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25.09.03

Quelli della chat

Verrà, non verrà, telefoniamogli, no, lasciamolo stare, è già tanto confuso così. Protagonista ancora prima di arrivare, il nostro speriamo che sia femmina, anzi no, speriamo che sia almeno gay s'è palesato a sorpresa, da par suo, gridando con le braccia alzate: "Sono io, sono io!". Sconcerto generale. Raccontala a un altro, dicevano le nostre facce. "Sono io, sono io!", insisteva. Bedda matri, abbiamo cominciato a pensare, vuoi vedere che è lui sul serio? Beh, gente, il Confuso ha una faccia che è tutto un programma. Com'è, com'è?, vi state chiedendo. Un folletto spiritato. Un concentrato di tutti i picchiatelli che avete mai conosciuto, quelli, per intenderci, che in compagnia tengono banco e che basta guardarli in faccia per ridere. Voi non lo sapete, ma l'avete già conosciuto. Al bar o, chessò, in cortile, in gita scolastica, sulla spiaggia, l'avete visto a Zelig, da Costanzo o era semplicemente il compagno di scuola più canaglia che avete avuto, l'impunito al quale si perdona tutto, basta che sorrida in quel modo lì. Insomma, visto lui, direste che i blog sono solo il viso pallido di chi li scrive. "Grazie per aver risposto a tutte le mie lettere d'amore", gli ha detto il poeta (quello caldo, intendo, per distinguerlo dal poeta freddo), mentre il Confuso si rannicchiava nella felpa, fintamente rammaricato (ma si divertiva un mondo solo all'idea) perché "povero, gli ho dato corda, gli ho dato corda!" (e intanto lo pizzicava in continuazione per la presunta magra figura del poeta in un'intervista al Corsera, insomma, roba da blogstar).

E poi il Professore. Esiste, non esiste, chissà. Oggi siamo in grado di rispondere a questa domanda. No. Avete capito bene: no. Non esiste. Vero è che abbiamo parlato per tutta la sera con un signore giaccravattato che s'intuiva caustico dietro gli occhialetti bon ton e che a mezzanotte l'abbiamo sentito definire se stesso "un uomo che ha perso ogni riferimento topografico" (il che ci aveva quasi convinti: è lui, è lui, dicevamo tra noi). Ma d'un tratto, mentre scendevamo insieme le scale della metropolitana, è sparito. Smaterializzato. Volatilizzato. E Gonio?, ci siam chiesti. Qualcuno è tornato indietro a cercarlo: niente. "Un'uscita degna di lui", ha sentenziato Squonk.

A inizio serata, breve epifania di herr Wittgenstein, l'uomo di chiara fama che - da solo - è riuscito a salvarci la reputazione. Prima della sua celeste apparizione, sembravamo, agli occhi dei due stronzetti seduti accanto al nostro tavolo, dei poveri chattisti. "No, non siamo nel gruppo di quelli della chat", hanno detto al ragazzo che serviva ai tavoli. "E allora ordinate", ha fanculizzato Gnu. Al che, Mafe ha tentato di rendere edotti i due fanciulli sul motivo per cui un gruppo di persone apparentemente serie si saluta come se si incontrasse sulla via di Damasco: "madonna, spiritum!". "Un livello sopra la chat", ha suggerito Mafe. "Newsgroup?", fanno loro. "Ma no, blog!". "Eh?", hanno replicato i due innocenti. Son cose che fanno pensare.

Che altro dire. Ci siamo guardati, annusati (letteralmente), abbiamo fatto posto al convitato di pietra, ci siamo abbracciati, ci siamo ricordati cose che voi umani non immaginate e siamo tornati a casa con un bel punto interrogativo sotto al braccio. Il blog fa male all'amore? E gli incontri fanno male o bene ai blogger? Ai posteri.

