarlo? E non solo: ci son quelli che appoggiano il sacrificio di mandare potenzialmente a morire sul fronte i soldati solo se ritengono che sia rispettato il dettato costituzionale (art. 11) e che le truppe partano al seguito di un contingente ONU. Anche qui: assolutamente legittimo e condivisibile. Ragion per cui s'è detto: "In Iraq, in questo momento, non c'è Patria né Costituzione". E tuttavia questo no, non mi sento di accettarlo. Per il semplice fatto che questa coalizione di governo non siede sugli scranni di Palazzo Madama e di Montecitorio a seguito di brogli elettoriali. Rappresenta invece, fino a prova contraria, il consenso della maggioranza dei votanti. Non il mio, se proprio interessa, ma di altri la cui opinione, per quanto così divergente dalla mia, merita rispetto.
È possibile, altamente probabile, che molti elettori si trovino ora a dissentire con le decisioni di quanti hanno loro stessi mandato al governo. Ci sono tanti validi modi, in democrazia, per esprimere il proprio dissenso, ma non quello di lavarsi le mani del sangue dei morti. Soprattutto perché - per quanto sia assolutamente discutibile la decisione di aver inviato le truppe - non mi risulta (ma forse ero distratta, forse i giornalisti al seguito del nostro contingente hanno mentito, non hanno visto o sono tutti prezzolati) che i nostri militari abbiano mai ingaggiato azioni di guerra o di guerriglia.
Mi risulta invece che abbiano fatto tutt'altro (cose meritevoli, non mi vergogno mica di dirlo) e mi risulta anche che siano stati vittime di un attentato. Un'azione vigliacca quant'altre mai, aggiungo.
Persone che ritengo più attendibili di certi sguaiati commentatori qui sotto - Emma Bonino, per intenderci - attribuiscono a faide interne per il controllo politico-militare del Paese l'attentato che ha fatto saltare per aria i nostri. È cretina la Bonino, è una demente guerrafondaia? Ovvio che sì, convinta com'è che in Iraq si dovesse intervenire. ONU o non ONU.
Parole forti le sue, che in me non fanno vacillare la convinzione che la guerra faccia schifo anche a lei, e per le quali potrei discutere appassionatamente ma mai e poi mai tacciarla di cieco militarismo. O vogliamo cancellare la storia politica di una persona perché dice cose che non ci piacciono? (Confesso: sempre avuto un debole per i radicali, Cicciolina nonostante).

Certe cose anzi, dette da una che ha indubitabilmente maturato una notevole esperienza nel campo della politica internazionale e che ha vissuto un anno al Cairo per imparare l'arabo e conoscere più da vicino il mondo musulmano, mi inquietano molto. Nonostante questo, non saprei dire se al posto suo - potendo avere un quadro più generale della questione - mi esprimerei nello stesso modo. Onestamente mi imbarazza azzardare analisi politiche al di là della mia portata.
Mi limito a dire - senza alcun imbarazzo e chissenefrega delle prese in giro - che il mio sentirmi parte di questa collettività, di questo Paese, prescinde da considerazioni politiche, che un sentimento patriottico, per quanto zavorrato di scetticismo (ma anche questa è una nota caratteristica nazionale), ce l'ho (o scopro di averlo di fronte a queste tragedie) e non lo riservo solo alle partite di calcio, che ci sono modi d'essere e culture nelle quali mi riconosco e altre no, che mi fa proprio male allo stomaco sentir dire i "loro" soldati, i "loro carabinieri", che mi inalbero di fronte a questo venire a dire, di fronte alle bare, "l'avevamo detto noi!".
Mi pare - mi pare - che anche in altri Paesi il dissenso politico sull'intera faccenda si sia fatto sentire, e tuttavia non mi sembra che altrove ci sia l'uso di scrollarsi i morti dal groppone. Ho visto che qualcuno - con ragione - ha stigmatizzato l'iperbole fuori luogo di chi ha voluto paragonare la strage di Nassiriya all'11 settembre. Tuttavia credo che se qualcuno, in America, avesse tuonato attribuendo alla politica di Bush i morti di Ground Zero, sarebbe stato coperto di contumelie.
Sarà anche un popolo per certi versi bambino, quello statunitense, ma a me piace la sua compostezza di fronte al dolore. Possibile che qui ogni occasione sia buona per allestire in quattro e quatt'otto una bella caciara da kollettivo, per di più spacciata per coscienza critica e consapevolezza politica?
E sarà pur vero, chissà, che la gente come me peggiora il mondo, che contribuisce ad alimentare - con la melassa del suo sentimentalismo - il peggior nazionalismo guerrafondaio. Ecco, però permettete il mio riso amaro, al riguardo. Un po' come quando sentivo (talvolta ancora sento) gli sfoghi di certo antimeridionalismo duro a morire, che Bossi ama ancora solleticare, quando deve sobillare i suoi, mentre nelle viscere delle nostre città volti e culture a noi sconosciute scavano termitai brulicanti di lingue d'ogni dove, che ti fanno sentire un bel po' più spaesato dell'inflessione dialettale di uno che al massimo è nato a duemila chilometri da te.
Così, quando sento certi pseudo-pacifisti privi di autocontrollo, quando avverto l'ennesimo rigurgito d'odio per le forze armate manco fossimo una repubblichetta sudamericana, penso a quelli che intanto si fregano le mani, mentre stanno portando il tritolo sotto il nostro culo. Ah, ma il repertorio del dopo strage è già collaudatissimo e potremmo cominciare a suonarlo fin d'ora, l'organetto. È tutta colpa, nell'ordine, di Berlusconi, dei fascisti, di Bush e degli ebrei. Dico bene? Hasta la vista, compañeros. (E preparatevi, che per domani ho il colpo in canna della peggior retorica).