19.09.03

Il turno

Sarà almeno la seconda, la terza volta oggi che passano di lì. Ciononostante si fermano. Leggono, rileggono, poi, quando son persuasi, proseguono. Perfino in bicicletta, in precario equilibrio e carichi di borse della spesa non riescono a passar oltre, indifferenti. L'attrazione è irresistibile: frenata improvvisa - 'azz, signora, è verde, proprio adesso? - e rapido sguardo ai manifesti mortuari. Scettici sull'intera faccenda, sembra cerchino il proprio nome per convincersi che il vivere, sì, è proprio andare a fare la spesa, pagare le bollette, riscuotere la pensione.

Volevi dire agrodolce, per caso?

Sono a casa per motivi, diciamo così, personali, sicché scrocco il pranzo dai miei e, insieme, (ma ne farei a meno) il Tg2.
Solita sequela di disastri politico-ambientali recitata da Crick e Crock messi lì sul trespolo, in studio, che fa tanto CNN.
Dulcis in fundo, servizio su Amii Stewart. Ah, un po' di musica. Sentiamo. Anzi no, spegni l'audio, ti prego, che mi fischiano le orecchie. Cristosanto, i giornalisti Rai hanno tutti la voce chioccia e petulante, da ex mocciosi impuniti.
Dove vanno a pescarli, mi chiedo, chi li assume? Incredibile la chiusa del servizio: "è dolente, la Stewart, leggermente erotica e amaramente dolciastra". Eh??? La prossima volta, ma' e pa', vengo dopo il Tiggì. Meglio.

Attenti a quei due

"E dove li trovo i soldi?"
"Ho fiducia che li troverai. Bisogna trovarli".

Tremonti e Berlusconi, dico. Mica la sceneggiatura di Ocean's Eleven.

17.09.03

L'intortatore

Ieri, lezione di cucina. "Vieni con me", mi dice lo chef. "Devo proprio?", domando. "Vieni, andiamo a parlare con Gabriella". "E andiamo", acconsento, poco convinta. Ecco, avrei dovuto prendere appunti, titolando la pagina "Come ti intorto l'acidona". Trascrivo la ricetta, a memoria:

Mettere le mani in pasta, innanzitutto, o far credere di averle.
Fissare l'impasto con sguardo lubrico ad altezza dovecazzostaiguardando,tesoro?
Di fronte allo sguardo interrogativo dell'intortanda, sorridere compiaciuti e sussurrare: "Bel ciondolo, fa sbling sbleng tutte le volte che ti muovi".
Dominare i tempi morti, non smettere di impastare. Dopo un attimo di silenzio, deve scattare l'affondo decisivo: "In realtà è una scusa per guardarti le tette".
Alla risposta arguta dell'intortanda circa le dimensioni delle suddette, rassicurarla e lusingarla: noi si ama bere da una coppa di champagne. Meglio se da due.
L'impasto sta lievitando: è ora di carezzarlo e sculacciarlo fino a che acquisti una bella forma a pagnottella.
Prima di essere infornata, l'intortata avrà un moto di ribellione, un barlume di lucidità. Estrarre immediatamente il pendolino e ondeggiarlo da destra a sinistra, da sinistra a destra, parlando, parlando senza sosta, così che lei non possa ragionare.
L'intortata rovescia gli occhi all'indietro: è pronta per la cottura.

"Allora, come sono andato?", mi chiede.
"Che ti devo dire. Bene, bravo. Le hai fatto un sacco di complimenti...", rispondo.
"Non proprio complimenti", precisa, "Ma hai notato che io non le lasciavo modo di parlare, mentre tu...?".
"Sì, ho capito la tua strategia, ma ci sono cose che vanno chiarite", spiego.
"Con lei non si può mica discutere, invece. Allora, ti sembra che sono stato efficace?", chiede di nuovo.
"Come vogliamo metterla? L'hai rabbonita lusingando la sua vanità femminile", aggiungo.
"Proprio quel che non si riesce a fare con te", replica secco.
"Appunto".

Ho capito. In-un-attimo-tuuuuuuuuu, sì, ti piace così. Oggi col coltello fra i denti, pronto da piantare tra le scapole di qualcuno (anche le mie sì, che ti diverte, lo so), domani grandegrandegrande. Tanto lo sai, hai capito il tuo prossimo nelle sue peggiori debolezze: ci vuole un buon imprinting, con l'oca Martina. Ma con me, con me non funziona.

16.09.03

L'effetto che fa

Quando sono in vena di autopunizione da crimine invisibile (te possino, Girard, te possino!) divento socialmente pericolosa. Per me e per gli altri. Stamattina volevo provare a vedere l'effetto che fa. Quindi, sorpassi assurdi in mezzo ai tir, tirate suicide, improvvise frenate. Ok, quando sono nervosa dovrei andare a farmi benedire. Lo dico anche per voi: se vedete una Micra azzurra nella periferia sud di Milano, scansatevi, ché non si sa mai.
E poi, maledetto cervello. Cinico e bastardo, indulge in fantasie d'ogni genere, non si ferma davanti a nulla. Nemmeno di fronte alle memorie intoccabili. Due volte al giorno passo davanti al punto in cui, un sera di gennaio di tre anni fa, A* è stato accartocciato. Ormai, è diventato un chiodo fisso, un pensiero freddo. Vedo il Motel, ricordo la frenata sull'asfalto e immagino lo scontro. Avrà sentito qualcosa, cos'avrà provato, avrà capito, chissà. L'immaginazione corre. Sempre concludo: e se io, e se a me. Ci son momenti così, in cui tra esserci e non esserci non cogli più bene la differenza. Ti seduce l'idea che, oltrepassata quella porta, quello che oggi t'avvelena sia puro nulla. Forse.

Messaggio alla nazione

La prossima volta, a reti unificate. È il minimo, dico. Quei due satrapi di Vanzina e Del Noce hanno vaticinato, ieri: la scelta di Miss Italia dipenderà dal messaggio che vogliamo dare. E dunque, 'sto messaggio? "Sono bugiarda", dichiara l'interessata. Ahhh...

15.09.03

Campanellino

Mi guarda, perplesso. Si tocca i baffi, ci pensa, mi guarda di nuovo. "Dicevi?", gli chiedo. Lui tace, socchiude gli occhi, appena un cenno: "Io? Niente". Mi guarda di nuovo: "E tu?".
"Mah, io volevo solo dirti che, se vuoi farti togliere quel collare idiota con la campanellina attaccata, io non vedo l'ora di fare questo dispetto alla tua padrona", gli faccio sapere.
Non sa. Si strofina il muso con la zampa, si guarda intorno, indietreggia un po'.
"Allora? Non vuoi che ti aiuti a liberartene? Cosa ci fa un gatto conciato come una mucca alpina, che appena si muove lo sente tutto l'isolato? Che razza di vita stai facendo? Vieni qui che ti tolgo quell'affare dal collo!", gli ripeto.
Lo sguardo mogio, il passo stanco, l'aria rassegnata. Rimane a fissarmi per un attimo poi se ne va.

Caro cretino...

Dovrò organizzarmi. Si tratta di mettersi lì nei momenti di stracca e di preparare una serie di e-mail automatiche di risposta. Cristonando assai, mi sto già allenando.Arriva una sequela di carinerie da parte di uno sconosciuto che mi dà della co.co.co costretta a sparar stronzate per guagnarmi il pane? Risposta: "La ringrazio per il Suo tempo. I Suoi preziosi suggerimenti saranno sicuramente tenuti in conto eccetera eccetera...".
Il mio Outlook è colpito dalla solita cecchina markettara, cafona quant'altre mai? Nessun problema: "Gentile Gabriella, è sempre un piacere ricevere tue e-mail eccetera eccetera". Imbecilli di tutta la Rete, attenti: sto per mitragliarvi di complimenti che mai in tutta la vostra merdosissima vita.

Vostro onore...

Richiesta respinta!

Il buon Pierluigi voleva coprirsi di gloria laureandosi "prof" senza esser sottoposto, lui, di così chiara fama, agli sguardi del popolino. Ma no, ma no, non faccia così, gli hanno risposto, lei che è tanto carino, tanto bravino. Mi sa che il ragazzo è astemio. Gli basta un goccio per sbandare.

Update: grazie a incipit_nemo scopro che la faccenda è trapelata.