Commenti: I mandanti della strage

Ho appena letto stamane la tua e-mail, Gaia. :-))

Le lezioni della Storia.Cercare nel passato le ragioni del presente può sembrare utile ed infatti lo è. Il problema è che molti credono di poter usare l'interpretazione del passato per fare delle proiezioni future, un po' come alcuni economisti che tentano di predire l'andamento dei mercati finanziari. Ricordo che l'economista Galbraith accusava tali economisti di non sapere di non sapere. Lo stesso errore puo' essere compiuto da chi confonde la cronaca con la Storia e da chi usa le lezioni del passato per predeterminarne con sicurezza gli sviluppi futuri.Oggi, nei drammatici giorni di guerra che tutti noi viviamo con terribile angoscia, il rischio è di commettere errori molto simili a quelli degli osannati guru della finanza, poi caduti in disgrazia dopo lo scoppio della bolla speculativa. Cercare di capire significa abbandonare le certezze ataviche e tentare di commettere meno errori possibili. In questo senso credo che davvero le lezioni della Storia possano essere molto utili.(Lettera pubblicata sul quotidiano "Europa", 26 marzo 2003.)

Lo, però non fai un gran servizio ai fatti se arruoli d'ufficio quelli che "non ce li hanno mandati" a quelli che "i morti se la sono voluta". Mi sembra che, come spesso accade, stai dando retta ai dieci cretini che alzano la voce, un po' ignorando le persone tranquille che non hanno bisogno di rotolarsi per terra e per esprimere un dolore già anticipato dal no alla guerra.

sono d'accordo con effe

MESSAGGIO PERSONALE (mi scuso): Shangri, ma la posta su Libero ti funziona ancora? Perchè io ti avrei scritto lì, però non so se la ricevi. Fammi sapere, che se no invio ad altro indirizzo. Grazie.

Contrario alla guerra in Iraq. Contrario all'invio di truppe. Contrario alla permanenza nel Paese. Ma le persone. Oggi penso alle persone. E alle loro storie, a cui la Storia è passata sopra, e che domani dimenticheremo.

comunque il sig. melloni non ha tutti i torti, secondo me. fermo restando che sono anche d'accordo con te. é possibile?tranne che su emma bonino: secondo me sì, é una cretina, a prescindere. forse la mia é antipatia epidermica, non so, ma non l'ho mai potuta sopportaree i radicali, poi: là non si tratta di epidermide, da troppi anni ormai fanno e dicono cose imbarazzanti

Anch'io penso che i tuoi amici abbiano torto, anche se sembriamo due dischi rotti. Comunque, nel congedarmi, ripeto l'antico adagio "Historia magistra vitae est". Il nostro argomentare sarebbe roba da mignolo alzato mentre si sorseggia il caffè, se tutto questo non si fosse già visto identico, pari pari. Il "mito dei caduti" creato e utilizzato in modo strumentale per fornire un consenso a guerre che non ce l'avevano. L'invito a ficcare lo sguardo nelle bare, commossi per l'improvvida sorte dei nostri "angeli" ed "eroi", è un'esortazione tipica del regime linguistico del Ventennio. Ti consiglio due libri molto istruttivi al riguardo: George L. Mosse, "Le guerre mondiali dalla tragedia al mito dei caduti", Laterza 1990; F. Foresti - M.A. Cortelazzo - E. Leso - I. Paccagnella, "Credere, obbedire, combattere. Il regime linguistico nel Ventennio", Pendragon, 2003. Soprattutto il primo descrive processi analoghi a quelli che stiamo vedendo in questi giorni.

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