12.09.03

La cosa

A me questa cosa è già successa. Ed è stato peggio, molto peggio di adesso. È durata anni. Di quel periodo, ho ricordi confusi. Del resto, non c'erano più colori, quindi niente da ricordare. Avevo sempre freddo. Allora salivo e scendevo dai treni per andare alla Statale a ingoiare un altro po' di nulla, ma l'ultimo tratto di strada, prima di arrivare a casa, era tutto un batter di denti. Poi un giorno pensai: salgo sulla bicicletta, prendo i libri e vado a studiare al fiume. Lì sono guarita. Il fiume è un vecchio saggio ed è tempo che io vada di nuovo a trovarlo. Qualunque cosa tu abbia, se vai e gliela racconti, lui sorride.

11.09.03

.........

Perdonate questi lunghi silenzi. Vedrò di reagire, va.

Gola profonda

Farà piacere a qualcuno sapere che, al di là del bene e del male, c'è pure spazio per una bella scena muta di fronte ai signori commissari, seguita da aspra lite tra i medesimi.

09.09.03

Pensare positivo

Praticamente, uno sport estremo.

08.09.03

L'ora solenne

Lui: Ti devo fare un brutto discorso.
Io: So già.
Lui: Come sai già?
Io: Le voci girano.

Questa l'avevo già detta a un altro. Chiedo un colloquio e "Il paese è piccolo, la gente mormora", esordisco. "Ti riferisci a ***?". "Bravo. Tombola". Gira e rigira son ancora qui, nel paese dei segreti di Pulcinella.

Lui: Son sempre l'ultimo a sapere le cose!
Io: Seeee, l'ultimo. Ma per favore.
Lui: Sono costretto.

Non sei costretto. Nessuno può obbligarti. Tu scegli il quando, il come e il chi. Punto e basta. Non raccontarmi storie. Perché non vai a tampinare certi Signorsì, signor tenente!, perché? Te lo dico io, il perché. Gli utili idioti. Non si sa mai, vero?

Io: Non mi interessa. La cosa non mi interessa.
Lui: Vuole parlarti.
Io: Non voglio vederlo.
Lui: Va bene. Allora verrai da me e mi dirai che la cosa non ti interessa.
Io: Precisamente.
Lui: E i tuoi obblighi finiscono qui.

Non finisce qui. È la nostra quinta-sesta apocalisse, non ricordo più. Prendiamo pure appuntamento per la settima, va.

05.09.03

Yoda dixit

Quindici-venti e-mail per un aperitivo: la nostra media è questa. Per risolvere la controversia solita facciamo-lunedì-no-non-posso-allora-martedì, oggi è intervenuto nientemeno che il Maestro Yoda-S*:

Fare o non fare; non esiste provare.
Il futuro imperscrutabile è.
Che la forza sia con voi
.

A martedì, allora, e guai a chi sgarra!

Grazie a M*, impagabile teorica e maestra di fancuzen

04.09.03

Tony 'o marketìng

Un gruppo di disoccupati e Little Tony. Vista da fuori, la scena era quella. Com'è che lo chiamavamo? Tony 'o marketìng, mi pare. Era un tipo maròn, che più maròn di così non si poteva, con l'onda assassina dei capelli sugli occhi, il giubbotto di pelle e gli stivaletti borchiati. Secondo lui, un figo. Secondo noi, un tapino. Insegnava i rudimenti del businisso a noi sghignazzanti un po' e preoccupati tanto, che frequentavamo un corso regionale Enaip. Situazione surreale. Il corso era gestito da un logorroico sedicente "professore", instabile già di suo e per giunta imbottito di antidepressivi - causa sua recente stagione da cervo a primavera, con la moglie svolazzante altrove (come non capirla, del resto). Al culmine del suo delirio psicotico, un giorno pretese che tutti quanti andassimo a distribuire i nostri curricula in Fiera agli espositori che secondo lui potevano garantirci uno stage o - diovolesse - un posto di lavoro. Ricordo che si nascose come un ladro dietro un cartellone pubblicitario, nel piazzale dove ci eravamo trovati per prendere il tram e, una volta in Fiera, ogni tanto lo vedevamo sbucare dietro le spalle di qualcuno, intento a spiarci per vedere se davvero stavamo collezionando figure da cioccolatai come da lui chiesto. Figuriamoci. I curricula rimasero nelle nostre borse. Eravamo già abbastanza sfigati così, non era il caso di bruciarsi la faccia proprio con mezza Milano. Il corso, poi. Un indigeribile polpettone di html, programmazione (!) in Access, Photoshop, banche dati, archiviazione elettronica e altre amenità, tutto rigorosamente organizzato per moduli informativi, cosa che allora faceva tanto educational channel. Di immanicati smanettoni, che succhiavano alla Regione dei bei quattrini per venire a raccontar palle che non ci sarebbero mai servite ne abbiam trovati tanti e, in fondo, Tony 'o marketìng non era certo il peggiore. Per lo meno, noi ne ridevamo e allora era già molto. Ne ricavammo un bel pugno di mosche. Stage pertinenti, quasi nessuno. Contratti, men che meno. Gli unici che trovarono subito lavoro furono una ragazza di madrelingua tedesca (in un'azienda kartoffen) e un segaligno ragazzino che si dilettava di programmazione e che venne messo alla stanga da una software house che aveva fretta di consegnare un lavoro al proprio cliente. Da tutta questa storia, io rimediai una collaborazione illecita e strapagata nell'aziendina di uno dei cosidetti docenti che, ahimé, s'era preso una brutta cotta per la sottoscritta e tentava inutilmente di sedurmi alle gioie della programmazione, un'altra breve ma ancor più triste parentesi di nuovo in veste di pseudo-programmatrice e un lavoraccio nello studio del "Dottore". No, non un dentista. Il "Dottore" per antonomasia - giuro, lo chiamavano così i suoi collaboratori - era il perito nominato dal Tribunale di Milano per l'inchiesta Mani pulite. Facevo, come ho detto, un lavoro sfangante (gratuitamente, s'intende) e, per non morire, me la facevo passare leggendomi gli atti del verbale di Pacini Battaglia and company. Fantastiliardi di qui, milionate di là, pacchi, plichi, ventiquattrore. Una bella giostra, insomma. Solo a leggerla mi si incrociavano gli occhi. Beh, perché racconto tutto questo poco onorevole passato? Perché ho letto questo. E mi sono girati i quaglioni come eliche. Voi, che siete persone intelligenti, capirete il perché. (No, dico, quando finiranno questi anni fetenti, quando?)

Questione di feeling

Come vivete nel vostro corpo?
"Ti trovi a tuo agio quando il tuo spirito si veste della "materia carnale" e si esprime attraverso il sesso? Sei consapevole del fatto che per sentirsi a proprio agio non servono necessariamente forme da urlo ma è sufficiente piacersi? Scopri con il nostro test il feeling speciale che ti lega al tuo corpo...".

03.09.03

Il caro estinto

Non fiori, ma opere di bene.

Do the right thing

Benedetto il mio brutto carattere. Se oggi non sono una pessima insegnante, se non ho mai perso nemmeno un nanosecondo a far le vasche, avanti e indietro, nei corridoi della Statale per agguantare un inutile dottorato, se non mi sono mai illusa di poter studiare e/o parlare di filosofia per tutta la vita, se non ho la faccia sbattuta di Anna, lo devo alla vena di follia che m'ha fatto scegliere, tra tutte le tesi possibili e immaginabili, l'unica che avrei fatto, l'unica che non si doveva fare. Scelta quella, basta: per me, deo gratias, terra bruciata.
L'ho rivista qualche giorno fa al supermercato, Anna. Non so se lei se n'è accorta. Io, certo, non l'ho chiamata per salutarla. Mi sono limitata a scrutarla, di sottecchi, assai impressionata da quella sua aria patibolare, dalla solitudine che trasuda - ma un uomo, diosanto, quando ti decidi a trovarne uno? -, dalla sconfitta che rappresenta. Anna l'ho conosciuta anni fa, quando frequentavo un corso post-laurea di specializzazione in - nientepopodimenoche - discipline filosofiche e storiche. Un corso acchiappapunti, per intenderci, organizzato (molto bene, bisogna ammettere) dalla Bocconi. Culturalmente, un'esperienza esaltante. Umanamente, un abisso depressivo. Dico, non ho mai incontrato tanti disperati tutti insieme. E da più anni insegnavano, peggio erano messi. Anna, poi, era la recordwoman mondiale di sfiga scolastica (una specialità vera e propria, con tanto di medagliere). Ricordo ancora quella sera che m'accompagnò a casa, in macchina, e scoppiò a piangere come un vitellino dopo avermi raccontato per filo e per segno l'odissea del suo precariato, le supplenze che non trovava, la scuola privata dov'era riuscita a infilarsi, la seconda laurea in teologia che s'era presa per insegnare religione, i teppistelli che a scuola la facevano impazzire. Gesù, roba degna del peggior patetismo di Hugo. Bastarda dentro come sono, più lei piangeva, più a me veniva da ridere. Cosa ci fa una come te, pensavo, in cattedra? E io - riflettevo subito dopo - che ci farei io nella stessa situazione? La muffa, ecco cosa, mi rispondevo.
Poi arrivò il tanto sospirato lavoro. Uno schifo, beninteso, in un ambiente di imbecilli presuntuosi che mi fece ben presto rimpiangere i pomeriggi trascorsi ad ascoltare Severino, Natoli o Nolte. Ma un lavoro. Come a dire, indipendenza, vita adulta, piedi per terra e fine delle chiacchiere filosofiche a scopo seduttivo. Una stretta di mano e via, in un attimo mi volatilizzai. Il corso non era ancora terminato, eppure per me - catapultata in un altro universo - solo una settimana dopo era già archeologia.
Qualche tempo dopo uscì il bando del concorso. Per un po', soppesai l'idea. Lo faccio o non lo faccio, studio o non studio. Eppure, per quanto odiassi quell'ufficio, non mi lasciai tentare. Essere il meglio del peggio non m'interessa. Oggi penso d'aver fatto la scelta giusta, nell'interesse mio e dei ragazzi che spendono a scuola troppe ore della loro vita. La mia rinuncia significa una frustrata in meno ad ammorbargli l'esistenza, una in meno con una vita a caso, che insegna senza amore e mangia quel che passa il convento. Detto questo, applauso per Gaia.

Un Ciobar, vi supplico

In metropolitana.

"Qualche spicciolo
vi prego
ho fame
non lavoro
ma non perché non voglio lavorare
un euro soltanto, vi prego
così mi prendo un cappuccino".

01.09.03

Bloglobal

È proprio finita l'estate, qui a Milano. Cielo basso e plumbeo, aria fresca, traffico. Insomma, sono tornati tutti: il grigio, i pendolari e i blogger. I ritorni son così, gravidi di malumori e seccature, per cui comprendo il vivo disappunto di chi, citofonando al mio vecchio indirizzo, ha scoperto che nel frattempo la sottoscritta ha traslocato altrove. Bloglobal anch'io, insomma, da un paio di mesi griffata Clarence, sulla scia del Colonnello e di Gilgamesh. E qui vorrei chiarire: mai stata io, pur golosa di pan e salam, persona di poche pretese, se non a chiacchiere. Per di più, ho poca, pochissima pazienza. I server di Splinder, ahimé, sono affetti da una grave forma di asma bronchiale che solo un buon ciclo di cure termali può curare. Da qui la decisione di sobbarcarmi la fatica del trasferimento e le sue inevitabili perdite. Non solo. Feed RSS, trackback e quant'altro sono una scelta a favore della comunità dei bloggers tutta, splinderiani e non. Ma c'è altro. Il trasloco è esercizio di meditazione dinamica, è alleggerimento, slancio e scommessa. Ci ho preso gusto e, non avendo altre migrazioni in vista, ho riempito il cassonetto della Caritas con ben cinque sacchi zeppi di vestiti e scarpe vecchie. È tempo di distacchi, insomma, di rivoluzioni palingenetiche, di conversione all'essenziale.

Shangri-la. Un weblog per tutti e per nessuno.

shangrila-blog@tiscali.it